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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Le fortune dei Tarocchi

Le carte come passatempo: dalla Cina, molto probabilmente. Ma anche dall’Egitto mamelucco che giocava con i nayib («Tu se’ qui, re di naibi o di scacchi?», scrive Luigi Pulci nel Morgante). Il nome: «trionfi» è di matrice petrarchesca, «tarocchi» impone molteplici sforzi etimologici (c’è anche chi lo lega al fiume Taro...). Le figure rappresentate: quelle del mondo classico mutuate dagli umanisti, come la giustizia, il sole, il carro; quelle del Medioevo come la ruota della fortuna, la papessa, il matto, l’impiccato. Se c’è un mondo stratificato, addirittura sincretistico, complesso nella storia e nell’evoluzione, legato all’antropologico bisogno di «ricreazione», è quello dei tarocchi. Favolosi e misteriosi. Una mostra a Bergamo li celebra – e riunisce – come opere raffinatissime che hanno impegnato artisti e letterati dal Quattrocento a oggi. Con diverse suggestioni. Quelle cortigiane e quelle surrealiste. Quelle degli inizi – quando i tarocchi erano «solo» un gioco di carte – e quelle divinatorie del Novecento occulto.
Si intitola Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna la mostra curata da Paolo Plebani che venerdì 27 febbraio apre all’Accademia Carrara in collaborazione con The Morgan Library & Museum di New York. Sette secoli (dal Quattrocento a oggi) di curiosità, creatività, committenze, tecniche, fortuna, manie, clamorosi successi. Con un protagonista speciale, una guest star «riunita» dopo oltre un secolo: il mazzo Colleoni, 74 carte su 78 (quattro sono andate perdute: il Diavolo, la Torre, il Cavallo di Denari e il Tre di Spade), il più completo al mondo tra quelli antichi, realizzato da Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara tra 1455 e 1490, «sparso» tra Accademia Carrara di Bergamo (che di carte ne ha 26), Morgan Library (con 35 tesori) e gli eredi Colleoni (con 13). Da qui, da un cimelio eccezionalmente ricomposto, parte il curatore per raccontare il percorso della mostra. Per fare chiarezza in una materia in cui non è semplice orientarsi.
«Dalla Cina attraverso i Paesi arabi, passando per la Spagna dove si chiamano ancora oggi naibi, le carte da gioco giungono in Italia intorno alla metà del Trecento», comincia Plebani. «Hanno un aspetto simile ai semi della nostra tradizione. I Tarocchi, invece, risalgono a un’epoca leggermente successiva, e sono un’invenzione italiana: le più antiche documentazioni arrivano dalle corti di Milano, Ferrara, dalle città di Firenze e Bologna. E per tutto il Quattrocento fino ai primissimi anni del Cinquecento prendono il nome di trionfi». Proprio come i Trionfi (1374) di Francesco Petrarca, poema allegorico in volgare dallo strabiliante successo. Petrarca vi rappresenta le forze che dominano l’umanità: l’Amore, la Pudicizia, la Morte, la Fama, il Tempo e l’Eternità in sequenza progressiva. È una simbologia non distante da quella degli Arcani maggiori. «Le prime attestazioni documentarie risalgono agli anni Quaranta del Quattrocento. A Ferrara si parla di carte per il ludus triumphorum. Come e dove nascano, però, è ancora oggetto di discussione tra gli studiosi. Le questioni di campanile nel nostro Paese appassionano molto...».
Firenze, Ferrara, Venezia. Soprattutto Milano, «da cui provengono i mazzi più belli e lussuosi, come il Colleoni». In questo nebuloso universo che attinge dall’eredità classica, dal neoplatonismo – radicati nel Rinascimento, i tarocchi incorporano la «lezione» del Timeo di Platone, vedendo il mondo come creato e ordinato da un’anima divina – dalle spinte umanistiche e dalle credenze medievali, una cosa è certa: i tarocchi sono un prodotto di corte. Svago per trascorrere il tempo nelle lunghe giornate al chiuso (al riparo dalle pestilenze?), codice della «cortesia» in cui il motteggiare, la discussione, il dialogo, la conversazione, il corteggiamento inteso come rito diventano strumenti «per rilassare gli animi dell’élite». Gioco, appunto. Plebani sottolinea: «Quando abbiamo ragionato sulla mostra ci siamo posti subito il problema di rispondere alla prima domanda che i tarocchi scatenano nel pubblico: queste carte servivano a leggere il futuro? No. È una risposta che lascia un po’ stupefatti, perché nell’immaginario odierno i tarocchi, che uno ci creda o no, sono associati alla lettura del futuro, a un’interpretazione delle carte che in quanto simboli comunicano qualcosa che riguarda noi. E invece no, i tarocchi in origine sono solo un gioco di carte con i semi delle briscole e alcune figure speciali. Un passatempo che richiede abilità e memoria, quindi generalmente più accettato dalla morale religiosa e meno soggetto alle censure del gioco d’azzardo, soprattutto nel Quattrocento, quando San Bernardino si scaglia contro una serie di piaceri». Il gioco come componente vitale e strutturale della civiltà umana: lo ha raccontato nel 1939 Johan Huizinga nel saggio Homo Ludens. Costante occidentale che attraversa arte, politica e filosofia, da Eraclito in poi. Centrale nell’autunno del Medioevo, pilastro della vita cortigiana. Con i tarocchi superstar. Per tre secoli. Poi succede qualcosa.
Tutta colpa dei francesi. La pubblicazione tra il 1781 e il 1783 degli studi di Antoine Court de Gébelin (pastore protestante che abbandona il ministero per dedicarsi alle teorie esoteriche e alla massoneria) e delle ricerche di Jean Baptiste Alliette segna una svolta nella storia dei tarocchi. I due autori sostengono che l’origine di quelle carte sia da cercare nell’antico Egitto, in un testo sacro perduto, il Libro di Thot. «De Gébelin – spiega Plebani – afferma che i tarocchi non sono altro che il retaggio dell’antica sapienza egiziana». È un’idea priva di fondamento, ma che trova terreno fertile nell’Europa del Settecento, già in piena Egittomania. «Trovata fortunatissima, direi. De Gébelin è molto conosciuto, ha un salotto a Parigi, si interessa di magnetismo animale e trova subito imitatori tra cui Alliette». Ecco come comincia la storia dei tarocchi divinatori. «Contemporaneamente si continuerà a giocare, ma l’interpretazione esoterica associata alla cabala e all’alchimia diventa dominante per tutto l’Ottocento, una specie di grande stagione notturna dei tarocchi». Il culmine di questa tendenza si può trovare in alcuni celebri mazzi realizzati tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: in mostra si potranno osservare quelli di Oswald Wirth (1889) e gli esempi del duo Arthur Edward Waite e Pamela Colman Smith (1909). «Colman Smith, la disegnatrice, è una femminista legata alle correnti esoteriche, mentre Waite, membro dell’ordine ermetico dell’Alba Dorata, sorta di confraternita simile ai Rosacroce, crea il mazzo».
Plebani, che ha studiato la materia da «illuminista», attraversa le sezioni della mostra con il rigore dello storico. «Ho cercato di raccontare questa storia mediante gli oggetti d’arte e le parole degli scrittori, inserendo carte mai viste in arrivo da Stoccarda e da Vienna, dove prevalgono i temi venatori rispetto alla nostra simbologia medievale – la ruota della fortuna compare già nella Consolazione della filosofia di Severino Boezio – ma anche opere del Novecento e di oggi».
È proprio nel XX secolo che pittori e scrittori riscoprono le carte come dispositivo simbolico e visivo facendo dialogare i tarocchi con la psicoanalisi, gli studi sul mito, i temi dell’esoterismo. I Surrealisti sono i principali artefici di questo ritorno e la prova è in mostra: a Bergamo arriva Le surrealiste (il surrealista ) di Victor Brauner, olio su tela in cui l’artista si raffigura come il Bagatto, il primo degli Arcani maggiori. C’è un altro Bagatto famoso che merita di essere ricordato e che sarà al centro della sezione «Biblioteca dei tarocchi». È Italo Calvino. Ritratto nella posa del «mago» nelle tre foto scattate da Mario Monge, provenienti da una collezione privata. «Nel 1968 Franco Maria Ricci contatta Calvino e gli propone di collaborare su una serie di temi. Gli parla di ex voto e tarocchi e lo scrittore, abbiamo la lettera in mostra, gli dice: “Guarda, gli ex voto mi piacciono, ma ancora di più i tarocchi”. L’anno successivo pubblicheranno insieme un’edizione di lusso dei tarocchi Colleoni, Il mazzo visconteo di Bergamo e New York».
Calvino usa i tarocchi come «macchina narrativa combinatoria», crea storie attraverso la disposizione e la combinazione delle carte. In una lettera a Gianni Celati (in mostra la trascrizione) lo scrittore racconta «la mania che gli è presa dei tarocchi», non tanto per il loro aspetto divinatorio ma per la loro capacità di ispirare storie. Si descrive sul suo tavolo mentre stende le carte e le figure gli suggeriscono racconti. «Il testo pubblicato da Franco Maria Ricci nel 1969 diventerà poi, con l’aggiunta di un’altra serie di storie, il libro Einaudi del 1973 che noi tutti conosciamo e abbiamo letto come Il castello dei destini incrociati».
Altri incontri nella mostra di Bergamo. Leonora Carrington (1917-2011) con il suo mazzo; Niki de Saint Phalle (1930-2002) che «conosce» i tarocchi in una fase matura della carriera con il progetto del Giardino dei Tarocchi di Capalbio; il fotografo Irving Penn (1917-2009), Max Ernst (1891-1976), André Masson (1896-1987). Il percorso si chiude con una testimonianza della sempreverde vitalità dei tarocchi: la serie di ventidue acquerelli e gouache realizzati da Francesco Clemente (1952) tra il 2008 e il 2011.