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 2026  febbraio 24 Martedì calendario

L’effetto disparità: i poveri non si curano

Nessuno ha mai pensato di cambiare l’articolo 32 della Costituzione, quello che tutela «la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività» e garantisce tra le altre cose «cure gratuite agli indigenti». È il principio universalistico delle cure sancito dalla nostra Carta. Nessuno lo ha mai toccato e difficilmente qualcuno si azzarderà a farlo. Eppure, i dati ci ripetono che l’accesso alle cure in Italia dipende oggi in gran parte dalla capacità di spesa dei singoli. A sottolinearlo sono i numeri del rapporto “Quando i soldi non bastano – Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da Acli e Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata, presentato ieri alla Camera.
Prendendo in considerazione oltre otto milioni di dichiarazioni dei redditi (i “modelli 730”) tra il 2019 e il 2024, emerge come nei fatti oggi vige in Italia un “razionamento” implicito della spesa sanitaria: in sostanza, a parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono per le cure tra i mille e i duemila euro in meno ogni anno rispetto ai più ricchi. E ancora, il 55-60% dei contribuenti anziani più poveri non dichiara ad esempio alcuna spesa sanitaria privata (contro il 10-15% dei pari età nello scaglione più elevato). Questo, con tutta evidenza, non perché chi guadagna meno sta mediamente meglio, ma piuttosto perché il Servizio sanitario nazionale non riesce ad assorbire le richieste dei più poveri. E così molti, non potendo permettersi la sanità privata, rinunciano alle cure o alla prevenzione. È paradossale solo in apparenza, quindi, che i picchi di “spesa zero” tra i redditi più bassi (a prescindere dall’età) li raggiungano due regioni in cui i livelli essenziali di assistenza non sono in media sufficienti: Sardegna (67%) e Basilicata (65%). Le diseguaglianze riguardano anche la spesa per i farmaci: il valore medio annuo passa da 278 euro per lo scaglione di reddito più basso a oltre 415 euro in quello più elevato. Mentre tra gli ultra 80enni il numero medio annuo di ricette va da 21,4 per lo scaglione più basso a oltre 31 ricette per quello più alto.
L’aumento delle diseguaglianze non nasce di certo ieri e ha subito un’accelerazione netta con il Covid. Durante la pandemia, molte prestazioni mediche sono state sospese o rimandate: per paura del contagio o perché la macchina sanitaria doveva in quel momento affrontare l’emergenza. Superata la fase più dura, i redditi più alti hanno recuperato rapidamente i livelli di spesa sanitaria precedenti. Ceti fragili, anziani e donne invece no. Altro tema è il rapporto tra il rispetto dei Lea (i Livelli essenziali di assistenza) e la sanità privata: dove la prevenzione pubblica funziona meglio, infatti, il ricorso al privato diminuisce di parecchio.
«Il luogo di residenza o la condizione economica non possono incidere sulla possibilità di ricevere cure tempestive e appropriate», ha dichiarato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, in un messaggio inviato al convegno. Netto anche l’ex ministro Roberto Speranza, secondo cui «l’Italia è a un passo dal cambiare modello di sanità, senza che nessuno abbia cambiato la Costituzione». Mentre per Raffaella Dispenza, vicepresidente nazionale delle Acli, «per contrastare le disuguaglianze servono maggiori investimenti nella sanità, ma soprattutto una medicina di territorio che sappia prendere in carico le cronicità e dare risposte alle tante situazioni di non autosufficienza». Di fronte all’invecchiamento progressivo della società italiana, non ci sono soluzioni a costo zero. Il rapporto presentato ieri propone però alcune strade: più prevenzione, attenzione al territorio, maggiore equità fiscale, assicurazioni integrative anche a carattere mutualistico e aiuto al non profit. Più tempo passa, più invertire la rotta diventerà complicato.