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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Chiamalo se vuoi manoscritto

Manoscritto è una parola antica, ferma in un tempo che non ci appartiene più. Il tempo nel quale si scriveva, per l’appunto, a mano, in unica copia, con un movimento lento che assecondava e accompagnava il formarsi dei pensieri, o delle storie. Il tempo nel quale ogni opera esisteva in un’unica versione, conservata o affidata con tutte le cure del caso quando all’ambizione di raccontarsi subentrava quella, ben più ardita, di raggiungere un lettore senza nome e senza volto. Oggi tutto è cambiato, e non in una volta sola. 
Nel 1963 la madre di uno Stephen King appena sedicenne, ma già immerso a corpo morto nell’arte del racconto, regalò al figlio una macchina da scrivere, spiegandogli che, se voleva spedire i suoi racconti alle riviste di settore nella speranza di vederli pubblicati, non poteva affidarsi alla scrittura a mano. E King batteva a macchina, senza sosta, con una tale violenza che un tasto si ruppe, costringendolo ad aggiungere a mano la lettera “r” a ogni sua ricorrenza. Dalla macchina da scrivere si è poi passati al computer, dal dattiloscritto al file, spedito via mail: strumenti sempre più agili, destinati alle caselle di posta elettronica che gli editori, con vezzo rétro, continuano nella maggior parte dei casi a chiamare “Manoscritti”. 
Scomparsa la scrittura a mano e poi l’atto violento di pigiare su tasti, che dovevano compiere una lunga traiettoria per imprimere sulla carta i rispettivi caratteri; scomparse le pile di testi che affollavano le scrivanie degli editor, una sola cosa sembra rimanere costante: il ritmo frenetico con il quale quelle caselle di posta si riempiono, a dimostrazione di quanto sia ancora vero l’aforisma di Ernest Hemingway, che, viaggiando per il nostro Paese, osservava: «l’Italia è un paese dove c’è molta più gente che scrive di quanta ce ne sia che legge». 
Se il testo – sia esso saggio, racconto, romanzo, meditazione filosofica, autobiografia o memoir – ha subito un progressivo processo di smaterializzazione, accompagnato da un’evidente abbreviazione del tempo della scrittura o almeno del suo atto materiale, si è fatto invece sempre più vasto e complesso il numero di “intermediari” che si propongono di accompagnare gli aspiranti autori verso un mercato saturo e raramente propenso ad accoglierli. Se, come affermava Vanni Santoni in un bel pamphlet pubblicato alcuni anni fa, «la scrittura non si insegna», ciò non ha impedito alle scuole di scrittura di proliferare, anche grazie alle nuove possibilità di incontro e di comunicazione online esplose negli anni del Covid. Se un tempo la Scuola Holden rappresentava quasi un unicum sulla scena italiana, oggi il numero di soggetti che si propongono – lato sensu – di “insegnare a scrivere” sembra moltiplicarsi senza fine. Nella maggior parte dei casi, l’ingrato compito – in linea con i writing programs che, a partire dal secondo dopoguerra, si sono diffusi in tutti gli atenei americani di maggior prestigio – è affidato a scrittori più o meno affermati, non sempre in grado di abbandonare le proprie, inevitabili idiosincrasie per tentare di trasmettere ai propri allievi un metodo. 
Concentrarsi sulle sole scuole di scrittura rappresenterebbe però una limitazione fuorviante: non si può non includere, all’interno di questa moltiplicazione vertiginosa di figure più o meno professionali che “mediano” tra gli aspiranti scrittori e il mercato, gli editor freelance, che offrono una serie articolata di servizi: dalla scheda di lettura al lavoro puntuale sul testo e sulle strutture narrative. 
Per non parlare delle agenzie letterarie, anch’esse in larga parte mutuate dal mondo anglosassone, che in alcuni casi si limitano a “girare” alle case editrici un testo e, in caso di offerta di acquisizione, a gestire gli aspetti contrattuali per conto dell’autore, ma in altri offrono a loro volta veri e propri servizi editoriali, accompagnando, a volte sin dalla concezione, un progetto di scrittura. 
Come sempre, quando nuove voci e nuove professionalità si affacciano su un mercato asfittico come quello editoriale italiano, segnato da una continua contrazione del numero di lettori (3 milioni di libri letti in meno nel 2025 rispetto all’anno precedente), il rischio che le (più o meno) buone intenzioni non siano accompagnate da una competenza e una preparazione adeguate è elevato; d’altro canto, la trasformazione dell’organigramma delle case editrici – spesso ridotto all’osso, per ottimizzare i margini di guadagno – ha generato una progressiva esternalizzazione delle funzioni legate al libro, dall’editing, alle bozze, alla promozione,contribuendo in modo significativo a trasformare il “libero mercato dei manoscritti” in una giungla. 
Ora si affaccia all’orizzonte una nuova frontiera: comincia a diffondersi il timore, o il sospetto, che, anziché investire su mediatori che tirino a lucido i loro progetti o che li accompagnino nel processo di scrittura, gli aspiranti autori preferiscano impiegare il proprio tempo istruendo ChatGpt o un qualunque altro software di intelligenza artificiale, perché trasformi le loro idee in opere compiute. E mentre gli editori si domandano se sarà possibile distinguere un caro, vecchio manoscritto da un testo realizzato dall’Ia, o addirittura se valga la pena farlo o se non ci si debba semplicemente concentrare sul prodotto e sulla sua vendibilità, viene da pensare che la salvezza della scrittura come sintesi della creatività individuale rimanga affidata a quel sublime dilettantismo, a quello smodato desiderio di trovare una voce, che fa di ogni aspirante autore, anche il meno dotato, l’ultimo difensore dei nostri sogni più nascosti e inconfessati.