Domenicale, 22 febbraio 2026
Victor Hugo, il gran decoratore
È una scrivania alta in legno di mogano, con due ripiani separati da colonnine tortili e due tiretti dai pomelli a testa di leone, nel pieno gusto del periodo, quell’ultimo scorcio del Diciannovesimo secolo che cerca i propri valori fondativi in un tardo Medio Evo immaginario di gloria cavalleresca e grandi cattedrali e lo racconta nei romanzi dai quali, peraltro, il suo designer ha ricavato fama imperitura, ispirando anche i grandi compositori del periodo. Hernani. Le roi s’amuse, Notre dame de Paris.
Questo arredo tutto racconta, e tutto spiega, della passione di Victor Hugo per gli interni; un interesse che esula dalla mera decorazione per farsi scambio amoroso e mozione degli affetti, esasperando la passione tutta borghese per i ninnoli che prende piede dopo la Rivoluzione Francese e attraversa l’intera letteratura del XIX secolo fino all’apogeo decadente della tartaruga col dorso incrostato di pietre preziose di Des Esseintes in A rebours.
Questo singolare pezzo di arredamento non si trova però lungo il percorso della mostra «Hugo décorateur» (fino a fine aprile) nell’omonima casa dello scrittore di place des Vosges a Parigi, oggi museo, che fu la sua residenza dal 1832 al 1848, cioè tre anni prima del lungo esilio fra il Belgio e l’Inghilterra dai quali tornò con l’aureola di padre della patria, ma nell’esposizione permanente al secondo piano, nello studio che precede la sua camera da letto, ricostruita come nelle foto che lo ritraggono sul letto di morte.
La doppia scrivania venne infatti disegnata da Hugo stesso dopo aver scoperto un giorno che i due nipotini prediletti, Georges e Jeanne, avevano pasticciato con i pastelli su alcuni fogli di appunti lasciati sul tavolo. Non volendo rimproverarli («je règne mal/et je veux pas que mon peuple me craigne», cioè “che abbia paura di me”, come scrive nella più bella delle raccolte mai composte sulla nonnitudine, L’art d’etre grand-père), concepì lui stesso uno scrittoio a due piani: quello superiore per lui che, come il beato Antonio Rosmini a Stresa, lavorava volentieri stando in piedi; quello inferiore per i due bambini perché tutti e tre potessero stare insieme au travail, che è un approccio all’educazione all’avanguardia perfino per i nostri tempi.
Non ci sono dubbi che Hugo fosse davvero «nato per essere decoratore», come raccontava spesso, con una punta di civetteria, ai suoi ospiti, e osservando la casa dell’esilio di Guernesney, Hauteville House, restaurata alla fine del decennio scorso dalla Pinault Collection e proposta anche in visita fotografico-immersiva lungo il percorso della mostra parigina, noi contemporanei potremmo aggiungere che – fatto salvo l’inevitabile eccesso di passamaneria tipico del periodo e che si ritrova nelle cornici di velluto realizzate dalla moglie Adèle – ricordi certe case di Renzo Mongiardino.
Ma in realtà tutti gli Hugo contribuivano finanziariamente o manualmente, secondo la moda occidentale del periodo (chi non ricorda le pantofole di velluto che la piccola Beth ricama per il signor Lawrence in Piccole donne?) alla miglioria delle residenze di famiglia. A differenza dell’amico di famiglia Honoré de Balzac che, pur condividendo con la compagna e futura moglie, la contessa polacca Ewelina Hanska, il gusto per l’accumulo vistoso, da cui gli anni di scrittura matta e disperatissima per pagare i creditori e anche quell’incidente alla gamba contro il decoro in ormolu, il bronzo dorato, di uno dei buffet di casa, che inflisse un colpo fatale alla sua salute già precaria, fra gli Hugo tutti, a partire dall’erede Charles, avevano piena libertà di arredare le stanze a proprio gusto, sebbene l’influenza del patriarca resti evidente anche a noi che osserviamo le immagini di quelle stanze un secolo e mezzo dopo, spesso non solo arredate ma anche ritratte dal loro autore che, notoriamente e chiunque abbia studiato letteratura francese sui manuali Lagarde Michard lo sa per via della copertina con uno di quei suoi castelli gotici avvolti nella nebbia, era anche un ottimo pittore e per ottenere gli effetti drammatici che prediligeva non esitava ad usare i fondi del caffè del risveglio e la fuliggine del camino.
L’arredo di Hugo, dalle porcellane agli accostamenti di colore scelti con il solo criterio dell’estetica o dell’eccentricità, mai per il loro valore, è frutto di scambi intellettuali, famigliari e anche extra-coniugali: «Ho bisogno del tuo amore come pietra angolare della mia esistenza», scriveva, amoroso ma sempre con un occhio rivolto alla progettazione, a Juliette Drouet, l’attrice che per lui aveva abbandonato la carriera e gli sarebbe stata accanto per cinquant’anni, dopo la morte di Adèle. Ad Hauteville House, dove Juliette l’aveva seguito nel lungo esilio, i due misero in scena la propria passione attraverso una specifica grammatica dell’arredo, in un linguaggio parallelo a quello letterario e poetico e alle ventimila lettere che si scambiarono in mezzo secolo di relazione. Hugo disegnò per Juliette la sala di ricevimento prendendo ispirazione da una serie di pannelli cinesi; lei lo sostenne nella ricerca dei mobili rinascimentali che lui smontava e faceva ricostruire a suo gusto. Il décor come mezzo di espressione, anche inconscia. Osservando il contenuto della Torre Nord, ex sala da biliardo affacciata sul Canale della Manica dove Hugo accumulava le sue trouvailles, talvolta pregiatissime, spesso solo curiose o eccentriche, fra maschere e strumenti musicali, si potrebbe stabilire un interessante parallelismo con le visioni gotiche, i castelli e i volti deformi che disegnava a china. Nessuno, purtroppo, l’ha fatto, ma al visitatore attento non sfuggirà di certo.