Corriere della Sera, 24 febbraio 2026
Kiev, un anniversario amaro. Orbán blocca i fondi europei
L’Europa fallisce nella sua promessa di sostegno all’Ucraina proprio alla vigilia del quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa. Un grave problema per il governo di Kiev, che, dopo la scelta presa da Donald Trump di bloccare gli aiuti militari ed economici americani per fare fronte ai sogni imperiali di Vladimir Putin, ormai da circa un anno conta proprio sul supporto di Bruxelles per continuare a resistere.
Causa prima della debacle europea sono ancora una volta i governi ungherese di Viktor Orbán e slovacco di Robert Fico. I due premier si sono uniti nel fare barriera in nome delle comuni politiche filo-Mosca e così hanno bocciato sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina già stanziato dalla Ue per il 2026 e 2027. Questa seconda bocciatura rappresenta per gli ucraini un ostacolo gravissimo, perché pregiudica sia i finanziamenti alle vitali forniture belliche (circa 60 miliardi erano in aiuti militari), che per il funzionamento della macchina statale. Oltre il danno la beffa: oggi almeno 13 leader europei, tra loro anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, saranno a Kiev per portare la loro solidarietà e altri 24 si collegheranno in remoto, ma di fatto si presenteranno a mani vuote, senza nulla di concreto da offrire, se non l’ennesima prova dei gravissimi ostacoli che ancora minano il funzionamento degli organismi decisionali europei.
Motivo scatenante la scelta di Orbán e Fico è stata l’interruzione dell’oleodotto di Druzhba, che passa su territorio ucraino e distribuisce il petrolio russo sia in Ungheria che in Slovacchia. Kiev spiega che è stato un bombardamento russo il 27 gennaio a fermare il flusso del greggio. Ma Orbán e Fico accusano gli ucraini di bloccare deliberatamente le forniture. Ora, a loro volta, hanno fermato le spedizioni di diesel agli ucraini. E Fico, per ritorsione, ha bloccato anche il passaggio dell’energia elettrica, che gli europei inviano agli ucraini per sopperire alla crisi energetica provocata dai bombardamenti russi.
L’Alta rappresentante per la politica estera della Ue, Kaja Kallas, sottolinea che non si possono addebitare agli ucraini le conseguenze dei raid voluti da Putin, anche perché Volodymyr Zelensky si era già impegnato a riparare l’oleodotto. Quanto ai 90 miliardi congelati, il presidente del Consiglio della Ue, António Costa, scrive a Orbán avvisandolo che «una decisione presa dal Consiglio deve essere rispettata e tutti i partner sono vincolati».
Se ne discuterà oggi qui a Kiev, ma anche al parlamento di Bruxelles, dove è previsto un collegamento in diretta con Zelensky. Il presidente ucraino è comunque deciso a dare battaglia. Da tempo ormai sostiene che la Ue dovrebbe mettere all’angolo Orbán. In un’intervista alla Bbc ha sottolineato che di fatto è impossibile qualsiasi concreto risultato nei colloqui di pace perché Vladimir Putin continua sulla via intransigente del confronto militare e in realtà «ha già avviato la Terza guerra mondiale».
In risposta alla scelta russa di posizionare in Bielorussia i nuovi missili balistici Oreshnik, capaci di lanciare almeno 6 testate nucleari, Zelensky reagisce invitando la Nato a considerare «gli Oreshnik obiettivi legittimi». Il presidente ucraino non perde occasione per ricordare agli alleati che quattro anni fa le fasi iniziali dell’invasione videro la Bielorussia totalmente coinvolta al fianco di Mosca, tanto da permettere alle colonne blindate russe di entrare in Ucraina dal suo territorio. In questo contesto, si torna a parlare di nuovi colloqui di pace tra russi e ucraini a breve, ma le condizioni di un accordo sembrano ancora molto lontane.