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 2026  febbraio 24 Martedì calendario

Come Polifemo: secondo uno studio i nostri antenati avevano un occhio solo

Il mondo un tempo era abitato da ciclopi. Prima di avere due occhi, i nostri antenati erano probabilmente monocoli. Non avevano certo le fattezze di Polifemo, visto che l’evoluzione dell’organo della visione, in una sua fase cruciale, è avvenuta durante il cambriano. Circa 500 milioni di anni fa la vita non era ancora molto diversificata e si concentrava nelle acque del mare.
Gli oceani bui
Uno studio pubblicato su Current Biology e ripreso dal New York Times ricostruisce quel che potrebbe essere avvenuto ai nostri occhi. Gli organismi invertebrati abituati a rintanarsi sui fondali bui non avevano molto da guardare in giro. Sapere quantomeno se fosse giorno o notte poteva però avere la sua utilità, visto che tutti gli organismi del pianeta vivono secondo un ritmo circadiano.
Mettendo fuori la testa, quegli invertebrati primitivi potrebbero aver sviluppato delle cellule sensibili alla luce proprio sulla sommità del capo. Non era ancora necessario avere un doppio punto di vista. Quel prototipo di occhio unico bastava e avanzava per adeguarsi al ciclo del giorno e della notte. “All’inizio del cambriano avvenne comunque una buona parte della trasformazione della vista” scrivono su Current Biology un gruppo di neuroscienziati dell’università del Sussex e lo zoologo dell’università svedese di Lund esperto di evoluzione degli occhi Dan-Eric Nilsson.
Da zero a quattro occhi
“I resti fossili del medio e tardo cambriano mostrano molti animali senza occhi, alcuni con due occhi e uno, scoperto di recente, con quattro occhi”. Si tratta dell’impronunciabile Haikouichthys ercaicunensis, scoperto in Cina e descritto un mese fa su Nature, con due occhi al centro e due ai lati della testa. “Un paio – descrivono Nilsson e i suoi colleghi – si è specializzato nel guidare i movimenti ed è migrato verso i lati, mentre l’altro ha perso la sua funzione ed è diventato quello che oggi conosciamo come il complesso pineale”.
Anche gli esseri umani hanno questo residuo dell’evoluzione. La ghiandola pineale è chiamata non a caso il terzo occhio. Dalla sommità del capo è migrata al centro del cervello, dove riceve i segnali della retina e dirige l’orchestra degli ormoni legati al ritmo circadiano, ad esempio la melatonina. In alcuni pesci continua ancora a trovarsi all’esterno della testa, a essere munita di cellule fotosensibili e a fornire indicazioni sulla quantità di luce presente nell’ambiente.
Il mistero dell’evoluzione
L’occhio per gli studiosi di evoluzione rappresenta una delle sfide più dure. Per i creazionisti un organo tanto complesso può essere stato frutto solo di un’intelligenza superiore: l’evoluzione, procedendo per prove ed errori, avrebbe impiegato troppo tempo per mettere a punto un meccanismo così perfetto. Lo stesso Charles Darwin era dubbioso: “Supporre che l’occhio – scriveva nell’Origine delle Specie – con i suoi inimitabili meccanismi per aggiustare il fuoco a differenti distanze, per far entrare quantità di luce variabili e per la correzione delle aberrazioni sferiche e cromatiche, possa essersi formato tramite la selezione naturale sembra, lo confesso, massimamente assurdo”.
Per Nilsson e i suoi colleghi “la complessità della retina dei vertebrati è eccezionale. Comprende 100 tipi di neuroni diversi ed è confrontabile con la complessità della corteccia cerebrale. La differenza però è che, al contrario della corteccia cerebrale, la retina è antica e si è conservata in tutti i vertebrati. Questo suggerisce che la sua architettura si fosse già completata all’epoca dell’ultimo antenato comune dei vertebrati”.