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 2026  febbraio 24 Martedì calendario

Dorothea Wierer: «Una donna col fucile. Al poligono ridevano»

Calamity Jane ha finito le pallottole. Ultimo assalto alla diligenza, ultima Olimpiade. «Ad Anterselva avevo cominciato a sparare: ho chiuso in un posto speciale, con una gara speciale». Argento nella staffetta mista all’inizio di Milano Cortina, un mazzo di fiori sotto la neve dopo la mass start finale, quinta con onore. «Ci tenevo a fare bene, le aspettative erano altissime. L’affetto dei tifosi vale più di una medaglia».
In quasi vent’anni di biathlon, Dorothea Wierer ha centrato ogni bersaglio, tranne l’oro olimpico. È delusa?
«Ho la fortuna di avere ereditato geni buoni dai miei genitori, di mio ci ho messo una vita di allenamenti. Sono cresciuta con la mentalità del lavoro, come Jannik Sinner, che è quasi un vicino di casa. Vorrei sempre fare di più, i coach mi hanno tenuta a freno. Va bene così, non potevo chiedere di più al mio sport».
Il primo ricordo sugli sci?
«In val Pusteria, con i miei fratelli. Ho fatto anche discesa ma la velocità mi faceva un po’ paura, quindi sono passata subito al fondo».
Il primo ricordo con la carabina in mano?
«Da bambina sparavo con l’aria compressa; per il calibro 22 serve il porto d’armi, che è arrivato dopo. All’inizio il fucile non sapevo come metterlo in spalla: al poligono mi guardavano, e ridevano».
Sparare, soprattutto per una donna, non è banale.
«Eh, fa un certo effetto: il rumore, il rinculo, il cuore che batte nel petto. Quando arrivi al poligono in apnea, durante una gara, non c’è una tecnica per calmarsi. Io respiro profondamente, ormai lo faccio in automatico. Più sei immobile, più il tiro è preciso. I pensieri in testa? Uh, quelli non si sono mai placati».
L’oro olimpico è stato un’ossessione, un pensiero o un sogno?
«Ossessione mai, non mi piace il concetto. È stato un sogno: realistico a giudicare dall’inizio della stagione».
Era cominciata alla grande, a Ostersund, in Coppa.
«Adoro Ostersund da sempre, non a caso ci ho vinto il primo oro mondiale. Ero partita senza aspettative: avevo anche messo in conto di non raccogliere proprio niente quest’anno...».
Invece due podi in staffetta e il trionfo nella 15 km a dieci anni dalla prima vittoria in Coppa, rimontando da 27esima dopo due poligoni.
«Lì ero ancora pimpante!».
Grazie a chi ha creduto in me più di quanto ci abbia creduto io, ha detto, alla fine.
«Io tendo a sminuirmi, sono da sempre ipercritica, forse come forma di protezione. Non mi sono mai fatta i complimenti e l’esperienza non mi ha cambiata».
Quale eredità lascia al suo mondo?
«La mentalità del lavoro, che mi onoro di aver portato nell’ambiente. Ho rilanciato il biathlon femminile, ho cercato di farlo conoscere il più possibile. E la capacità di staccare e prendermi tempo per me stessa in un mondo, parlo a livello internazionale, di atleti estremi e, spesso, fissati con il risultato a tutti i costi».
Il pensiero va a Sivert Bakken, il collega norvegese trovato morto a 27 anni con molti dubbi sull’uso della maschera ipossica.
«È stato uno choc. Sivert si era allenato con noi in Norvegia e a Lavazè: il biathlon è un mondo piccolo, ci si conosce tutti. Atleta gentile e motivato: ho visto poche persone a cui brillano gli occhi quando parlano degli allenamenti».
Crede che nell’uso della maschera ipossica si fosse spinto troppo in là, a proposito di atleti estremi?
«Io credo molto nel destino ma dobbiamo stare attenti a non andare troppo oltre. Circolano sempre più studi, cose nuove da provare. Io la maschera ipossica non l’ho mai usata. A me le esagerazioni hanno sempre fatto paura».
Tommaso Giacomel è il futuro del biathlon?
«È già il presente, l’ho visto fare un salto di qualità enorme in Coppa, ha talento. L’Olimpiade, poi, è una brutta bestia».
Ha già un’idea di cosa farà da grande?
«Vorrei vivere un po’ la vita, per capire come funziona: noi atleti viviamo in un mondo a parte. Da donna mi sento sotto pressione: per un figlio non potrò aspettare molto. Gli anni passano ma qualche viaggetto vorrei farlo, però desidero anche stare a casa a fare ordine nella testa. Dal biathlon me ne vado in silenzio, con il sogno di svegliarmi la mattina senza programmi».
È stata la vita che sognava da bambina, Dorothea?
«Da bambina pensavo di diventare cameriera nel ristorante di mio papà, non certo campionessa di biathlon. Alla fine è andata benone, dai».