Corriere della Sera, 24 febbraio 2026
Sei anni in cella e poi assolto, nessun indennizzo
È un uruguaiano rimasto 6 anni in custodia cautelare in carcere nelle alterne vicende del processo per l’assassinio nel 1990 in un bar di Milano di un connazionale gestore di una pensione dove si esercitava la prostituzione: delitto per il quale, in contumacia e con un difensore d’ufficio, era stato condannato in primo grado nel 1991 a 23 anni, ma poi assolto nel 2024 nell’Appello-bis nato dall’annullamento in Cassazione della prima sentenza, inficiata dallo stato di contumacia e negli anni rimasta appesa (sino all’estradizione) ai vari periodi di detenzione in Uruguay per una differente condanna in quel Paese. Perciò l’uruguaiano I.P.E.E., 66 anni, ora in base alla legge chiedeva che per questi 2.190 giorni di custodia cautelare lo Stato lo indennizzasse con 547.000 euro di equa riparazione per l’ingiusta detenzione. Ma la competente V Corte d’Appello di Milano (Vitale-Fadda-Messina) non gli riconosce neppure un euro perché, come proposto anche dalla procuratrice generale Francesca Nanni, «il suo comportamento gravemente colposo ha senz’altro contribuito a configurare un grave quadro indiziario a disposizione del gip» del 1990 «dal quale desumere l’apparenza della fondatezza dell’accuse, seppure successivamente smentite dall’esito del processo»: cioè dall’assoluzione che giudicò inutilizzabile un confidente e una nota Interpol, incongruenti due testi, e non ricostruibile la dinamica del delitto a causa della pulizia della scena del delitto. «Colpa grave» dell’imputato in cosa? Nel «suo stabile inserimento in ambienti malavitosi dediti allo sfruttamento della prostituzione e da anni all’esame delle forze dell’ordine». E nel suo essersi allontanato nel 1990 dall’Italia in Canada: per la difesa tentativo di lasciarsi alle spalle bische e bordelli, per i giudici invece «fuga pianificata in un altro continente». Nelle sue dimensioni davvero rare, il caso mostra come non tutti gli arrestati assolti abbiano diritto ai soldi dell’ingiusta detenzione (250 euro al giorno); ma solo quelli che non abbiano contribuito (con loro «colpa grave») all’errore di valutazione del giudice che li aveva arrestati. È il motivo per cui le ingiuste detenzioni (874 milioni di euro dal 1992 a 31.000 arrestati poi assolti) sono in media 600 l’anno a fronte di 40.000 misure cautelari, l’1,3%.