Corriere della Sera, 25 febbraio 2026
Gli argini al potere del leader
La sentenza della Corte suprema sui dazi che ha messo in seria difficoltà il presidente americano potrebbe essere una buona occasione per costringere gli italiani a riflettere sul proprio atteggiamento nei confronti delle istituzioni. Nei mesi scorsi in Italia tanti commentatori hanno dato per scontato che, siccome la Corte è dominata dai conservatori, avrebbe seguito come un fedele cagnolino le istruzioni del presidente. Il caso della Corte suprema veniva spesso citato per dimostrare quanto fossero deboli gli argini costituzionali a salvaguardia delle libertà a fronte di un presidente con una vocazione autoritaria. Quei commenti erano espressione di un atteggiamento «proiettivo»: si attribuivano agli americani (ivi compresi i giudici della Corte suprema) il proprio modo di considerare le istituzioni. In Italia tanti si aspettano che le istituzioni siano sempre piegate alle esigenze partigiane di volta in volta vincenti. È un atteggiamento che accomuna destra e sinistra. Naturalmente, c’è il gioco delle parti: se governa la sinistra, la destra l’accuserà di piegare le istituzioni alle proprie esigenze partigiane, se governa la destra la sinistra farà altrettanto. In realtà, pari sono. La visione partigiana delle istituzioni è fatta propria anche da molti che vi occupano posizioni di rilievo. Nonché da tanti commentatori. Ecco perché ci si attendeva un identico atteggiamento da parte dei giudici americani.
Sorpresa: le cose, quanto meno da quelle parti, non funzionano così. Le istituzioni hanno una loro forza autonoma e chi ne è membro, per lo più, ne è consapevole e cerca di tutelarla. Spesso (ovviamente non sempre) lo fa, come ci si attende, facendo coincidere difesa corporativa e coerenza con i principi liberali che informano la Costituzione. Ovviamente, conta se l’orientamento prevalente è liberal o conservatore. Come hanno mostrato, a distanza di anni, le opposte sentenze della Corte in materia di interruzione della gravidanza. Ma ciò non significa un automatico allineamento al volere politico di chi occupa la Casa Bianca.
Nonostante il soft power statunitense, ossia il fatto che in mille modi dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti ci abbiano inondato di informazioni sul modo di vita americano, l’ignoranza sul funzionamento del loro sistema politico-istituzionale è largamente diffusa. C’è al momento un presidente con forti propensioni autoritarie? Ne deriva che l’America è già un sistema autoritario ( è stato detto pure questo) o lo sta diventando. Ma le cose sono assai più complicate. In America il potere è diffuso, il che significa che sono diffusi e forti i poteri di veto. E piegarli alla propria volontà da parte di chi occupa la Casa Bianca, se egli si prova a farlo, non è affatto così semplice. È in Europa, assai più che in America, che questo gioco può risultare vincente. Si prenda il caso della Francia. A differenza degli Stati Uniti, in Francia esiste una forte concentrazione del potere. Un presidente eletto che disponga anche di una maggioranza parlamentare accumula assai più potere di quanto ne abbia un presidente americano. Nel caso che un orientamento autoritario sia proprio del presidente francese in carica, fermarlo potrebbe risultare assai difficile. Dal momento che in Francia, a differenza degli Stati Uniti, gli argini sono deboli. Ecco perché tanti in Europa temono una vittoria, alle prossime elezioni, del Rassemblement di Le Pen e Bardella.
In America, oltre ai diffusi poteri di veto, ai diffusi centri di resistenza, ci sono anche le continue prove di forza elettorali. Se i sondaggi dicono il vero, dopo le elezioni di metà mandato Trump sarà un presidente dimezzato, un’anatra zoppa. Certo, come ci ricorda Capitol Hill, l’attacco al Congresso del 2021, un Trump politicamente ridimensionato potrebbe tentare qualche pazzia, un colpo di mano. Ma non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità di resistenza delle istituzioni americane.
Ciò non significa che Trump non lascerà comunque qualche segno. Danni ne ha fatti. Solo il tempo ci dirà se ciò che di negativo il trumpismo lascerà in eredità alla democrazia americana potrà essere riassorbito e neutralizzato.
I danni maggiori, non facilmente riassorbibili, riguardano la posizione dell’America nel mondo e gli equilibri geopolitici.
Fin dall’inizio della presidenza Trump, alcuni dei più acuti commentatori delle cose americane (ad esempio, Fareed Zakaria), avevano sottolineato la differenza: le istituzioni della democrazia americana sono forti e possono resistere a un presidente come Trump. Sul piano internazionale, invece, la sua influenza è e sarà assai più marcata. Trump ha impresso una accelerazione a un processo che era già in moto da tempo, di ridefinizione del ruolo della potenza americana nel mondo. Una potenza internazionale che sperimenta un declino relativo (si badi: solo relativo. L’America resta la più forte potenza al mondo) deve ridefinire i suoi impegni, deve ridurre la propria esposizione internazionale in funzione della riduzione delle risorse a sua disposizione. Possiamo solo dire che date le caratteristiche personali di Trump, nonché l’orientamento del movimento Maga che lo sostiene, la sua presidenza sta accompagnando questo processo, peraltro inevitabile, nel peggiore dei modi possibili.
C’è comunque una lezione che ci viene dall’America di Trump. Quando un sistema costituzionale è ben congegnato, protetto dalla tradizione e dal peso della storia passata, quando, per conseguenza, le istituzioni del Paese sono forti e alimentate da uno spirito liberale, allora la democrazia dispone di una condizione privilegiata che può permetterle di resistere al Bonaparte di turno.