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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Il viaggio terrestre e celeste di Kha e Merit

Fin dai resoconti degli studiosi dell’inizio dell’Ottocento è nota l’esistenza, nella necropoli di Deir el-Medina, della cappella funebre del “direttore ai lavori” Kha e di sua moglie Merit. La storia del loro corredo funebre, tuttavia, è più complessa di quanto si possa immaginare.
Kha e Merit vivono nel villaggio di Deir el-Medina, fondato all’inizio del Nuovo Regno sulla riva ovest della capitale del regno, Tebe, per ospitare le maestranze impiegate nella realizzazione delle tombe della Valle dei Re e delle Regine di cui lui è l’architetto. Il villaggio è uno dei contesti meglio conservati dell’Egitto faraonico, uno straordinario “archivio” di vita quotidiana.
Nel 1824, fra i reperti della collezione di Bernardino Drovetti allora giunta a Torino, acquistata da Casa Savoia, figurava anche la stele funeraria di Kha e Merit, verosimilmente proveniente dall’area attorno alla loro cappella. Prima ancora che la loro tomba fosse scoperta e scavata, un oggetto importante della loro cappella era giunto a Torino.
La stele raffigura i due coniugi seduti davanti a una tavola di offerta colma di pani, frutta e anfore, mentre sopra le figure scorrono formule di offerta rivolte a Osiride e i titoli di Kha, “direttore dei lavori nella Necropoli”. Si tratta di un’immagine di prosperità, che affida alla parola scritta e all’iconografia la speranza di rinascita: un’anticipazione di ciò che, in forma più articolata, troverà spazio nei loro papiri funerari.
Trascorre quasi un secolo prima che la storia del Museo Egizio torni a intrecciarsi con questo sito. Nel 1905 la Missione Archeologica Italiana, guidata da Ernesto Schiaparelli, allora direttore del museo, avviò una campagna di scavo a Deir el-Medina.
Nel 1906, parallelamente all’attività fotografica che consentì la prima vera documentazione della cappella, Schiaparelli diede mandato di intensificare gli scavi sul lato nord della valle e, dopo quasi un mese di lavoro, il 15 febbraio 1906, la squadra individuò il pozzo di accesso a una tomba che si rivelò essere quella di Kha e Merit.
Il pozzo scende nella roccia per circa quattro metri; una scalinata conduce al corridoio che immette nella camera funeraria, a 8,5 metri di profondità dalla superficie. La galleria è inframmezzata da muretti di pietra che sigillano il passaggio ed è chiusa in fondo da una porta di legno, serrata da un peculiare meccanismo che portò Schiaparelli a segare il varco. La tomba era rimasta inviolata per oltre 3.500 anni, sepolta sotto quindici metri di detriti rocciosi.
Accanto ai sarcofagi, agli arredi, agli abiti piegati con cura, agli strumenti che raccontano la professione di Kha e la vita di Merit, emersero anche i loro papiri.
Quello che noi oggi chiamiamo “Libro dei Morti” – titolo coniato nel 1842 dall’egittologo tedesco Richard Lepsius identificando le scritte del lunghissimo papiro di Iuefankh, conservato proprio a Torino – era chiamato dagli Egizi “Formule per uscire al giorno”. Si tratta di una selezione, diversa da papiro a papiro, tratta da un repertorio di oltre 190 formule tra inni, testi magici, narrazioni mitologiche e preghiere, necessarie per affrontare il pericoloso viaggio nell’Aldilà. Per questo il papiro era solitamente collocato vicino al corpo del proprietario, parte integrante del corredo funerario.
Conserviamo due Libri dei Morti appartenuti alla coppia: durante la XVIII dinastia sono documentati papiri funerari destinati esclusivamente a donne di alto rango, collegate alla famiglia reale o a famiglie di funzionari, come nel caso di Merit.
Il Libro dei Morti di Kha fu scoperto nel 1906 sopra il sarcofago intermedio all’interno della tomba intatta. È formato da trentotto fogli di papiro di circa 35 x 40 centimetri, per una lunghezza complessiva superiore ai 14 metri, su cui sono rappresentate 33 formule; oggi è conservato al Museo Egizio. I fogli di papiro sono suddivisi in due sezioni principali, rispettivamente di 19 e 15 pezzi incollati tra loro; in un secondo momento furono aggiunti quattro fogli più piccoli per proteggere i bordi e indicare il contenuto.
La storia del papiro di Merit, oggi conservato alla Bibliothèque nationale de France, ha una storia diversa. Innanzitutto era stato originariamente pensato per Kha, il cui nome compare in alcuni capitoli: il nome di Merit fu inserito in spazi lasciati vuoti, un fatto che si spiega probabilmente con la morte improvvisa di lei. Il rotolo misura 197 centimetri ed è incompleto, tagliato su entrambe le estremità probabilmente per facilitarne la vendita sul mercato antiquario cercando di preservare le scene principali. Vi si leggono 13 formule, disposte in una sequenza omogenea rispetto ad altri papiri regali, come quelli di Yuia (KV 46) e Maiherperi (KV 36).
Questo papiro compare in Francia oltre cinquant’anni prima della scoperta della tomba, che nel 1906 fu trovata intatta sotto metri di detriti. Un evento antico, che oggi non conosciamo, separò i due Libri dei morti.
Quello di Merit riemerse alla metà del XIX secolo nella collezione del duca di Luynes, Honoré Théodoric Paul Joseph d’Albert, che nel 1862 donò l’intera raccolta – quasi settemila monete e circa mille reperti antichi – al Cabinet de Médailles et Antiques della Bibliothèque Impériale di Parigi. Tra gli oggetti figuravano “tre papiri incorniciati” per un valore di 4.500 franchi, fra cui il Libro dei Morti di Merit, allora non ancora identificato. La donazione fu ufficializzata il 7 gennaio 1863, con trasferimento nell’aprile successivo. Il papiro rimase poco studiato fino al 1886, quando Édouard Naville ne analizzò le formule senza tuttavia pubblicarne il testo integrale, che ancora oggi manca.
Entrambi i papiri hanno la peculiarità di essere stati prefabbricati, con spazi lasciati bianchi per il nome del futuro proprietario. Le formule, scritte in geroglifico corsivo – uno standard per i Libri dei Morti a partire dal Nuovo Regno – sono organizzate in colonne che si leggono da sinistra a destra. L’area di testo è delimitata da cornici colorate: tre per Kha (di colore giallo, rosso e bianco), due gialle per Merit.
Le vignette dei due Libri dei morti mostrano differenze significative: nel papiro di Kha molte figure sono miniaturistiche, stilizzate con poche pennellate e un semplice bordo rosso, anche se non mancano scene di grande maestria; in quello di Merit le figure appaiono più dinamiche, ricche di gesti e di interazioni reciproche, oltre che più vive dal punto di vista cromatico. Il confronto mette in luce approcci tecnici diversi: il Libro dei Morti di Merit privilegia l’impatto cromatico delle immagini, quello di Kha evidenzia un tratto più minuzioso e dettagliato.
La sequenza delle formule dei due papiri è sostanzialmente omogenea e racconta il viaggio del defunto dal giorno del funerale. La prima formula riguarda la processione verso la tomba, le successive l’ingresso nell’aldilà e il desiderio di incontrare Osiride. È un itinerario spirituale che traduce in parole e immagini la promessa di rinascita già evocata dalla stele della cappella.
Dal dicembre 2025 il Museo Egizio ha riallestito la sala dedicata al corredo funerario di Kha e Merit, collocando il Libro dei Morti di Kha all’interno di una teca anossica di ultima generazione – la più lunga al mondo realizzata per questa funzione – accompagnata da un’ampia infografica che ne illustra nel dettaglio struttura, apparato iconografico e risultati delle analisi scientifiche.
Grazie a un prestito della Bibliothèque nationale de France, per sei mesi anche il papiro di Merit è esposto in un dispositivo analogo, per la prima volta a disposizione del grande pubblico. Accanto ai due papiri è esposto anche il pyramidion della cappella, oggi conservato al Musée du Louvre e pure concesso in prestito all’Egizio.
Separati da un evento ignoto nell’antichità e poi dalle vicende del collezionismo ottocentesco, i due papiri sono ora riuniti ed esposti per la prima volta l’uno accanto all’altro, nel contesto del corredo funerario ricomposto grazie a questi significativi prestiti internazionali. Una ricomposizione che restituisce unità ai due papiri e alla storia stessa di Kha e Merit, iniziata oltre tremila anni fa sulle rive di Tebe e oggi nuovamente leggibile al Museo Egizio