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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Benedetto Croce, che delusione!

Una moda assai diffusa nel nostro Paese è parlare male delle iniziative che vengono intraprese, specialmente in ambito culturale: troppo lente, inconcludenti, non finiscono mai… Insomma, tempo perso, soldi sprecati.
Ma ci sono fatti concreti che smentiscono queste recriminazioni, proprio nel mondo della cultura. Sta ormai per concludersi la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Labriola, presieduta da Fulvio Tessitore, e molto avanti è l’edizione delle opere di Benedetto Croce, presieduta da Gennaro Sasso. Ed è una verifica dell’astuzia della ragione il fatto che entrambe le opere siano pubblicate dallo stesso editore napoletano Bibliopolis. Anche questo, che può apparire un caso, ha una motivazione obiettiva, più profonda.
Croce considerò sempre Labriola il suo maestro, e ne parlò con massimo rispetto, pur allontanandosi assai presto dalla sua interpretazione di Marx e muovendosi in modo del tutto autonomo nell’ambito della “crisi del marxismo” esplosa nell’ultimo decennio dell’Ottocento. A sua volta, Labriola apprezzò subito il suo più giovane amico, anche se, nel campo della filosofia, ebbe forse maggiore considerazione per Giovanni Gentile, e proprio per l’attenzione che quest’ultimo aveva avuto per la filosofia di Marx.
Nel rapporto con Croce, come si può vedere dal loro carteggio, oltre a motivi di carattere filosofico, agivano anche elementi di carattere affettivo, sentimentale, che non vennero mai meno – da parte dell’uno e dell’altro: «Io – scrive Labriola a Croce il 1° dicembre del ’96 – ho qualche altro amico oltre di te, ma nessuno però ti raggiunge».
E fu la speranza che fosse proprio Croce a continuare a svolgere il filo da lui impostato a rendere più dura la delusione di Labriola, e più severe le sue parole contro quell’allievo indisciplinato, che aveva mostrato subito di voler seguire la sua strada. Basta leggere una delle ultime lettere per capire quanto Labriola fosse rimasto deluso da Croce: «tu sei l’antidivenire, l’antistoria, l’antievoluzione, l’antiempirico, l’antigenesi, l’antisecolodecimonono… per eccellenza».
Non si può dunque parlare di Labriola senza coinvolgere Croce, in generale, e anche per quanto riguarda i saggi sul materialismo storico. Anzi fu proprio Croce che spinse Labriola a rendere pubbliche le sue riflessioni su Marx e il marxismo, fino al punto di assumersi in prima persona le spese per la pubblicazione. Né Croce considerò mai chiusi i conti con il suo maestro: ne parla, in forma coperta, nella Storia d’Europa e in modo aperto nel saggio del ’38 Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia, utilizzando il carteggio con Labriola.
Un posto particolare, nell’ambito dell’edizione degli scritti di Labriola, ha il volume ora pubblicato: Discorrendo di filosofia e socialismo, a cura di Alberto Burgio, uno dei maggiori studiosi del marxismo italiano, Davide Bondì e Francesco Cerrato.
Esso pone, anzitutto, dal punto di vista ecdotico molti problemi brillantemente risolti dagli editori. Del testo esistono infatti tre redazioni: una italiana, una francese, un’ultima italiana pubblicata nel 1902 da Loescher e presentata in copertina con questa indicazione voluta da Labriola: «seconda edizione ritoccata ed ampliata». Su questo punto è già stata richiamata l’attenzione, ma qui viene fatto un lavoro di scavo che rivela in presa diretta come e perché del saggio esistano tre redazioni, entrando nel laboratorio di Labriola e mostrando come lavora, in una ricerca di continuo approfondimento, raffinamento e specificazione – anche a livello lessicale – del suo pensiero.
Al centro del Discorrendo è il problema dello sviluppo e dell’irrobustimento della criticità della dottrina, al di là delle stesse «inconsapevolezze» e «inconseguenze» di Marx: infatti «come quella dottrina è in sé la critica, così non può essere continuata, applicata e corretta se non criticamente». «Né si può dar frase più scipita e ridicola di quella che proclama il Capitale la Bibbia del socialismo. Già la Bibbia, che è un insieme di libri religiosi e di trattazioni teologiche, l’hanno fatta i secoli!», scrive nella prima redazione italiana del Discorrendo. E nella seconda redazione francese precisa: «Et serait-ce une Bible, le socialisme seul ne donnerait pas aux socialistes toute la science». E nella terza redazione italiana ribadisce: «E ci fosse pure la Bibbia, col solo socialismo i socialisti non diverrebbero onniscienti». Ma «gli è vero che in tutto il socialismo contemporaneo c’è sempre latente un certo che di neo-utopismo», sottolinea delineando lo sfondo teorico che lo aveva portato ad apprezzare e condividere la ricerca di Bernstein.
Fu proprio la pubblicazione del Discorrendo di filosofia e socialismo a spingere Croce il 21 novembre del ’96 a presentare un’ampia memoria Per l’interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, nella quale, dissentendo in modo netto da Labriola, venivano negate tutte le «tesi scientifiche» di Marx, il quale a suo giudizio era stato il «creatore di un nuovo evangelo», «apostolo delle genti o dei proletari». Qui stava la sua importanza storica; e in questo giudizio appariva ormai esplicita la distanza dal maestro.
A lungo, a proposito di Labriola, si è parlato della sua «sfortuna», alludendo alla poca circolazione e diffusione della sua opera. Non è proprio così. Gramsci, per fare un esempio, difendendolo dalle accuse di «dilettantismo» che gli rivolge nelle sue Memorie Trockij, ne sottolinea l’importanza: «in realtà il Labriola, affermando che la filosofia della prassi è indipendente da ogni altra corrente filosofica, e autosufficiente, è il solo che abbia cercato di costruire scientificamente la filosofia della prassi» – riconoscimento essenziale per Gramsci. Ma, certo, in quella affermazione c’è un nocciolo di verità. E questo conferma ulteriormente l’importanza della pubblicazione di questo testo e dell’edizione nazionale di cui fa parte. Finalmente, si potrebbe dire, viene restituito a Labriola quello che è di Labriola.
Un personaggio singolare, a suo modo unico, come aveva capito il giovane Croce e come conferma la dedica con cui fece omaggio di una copia del Discorrendo all’«amico F. Tocco»: «perché legga dopo tanta filosofia seria della filosofia spassosa».