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 2026  febbraio 24 Martedì calendario

I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione”

Riscaldando nel microonde o nel forno cibi pronti e da asporto confezionati in contenitori di plastica si rischia il rilascio di centinaia di migliaia di particelle di microplastiche e nanoplastiche direttamente negli alimenti, insieme a una miscela di sostanze tossiche. Nell’analisi, soggetta a peer review, contenuta nel rapporto “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”, Greenpeace International ha esaminato 24 articoli e studi pubblicati recentemente in riviste scientifiche su prodotti alimentari pronti. Sono pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” ma, stando alle ricerche e agli articoli analizzati, rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. “Le persone pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica: in realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo” commenta Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace Usa.
Secondo uno studio del Dipartimento di Scienze Alimentari dell’Università del Massachusetts Amherst, che ha seguito le linee guida della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti per le sostanze a contatto con gli alimenti, dalle 326mila alle 534mila particelle si disperdono nei simulanti alimentari dopo soli cinque minuti di riscaldamento al microonde, fino a sette volte in più rispetto al riscaldamento in forno. Il riscaldamento aumenta drasticamente la contaminazione chimica: in diversi studi, campioni di plastica comune sottoposti a microonde, come polipropilene e polistirene, hanno rilasciato additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, inclusi plastificanti e antiossidanti. E l’attuale regolamentazione è insufficiente a proteggere la salute pubblica.
È noto che oltre 4.200 sostanze chimiche pericolose sono utilizzate o presenti nelle plastiche, ma la maggior parte non è regolamentata negli imballaggi alimentari.
Alcune sostanze, come bisfenolo, ftalati, Pfas e metalli tossici come l’antimonio, sono collegate a cancro, infertilità, disfunzione ormonale e malattie metaboliche. Almeno 1.396 sostanze chimiche presenti nelle plastiche che vengono a contatto con gli alimenti sono state rilevate anche nel corpo umano, con crescenti evidenze che collegano l’esposizione a queste sostanze con disturbi del neurosviluppo, malattie cardiovascolari, obesità e diabete di tipo 2. Lo ha evidenziato anche la rivista scientifica ‘The Lancet’ che, ad agosto 2025, ha lanciato un monito sui danni che la plastica provoca “in ogni fase del suo ciclo di vita” e “in ogni fase della vita umana”, promuovendo il ‘Lancet Countdown on Health and Plastics’. I contenitori vecchi, graffiati o riutilizzati sono i più problematici: la plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi. “I governi hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione” continua Forbes.
Il trend dei pasti già pronti: un mercato in evoluzione
Eppure, i piatti pronti confezionati nella plastica rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel sistema alimentare globale, con un valore di quasi 190 miliardi di dollari, secondo una ricerca di Towards FnB. Nel 2024 la produzione di piatti pronti ha raggiunto un volume globale di 71 milioni di tonnellate, una media di 12,6 chilogrammi pro capite, mentre anche il costo di un piatto pronto e i ricavi pro-capite sono destinati ad aumentare, avverte una ricerca di mercato del portale Statista. Di fatto, un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica e che la produzione di plastica è destinata a più che raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Le autorità di regolamentazione non sono riuscite finora a tenere il passo. “A livello globale – spiega Greenpeace International – mancano linee guida normative adeguate sulle microplastiche rilasciate dagli imballaggi alimentari, e diciture come ‘adatto al microonde’ o ‘adatto al forno’ forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione. La crisi della plastica sta seguendo lo stesso schema già osservato con tabacco, amianto e piombo: nonostante segnali di allarme scientifici comprovati, la risposta è caratterizzata da negazionismo industriale e ritardi normativi”. Per questo, Greenpeace chiede ai governi che negoziano il Trattato globale sulla plastica dell’Onu di agire secondo principi di precauzione e porre fine “a una contaminazione incontrollata e non regolamentata”.