Corriere della Sera, 24 febbraio 2026
Intervista a Italo Bocchino
Nel giorno topico in cui Giorgia Meloni riunì la diaspora di Alleanza Nazionale e innescò la traiettoria che porterà Fratelli d’Italia a diventare il primo partito del Paese, Italo Bocchino non c’era: «Non ero invitato, ero considerato impresentabile». Era il 2017, congresso di FdI a Trieste. A nove anni di distanza, all’«impresentabile» di allora è riuscito il miracolo di diventare il più autorevole interprete del Meloni-pensiero nei talk tv. Non solo, oggi arriva in libreria, edito da Solferino, il suo Giorgia la figlia del popolo – Perché Meloni piace agli italiani.
Bocchino, come si sentiva quel giorno?
«Escluso. Mi consideravano un traditore, tra i colpevoli della rottura fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, cosa solo in parte vera. Il mio amico Gianfranco Rotondi dice “noi democristiani abbiamo la categoria del riposizionamento, voi di destra quella del tradimento”. Quindi, mi sono avvicinato a FdI camminando sulle uova. Nel 2018, mi sono iscritto, ma online: in sede, mi avrebbero chiuso fuori. Poi, mandai un WhatsApp a Giorgia, che mi rispose: “Chi l’avrebbe mai detto?”».
Quanto è passato da quel WhatsApp al successivo?
«Quattro anni, finché lei ha vinto le elezioni e io ho detto “ci sono senza nulla chiedere”. Perché il mio patto è che non ho bisogno di incarichi, posti in Parlamento, di nulla. Vivo del mio».
Il paradosso, si scopre dal libro, è che lei fu punito per aver vigilato sulla vittoria di Meloni a capo di Azione Giovani nel 2004.
«Giorgia nemmeno lo sa. Il favorito era Carlo Fidanza, gradito a Fini. Giorgia era l’underdog e Maurizio Gasparri che la sosteneva mi mandò a vigilare sulla fedeltà dei suoi delegati, ma di nascosto da Fini, che aveva vietato intrusioni delle correnti. Solo che, la mattina della conta, su intuizione di Giovanni Donzelli, scommisi che Giorgia avrebbe vinto per sedici voti e così fu. Fini seppe del pronostico e, due anni dopo, mi punì candidandomi in un collegio a rischio. Fui eletto solo perché lui si dimise optando per un’altra circoscrizione».
Dunque, perché «Meloni piace agli italiani»?
«Perché esiste una connessione emotiva tra lei e il popolo, per cui anche se il popolo non è contento per qualcosa, invece di toglierle il consenso, la giustifica. Dicono: non l’ha potuto fare, non l’ha fatto ancora. Questo spiega l’anomalia per cui ha più consenso a metà mandato che a inizio mandato. I ceti proletari e medi si riconoscono in lei. Piace che in conferenza stampa dica “scusate sto a morì”, “devo andare in bagno” quando un altro politico avrebbe detto “scusate ho un colloquio istituzionale”. Piace perché è totalmente disinteressata. Non la trovi sulla barca con la riccanza e nemmeno in un ristorante la sera. Se il Berlusconismo, la sera, andava al Gilda, il melonismo va a casa. La sua è una classe dirigente monastica».
Il suo matrimonio, nel 2023, monastico non era.
«Ma io appartengo alla classe dirigente del passato. E poi era monastico: erano 200 amici in una tenuta esoterica. Io mi riferisco al fatto che noi aspettavamo la fine dell’aula per fare tavolate con attrici, cantanti, veline e poi andare tutti al Gilda».
Nell’intervista al Corriere in cui annunciava le nozze con Giuseppina Ricci, raccontò che per conquistarla si fece trovare nella sua stanza d’albergo. Dopo, ha incontrato più persone indignate per la sfacciataggine o perché alla reception l’avevano lasciata passare?
«Ho ricevuto solo complimenti per l’audacia. Si dice “lottare e rischiare”, ma il mio difetto è quello che Fidel Castro imputava a Che Guevara. Gli diceva “sei combattente, ma così temerario, che ti farai uccidere” e così andò. Io lo stesso, fino alla botta che ho preso nel 2013».
Siamo al suo Futuro e Libertà che si dissolve alle elezioni, riducendo in pulviscolo l’eredità di Msi e An. Ha raccontato che, il primo mese batteva la testa contro il muro. E gli altri mesi? Gli altri anni?
«Molto difficili: tutti i pianeti erano allineati negativamente. Nel 2011, ho avuto una separazione abbastanza rovinosa. Nel 2013, sono uscito dal Parlamento inaspettatamente. Ero senza nulla, anche senza soldi: pensavo di fare il parlamentare a vita, non mi ero mai posto il problema del denaro. Sono tornato a fare il redattore al Secolo d’Italia, ma mi sono piombati addosso gli alimenti, il mutuo della casa lasciata alla famiglia, l’affitto della nuova: sono andato fuori con le rate».
Disperazione pura?
«Consideri che il giorno prima, da capogruppo, avevo tre segretarie, due persone di scorta, e il giorno dopo non avevo nemmeno la macchina e non sapevo il mio numero di conto corrente. Mi hanno salvato le figlie, che stavano con me una settimana sì e una no e mi hanno costretto a fare il mammo. Ma l’altra metà del tempo, facevo il discolo».
Il discolo in che senso?
«Sesso, alcol e musica classica. Droga no».
Partiamo dal sesso.
«Ho avuto tre relazioni interessanti, fra cui un amore impossibile, purtroppo».
Impossibile perché sposata? O di sinistra?
«Era una donna nota, importante: un amore impossibile».
E i due possibili perché si sono esauriti?
«Perché non avevo la lucidità per una relazione stabile. Una era una pianista, l’altra una teologa amica di Papa Francesco che mi regalò un rosario da lui benedetto. Sperava nel miracolo, che non ci fu. Però, la teologa, andando giustamente via, mi ha insegnato una cosa bellissima. Mi disse: ricordati, la verità rende liberi».
Perché? La tradiva?
«Mi consideravo single, c’era un gran via vai. Soprattutto grazie a Facebook, che è stata una platea stupenda».
Una platea di sconosciute?
«Di conosciutissime: attrici, cantanti, presentatrici televisive, magistrate, parlamentari. Ai social, oggi, risponde mia moglie fingendosi me e mandando a quel paese tutte e tutti. Scrivono anche uomini. Insomma, è arrivata Giusi, si è presa il codice del telefonino, mi ha tolto l’alcol e mi ha detto: il circo chiude».
Quanto era l’alcol?
«Berlusconi faceva cene eleganti, io cene allegre».
«Allegria di naufragi»?
«L’allegria dello sbandato. Con gli amici, le bottiglie volavano a cena, ma quando ero solo, erano un antidepressivo. Solo vino, all’imbrunire. Da quando avevo 16 anni avevo costruito la mia identità sull’attività politica e non sapevo più chi fossi. La sera, tornavo a casa e mi aprivo una bottiglia».
La giornata più difficile?
«Il primo marzo 2017. La sera precedente, c’era stata la prima uscita con Giusi dopo che mi ero intrufolato nel suo albergo. Per fortuna, non si era fermata a dormire. La mattina alle otto, suonano i carabinieri per una perquisizione nel caso Consip. Fu mortificante perché non perquisirono niente, ma mentre entravano già il Messaggero dava la notizia: una perquisizione a uso mediatico. Mi imposero di fare la doccia con la porta aperta, con la scusa che potevo impiccarmi. Dopo sette anni, sono stato assolto con una motivazione che scolpirò per i nipoti, ma quel giorno ero scioccato. E quando mi rilasciarono dopo ore di formalità, senza acqua, cibo e telefono, ero convinto di aver perso Giusi. Io credo che il sì al referendum vincerà in modo sostanzioso perché voterà molta gente che ha subito ingiustizie, voteranno i padri separati condannati a mantenimenti che non possono permettersi, chi ha sofferto perché non si è sentito ascoltato…».
Risalendo alle origini, come fece a conquistare la fiducia di Pinuccio Tatarella?
«La moglie mi ha detto che aveva visto in me l’incrocio tra talento e abnegazione. Per anni, la mattina alle sette prendevo due autobus per andare a casa sua e fargli la rassegna stampa. A un certo punto, divenne dirimpettaio di Francesco Cossiga e la facevo a entrambi. Un giorno, Tatarella era in Puglia, io non vado e Cossiga mi telefona, dice di dargli del tu. Io dico no. Lui riattacca. Aspetti, vado a prenderle una cosa».
Cos’è questa lettera in teca di plexiglass?
«Ora glielo dico. Passa mezz’ora e avevo due carabinieri alla porta con questo dispaccio: “Con il presente editto, autorizzo l’onorevole Italo Bocchino, Kossighiano, a dare del tu a me, in privato e in pubblico, con le parole, per iscritto e con i comportamenti. Roma, 20 maggio 2008”. Quando richiama, chiedo: che significa darti del tu coi comportamenti? E lui: “Che alla parata del 2 giugno gli altri fanno l’attenti e tu mi puoi baciare e abbracciare”».
Ora, Storace ha fatto il nome di Fini per il Quirinale.
«Il Quirinale è la storia di un momento specifico. Parlarne è per il 50 per cento inutile e per il 50 dannoso».
Se dovesse spiegare a un giovane l’arte dell’opinionista politico, che direbbe?
«Io sono favorito perché ho un background difficile da trovare: ho una laurea in legge, 20 anni di Parlamento, 12 da portavoce di Tatarella, 35 di giornalismo, ho fatto ventimila comizi. Poi, bisogna essere preparati su dati e, fatti, e capaci di introdursi nel dibattito. Per fare come me il quattro contro uno, devi avere una preparazione solida ma anche zen. Perciò, la mattina vado in palestra, così mi sfogo e non mi parte l’embolo».
Con Mara Carfagna dopo i noti pettegolezzi siete rimasti amici?
«Lo siamo stati molto per sei anni. Poi, non ci siamo mai più sentiti».
E con Sabina Began?
«L’ho incontrata in tram a Istanbul, sempre fascinosissima, ci vogliamo bene, anche se lei inventa e disse in tv che mi aveva teso una trappola con Berlusconi. Io ricordo un feeling con una donna di rara intelligenza. Sa? Dopo la botta del 2013, ho sentimenti positivi per tutti. Mi ha aiutato la psicanalisi freudiana più profonda».
La vedremo al governo?
«No. Perché dovrei fare una cosa che mi diverte meno e guadagnare meno? Perché dovrei smettere di essere opinionista per essere un ospite fra tanti? O cancellare un patrimonio creato con fatica?».
Per nostalgia del potere?
«In anni di sofferenza e di analisi, ho scoperto che è meglio essere al di là del potere che rincorrere il potere».