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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Non predicono. Un po’ curano

Sistema simbolico, oracolo, gioco: i tarocchi abitano da secoli una soglia ambigua dell’immaginario occidentale, spesso confinati entro una lettura divinatoria che ne appiattisce la complessità. Sono, invece, un congegno culturale stratificato, che ha attraversato epoche e linguaggi senza esaurirsi. Negli ultimi tempi, l’interesse nei loro confronti è assai più vivo di quanto lo sia stato in precedenza. Già negli anni Settanta John D. Blakeley – chimico e autore del saggio La torre mistica dei tarocchi (1974) – osservava come la loro popolarità crescesse nei periodi di instabilità, quando guerre, crisi economiche e mutamenti sociali incrinano le narrazioni dominanti. Nei momenti di disordine e di crisi, quando l’eccesso di informazioni non produce maggiore comprensione, i tarocchi ritornano a funzionare come un dispositivo narrativo che, in qualche modo, aiuta a trasformare il caos in racconto, l’angoscia in domanda.
L’origine storicamente documentabile risale alle corti dell’Italia rinascimentale, dove nacquero come carte da gioco impreziosite da un raffinato apparato figurativo. Le immagini degli Arcani – allegorie, gerarchie del potere, personaggi liminali – mettevano in scena una visione del mondo condivisa, offrendo al contempo una vera drammaturgia dell’esperienza umana: nascita, autorità, crisi, trasformazione, morte. Già in questa fase, tuttavia, la densità simbolica delle carte eccedeva la loro funzione ludica. Ma è nell’Ottocento romantico dell’Europa che i tarocchi vengono riletti come depositari di una sapienza perduta. Le ipotesi – infondate sul piano storico – di origini egizie, cabalistiche o legate a società segrete risultano culturalmente decisive: li sottraggono al gioco e li collocano nello spazio dell’interpretazione.
Come accade ai testi letterari che attraversano le epoche, i tarocchi non dicono mai una sola cosa. Funzionano per analogia, per configurazioni di senso. In questo, somigliano più alla letteratura che alla divinazione: non predicono ciò che accadrà, ma rendono leggibile ciò che è già in atto. Non sorprende, dunque, l’attrazione che i tarocchi da sempre esercitano sugli scrittori. Da William Butler Yeats, che vi intravedeva una mappa dell’immaginazione poetica, a Thomas Stearns Eliot, che nella cartomante della Terra desolata condensa la frammentazione simbolica della modernità, fino a Italo Calvino, che in Il castello dei destini incrociati li trasforma in un linguaggio muto che genera racconti. Anzi, qualcosa di più: privati della parola, i personaggi calviniani mostrano come il senso non risieda nella spiegazione, ma nella sequenza che connette le immagini. I tarocchi non impongono una trama, la suggeriscono: è il lettore, come il consultante, a colmare i vuoti.
Nel Novecento, la psicologia analitica apre un’ulteriore prospettiva. Alla luce del concetto junghiano di archetipo, le figure dei tarocchi possono essere lette come configurazioni simboliche dell’inconscio, specchi narrativi attraverso cui il soggetto organizza e interpreta la propria esperienza. È così anche oggi. Usati come pratiche che mettono in moto narrazioni e domande – non come reliquie di un sapere occulto né come strumenti di credenza ingenua – essi vengono attivati in esperienze diverse sì, ma sorprendentemente convergenti.
In questa direzione si muove Maria Giovanna Luini, medico e psicoterapeuta. Per anni ha affiancato Umberto Veronesi nella direzione scientifica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (Ieo). Autrice di numerosi libri dedicati all’integrazione tra corpo e mente nei percorsi di cura, da tempo esplora anche il linguaggio simbolico come strumento utile in psicoterapia. L’interrogazione sul ruolo dell’inconscio nella cura, racconta, è stata precoce: «Mi sono accorta molto presto che dentro di noi esiste un mondo misterioso e muto dal punto di vista razionale, che però influisce enormemente anche sulla salute fisica». A suo avviso, la medicina occidentale tende a considerare questa dimensione un elemento secondario, mentre «la dimensione psichica è sempre attivamente coinvolta nel processo terapeutico»; ciò che conta davvero, sottolinea, «è dentro la persona, perché la via di cura passa da lì». Quando afferma che all’inconscio non servono grandi discorsi, precisa che «è come una porta chiusa che si apre solo grazie a stimoli particolari». Le parole spesso non bastano nel percorso terapeutico, occorrono «immagini, simboli, esperienze capaci di aggirare il controllo razionale».
In questa cornice i tarocchi – ai quali Luini ha dedicato il libro I tarocchi ti raccontano (Tea, 2019) – non sono strumenti divinatori, tanto meno in ambito medico: «Sarebbe ridicolo». Essi funzionano, piuttosto, come «potenti facilitatori di apertura», capaci di sciogliere la rigidità che inevitabilmente si crea nella relazione terapeutica. Anche quando una persona è motivata a raccontarsi in profondità, osserva Luini, porta con sé un’immagine – quella che Jung chiamerebbe persona – e tende a metterla in scena. Attraverso le immagini e il gioco, invece, «le persone si rilassano, proiettano, lasciano emergere paure e desideri, facendo affiorare contenuti che altrimenti resterebbero inaccessibili».
Determinante, in questo percorso, è stato l’incontro con Alejandro Jodorowsky, con cui ha collaborato: «Con lui, che è stato il mio maestro, ho compreso come il simbolo possa agire sull’inconscio. Più lavoravo con le immagini, più vedevo emergere cose che le persone non riuscivano a dire, o nemmeno a immaginare di avere dentro». In alcuni Paesi europei, l’impiego di strumenti simbolici in ambito clinico è ammesso come modalità per comprendere più a fondo la persona. «In Francia, in Germania, i medici possono usarli, non vengono segnalati, cosa che invece in Italia può accadere», conferma Luini.
Accanto alla pratica clinica, esistono percorsi paralleli che, pur partendo da luoghi e storie diverse, muovono da una simile attenzione per il simbolo.
È il caso di Chiara Leghissa, interprete dei tarocchi e divulgatrice. Figlia di un ufficiale dell’esercito di stanza tra Bolzano e Merano, nel 2001 – a trentacinque anni – si trasferisce a Bali, isola induista dell’Indonesia a maggioranza musulmana, con la sua prima figlia, dove trascorre undici anni lavorando in centri di meditazione. Oggi vive a Teramo con tre figli e un piccolo concilio di cani e gatti. Ha dato vita a Elpis (la «speranza» dei Greci), un canale YouTube in cui, sulle belle musiche originali di Enrico Rossi, ex carabiniere oggi compositore, interpreta oracoli e tarocchi. Lo fa senza mediazioni, offrendo a chi vi approda – e sono molti – uno spazio dedicato a ciò che eccede la misura del quotidiano.
Leghissa descrive il trasferimento a Bali come «uno spostamento radicale del punto di percezione». E per spiegarlo richiama l’immagine dei maestri che invitano a camminare all’indietro per spostare il punto di consapevolezza. Come per la sua casa, che non aveva una parete, e la sala era in diretto contatto con il giardino. «Entravano farfalle, uccelli... È stato allora che ho iniziato a intervenire sulle mie “meccanicità”, a partire dal linguaggio. Ero trilingue ma ho ridotto all’osso le parole, anche nel dialogo interno. Quando ci sono riuscita, il contatto con i simboli è diventato diretto».
Nei centri di meditazione in cui ha operato per anni, in un ambiente creativo e spiritualmente vivace, ha incontrato migliaia di persone provenienti da ambienti sociali e culturali differenti, constatando come le reazioni ai tarocchi variassero sensibilmente. «Si tratta di una mia percezione, molto soggettiva. Però – afferma – mi sembrava che i nordeuropei fossero i più inclini all’autoindagine. Gli italiani erano spesso superstiziosi, gli spagnoli più emotivi. Poi c’erano le americane che volevano risposte nette, verosimilmente quelle che speravano. Ricordo i giapponesi, di una tragicità enorme, profonda. I più tranquilli erano gli australiani».
Il rientro in Italia ha segnato per Leghissa un passaggio tutt’altro che neutro. La realtà con cui si è confrontata – come, per altri versi, conferma anche Luini – è apparsa ancora restia ad accogliere discorsi sulle architetture dello spirito: «O ti viene attribuito un alone cupo, come se si trafficasse con l’occulto, oppure si crea un personaggio che suscita interesse solo per quello. Giocarci sarebbe facile, ma anche molto triste».
Storie diverse, quelle di Luini e Leghissa, accomunate dallo stesso gesto: sostare nell’immagine, dare fiducia al simbolo. «I simboli dei tarocchi – osserva ancora Leghissa – si agganciano a una verità interiore. Alcune corde dell’essere vibrano e qualcosa cambia. È un mistero che non riuscirò mai a spiegarmi». Nel lavoro clinico come nella pratica spirituale, nelle pagine della letteratura come nei contesti più intimi dell’ascolto, le immagini degli Arcani non indicano una verità alla quale credere, ma la possibilità di stare nell’incertezza senza esserne travolti. Essi offrono immagini e ci ricordano che, se ci fosse anche una sola possibilità di predire qualcosa, quella sarebbe già dentro di noi. I tarocchi, allora, si rivelano per ciò che sono sempre stati: una risorsa immaginativa, uno strumento per dare forma a ciò che non ha trovato ancora voce. In breve, una magnifica narrazione.