Corriere della Sera, 24 febbraio 2026
Rogoredo, fermato l’agente
Il corpo di «Zack» è sulla terra a faccia in su illuminato dal flash del telefonino. Ha una giacca a vento scura, pantaloni della tuta e un paio di scarpe Nike. Le gambe sono quasi incrociate. Accanto al fianco una grossa pietra. Ma è soprattutto il volto, insanguinato per metà in corrispondenza del foro d’entrata del proiettile nella parte alta della tempia destra, che da subito attira l’attenzione degli investigatori. Perché le labbra, il mento e il naso sono «imbrattate di materiale simile a terriccio».
È la prima immagine, scattata dallo stesso assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, con il telefonino prima dell’arrivo dei soccorsi per documentare la presenza di una pistola, a sbugiardare la messinscena di Rogoredo. Il corpo è stato girato. Quando Abderrahim Mansouri è stato colpito è caduto a testa in giù nel fango. Inizia da qui, poche ore dopo lo sparo nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio, la riscrittura del caso, nel frattempo però già diventato il paradigma della necessità di uno scudo penale per gli agenti di polizia. Da quell’immagine, e grazie alla tenacia dei legali della famiglia Mansouri, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, si arriva all’individuazione di alcuni testimoni, di cui nessuno degli agenti presenti aveva mai parlato. Uno di loro, un tossicodipendente afghano, assiste alla scena e la racconta al pm Giovanni Tarzia e agli agenti della squadra Mobile che indagano sui colleghi: Mansouri aveva in una mano un telefono, nell’altra una pietra. Quando ha visto Cinturrino ha alzato il braccio come per lanciarla. In quel momento l’agente ha estratto l’arma e lui ha cercato di scappare e «una volta attinto è caduto frontalmente».
Una ricostruzione confermata anche dal pusher che era al telefono con la vittima alle 17.32 «nel momento in cui veniva attinto dal colpo». L’allarme al 118 verrà dato da Cinturrino solo alle 17.55: 23 minuti dopo lo sparo.
A quasi un mese di distanza e solo dopo essere stati indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, i quattro agenti che erano con Cinturrino hanno deciso di ritrattare le loro versioni, all’inizio univoche nel confermare che il collega ha sparato a Mansouri che impugnava una pistola. Davanti alle telecamere che lo riprendevano alle 17.33 mentre si allontanava dal bosco per salire sulla Panda di Cinturrino e correre verso il commissariato Mecenate e tornare poi alle 17.48 con una «valigetta», l’agente 28enne che era più vicino al collega che ha sparato, decide di raccontare tutto: «Nessuno ha gridato “alt, polizia!”». Mansouri non era armato. «Ho visto Zack che ha fatto il gesto di alzare il braccio, come se volesse lanciarci qualcosa. Cinturrino ha estratto la pistola, Mansouri si è spostato come se volesse cambiare direzione vedendo la pistola puntatagli da Cinturrino che subito gli ha sparato. Lui è caduto di faccia, Cinturrino una volta avvicinatosi ha girato il corpo e si è reso conto di averlo colpito». «Immediatamente» gli dà le chiavi della macchina e dice di andare «a prendere la valigetta degli atti». Quando l’agente torna, «lui ha subito aperto il cofano e ha prelevato qualcosa dalla borsa: era un oggetto nero. Poi è tornato di corsa verso Mansouri».
Gli esami della Scientifica confermeranno la presenza del solo Dna di Cinturrino sulla «guanciola destra, su grilletto, cane e impugnatura» della pistola giocattolo. Nessuna impronta o traccia biologiche di Mansouri. Sabato esiti degli esami chiuderanno il cerchio delle indagini su Cinturrino. Il fermo viene firmato dal pm Tarzia e dal procuratore Marcello Viola alle 13 di quel giorno. Ma il 41enne viene fermato nel parcheggio del commissariato ieri mattina appena arrivato da Carpiano dove vive. Cappotto e felpa grigia: «Fate quello che dovete», le uniche parole ai colleghi della Mobile, diretti da Alfonso Iadevaia e Francesco Giustolisi. Poi il passaggio in via Mompiani, al Corvetto, dove la compagna lavora come portinaia per assistere alla perquisizione. «Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto», l’ammissione in carcere al legale Pietro Porciani: «La pistola? Il collega sapeva cosa c’era nella borsa». Cinturrino – scrivono i pm – ha «colpito Mansouri con coscienza e lucidità»: «È emerso un quadro allarmante sulle potenzialità criminali dell’indagato». Per gli inquirenti «potrebbe uccidere ancora». Oggi l’interrogatorio a San Vittore davanti al gip Domenico Santoro. «Saremo rigorosissimi contro chi si è macchiato di questo delitto», assicurano il questore Bruno Megale e il procuratore Marcello Viola. «Cinturrino? Un delinquente», le parole del capo della polizia Vittorio Pisani.