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 2026  febbraio 24 Martedì calendario

Armoni Brooks: «Olimpia, il limite è il cielo. Se ora tutti mi temono è per quei mille tiri al giorno»

Cinquecento tiri ogni mattina prima dell’allenamento, cinquecento tiri ogni sera dopo l’allenamento. Tutto qui. Ho cominciato a farlo quando sono andato al college. Io non sono un tiratore naturale, ho solo allenato la mia memoria muscolare tiro dopo tiro dopo tiro».
Non sarà nato tiratore, Armoni Daetrell Brooks, ma di sicuro lo è diventato. Cresciuto fino a Mvp delle finali di Coppa Italia, riconquistata dall’Olimpia anche grazie ai suoi canestri dalla grande, grandissima, distanza ma non solo. Miglior giocatore del torneo per distacco.
Come si sente da Mvp?
«È una bella sensazione, ma quando gioco bene o segno tanto è perché sento che i compagni e lo staff hanno fiducia in me».
La Supercoppa però l’aveva vinta (e vista) dalla tribuna...
«Coach Poeta nello spogliatoio dopo la vittoria ha detto che tutti possono contribuire, anche chi non gioca, con il tifo, i consigli e in allenamento. È successo anche a me. Siamo tutti sulla stessa pagina».
Il coro «Mvp, Mvp» i suoi tifosi gliel’avevano già dedicato prima ancora della Coppa Italia. Se lo ricorda?
«Come dimenticarlo?».
Dopo la vittoria con l’Efes, dove lei diede una sensazione di onnipotenza, giusto tre giorni dopo aver massacrato a suon di canestri il Panathinaikos e Kendrick Nunn. Che effetto le ha fatto quel coro?
«È stata la prima volta che mi è capitato nella mia carriera ed è stata un’esperienza, vogliamo definirla così? quasi extra corporea... Una connessione speciale con i tifosi».
I tifosi dell’Olimpia la adorano, ma sono preoccupati.
Risata. «Per cosa?».
Sui social la implorano di rimanere a Milano.
«Il fatto che loro mi vogliano è bello, il mio desiderio è quello di rimanere. Sarà solo una questione di timing e di trovare una quadratura».
Lei è arrivato a Milano nel 2024 da sconosciuto ma con la benedizione di Keith Lang-ford, non uno qualsiasi.
«Mi ha subito adottato. Quando ha smesso di giocare è tornato ad Austin. Un giorno mi ha visto allenarmi in palestra e mi ha sfidato in un uno contro uno. È diventato il mio fratello maggiore».
A Milano Langford ha lasciato un segno.
«Quando gli ho detto che stavo per firmare per l’Olimpia era superfelice. Vacci di corsa, mi ha detto, ti troverai benissimo, la società è tra le più organizzate d’Europa, la città è bellissima. L’ho ascoltato. Aveva ragione».
Lei è l’ultimo di una colonia di texani a Milano. Dopo Lang-ford è arrivato Curtis Jerrells, con lei ci sono Zach LeDay e Josh Nebo.
«Veniamo da uno Stato con molto talento cestistico».
Dice chi la allena che uno dei suoi pregi è la pazienza: lei sa aspettare che la partita arrivi a lei, non ha fretta.
«Non succede mai niente di buono quando provi a imporre la tua volontà sulla partita. Meglio essere pazienti, fidarsi del piano gara e dei compagni».
Ha avuto pazienza anche nel suo primo anno a Milano.
«Dovevo capire l’approccio al basket europeo, le tattiche difensive e offensive. Ho cercato di imparare ogni giorno, e tutta l’esperienza che ho maturato lo scorso anno mi sta venendo utile ora».
Se l’aspettava di diventare uno degli attaccanti più temuti d’Europa?
«No, sinceramente...».
E ora sa di esserlo?
«Be’, all’inizio mi marcavano in maniera attenta, ma non come ora. Adesso mi sono reso conto che il piano gara difensivo avversario è focalizzato su di me».
A 28 anni non ancora compiuti che margini di miglioramento si riconosce?
«Credo che nel momento in cui smetti di lavorare per migliorarti significa che sei arrivato al capolinea. Devo crescere come difensore, come creatore di gioco, come tiratore in movimento ma anche nell’attacco al ferro con mano destra e sinistra».
Conosce Kelvin Sampson?
«Certo, è stato il mio allenatore alla University of Houston».
In un’intervista, di lei disse: «Voglio un ragazzo di cui la gente abbia paura».
«Sì, ha detto così».
Ma ha anche detto: Armoni è il classico ragazzo che qualsiasi madre vorrebbe come marito per la propria figlia.
Risata. «Forse intendeva dire che non farei mai male a nessuno...».
Conosce Italo Allodi?
«No, chi è?».
È stato un grande dirigente del calcio italiano. Lui invece diceva: «Meglio un calciatore sposato che uno scapolo».
Altra risata. «Si sta riferendo al fatto che sono sposato con tre figli? Sì, lo ammetto, sono quello che si dice un family man».
Dove può arrivare questa Olimpia?
«Il limite è il cielo. Abbiamo vinto Supercoppa e Coppa Italia, siamo pronti a lottare per lo scudetto. L’Europa? Qualche up and down di troppo, ma siamo ancora in tempo a raggiungere la post season. E poi vedremo».