il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2026
Game over! La crisi dei videogiochi costa 45mila esuberi (e siamo solo all’inizio)
L’Italia non ha una grande tradizione nello sviluppo dei videogiochi. Per questo ci fu una certa sorpresa quando, nel giugno 2017, Nintendo annunciò di aver affidato il suo marchio più prestigioso, quello di Super Mario, al team italiano di Ubisoft Milano. A comunicarlo dal palco della conferenza dell’E3 fu Shigeru Miyamoto, leggenda vivente nel mondo dei videogiochi, con tanto di complimenti all’autore del progetto, il game designer Davide Soliani che, commosso, esplose in un pianto poi immortalato dal meme #dontcryUbisoftMan. Il videogioco uscì pochi mesi dopo con il titolo di “Mario + Rabbids: Kingdom Battle”, rivelandosi un successo di pubblico e critica, tanto da portare alla pubblicazione di un sequel nel 2022. Nonostante questo, oggi il destino del team milanese è a rischio a causa della crisi che ha colpito Ubisoft, multinazionale francese tra le più importanti nel settore, con un valore di mercato di circa 11 miliardi di euro nel 2018, sceso ormai a poco più di 600 milioni: non una parabola isolata, ma il riflesso di una trasformazione che sta attraversando l’intera industria videoludica.
“Alcuni dei loro ultimi titoli non hanno venduto come speravano, ma questo c’entra in parte con la crisi di Ubisoft, che ha radici più profonde e riguarda l’intero segmento dei grandi studi di sviluppo”, spiega Vincenzo Lettera, direttore editoriale della testata specializzata Multiplayer.it. Secondo Lettera, tra i fattori principali c’è la repentina crescita del settore, che ha raggiunto la sua massima espansione durante la pandemia. Questo ha aumentato l’interesse degli investitori, con continui finanziamenti per nuovi progetti e con Ubisoft che, in questo senso, rappresenta un caso emblematico: nel 2018 aveva quasi 12mila dipendenti nel mondo, diventati oltre 20mila nel 2022; da allora l’organico ha iniziato a ridursi, fino agli attuali circa 17mila. L’ultima ristrutturazione è stata annunciata lo scorso gennaio, con una divisione interna in cinque creative house e la cancellazione di sei titoli già in sviluppo.
In quest’occasione, Ubisoft ha inoltre annunciato la fine dello smart working, scelta che ha portato i lavoratori a organizzare uno sciopero internazionale di tre giorni, a cui ha partecipato il 90% dei circa cento dipendenti che compongono la filiale milanese. “Negli ultimi sei anni”, spiega la rappresentanza sindacale di Ubisoft Milano, “abbiamo ottenuto risultati invidiabili lavorando in modalità ibrida. Anche a causa degli stipendi non all’altezza di Milano, molti di noi lavorano in altre città: l’obbligo di ritorno in ufficio è dunque una grave minaccia all’esistenza del nostro studio”. Il timore è che la scelta di Ubisoft nasconda un soft layoff, una strategia aziendale che spingerebbe i dipendenti a dimettersi.
Secondo Amir Satvat, noto analista del settore videoludico, tra il 2022 e il 2025 si sono registrati oltre 45mila licenziamenti. Di questi, circa 5mila sono dipendenti di Microsoft in esubero. L’azienda statunitense è stata infatti protagonista di alcune acquisizioni record negli ultimi anni, su tutte quella assai discussa di Activision-Blizzard per oltre 75 miliardi di dollari. Investimenti giganteschi che però non garantiscono la crescita, e infatti già nel 2024 sono cominciati a fioccare i tagli.
Intanto, secondo le stime della società di analisi Newzoo, il mercato dei videogiochi continua a crescere arrivando a 197 miliardi di dollari, in aumento del 7,5% rispetto al 2024, ben al di sopra di altri settori culturali come quello cinematografico o discografico che, anche se sommati, non superano 70 miliardi di valore totale. Crescono però anche le preoccupazioni degli sviluppatori, come rilevato dall’ultimo sondaggio pubblicato dalla Gdc, la più importante conferenza mondiale degli sviluppatori: il 28% degli oltre 3mila intervistati è stato licenziato negli ultimi due anni, mentre il 52% crede che l’intelligenza artificiale avrà un impatto negativo sul settore.
L’utilizzo delle IA è infatti sempre più diffuso fra i team di sviluppo e riguarda ormai ogni aspetto progettuale, dalla programmazione fino agli usi più artistici.
Il 2026 potrebbe rappresentare un anno di grande importanza per l’industria videoludica. È infatti attesa per novembre l’uscita di Grand Theft Auto VI, con un costo di produzione che potrebbe superare i 2 miliardi di dollari. “Bisogna però specificare – dice Lettera – che Gta è quasi una categoria a parte: tra il 2001 e il 2004 sono stati pubblicati tre titoli della serie, mentre l’ultimo capitolo della saga è uscito ormai tredici anni fa. Questo per rendere l’idea di come lo sviluppo sia cambiato nel tempo con i cosiddetti AAA, cioè i giochi ad alto budget, sostenibili ormai solo per poche realtà disposte a prendersi gli enormi rischi di produzione”.
Ad aumentare sono pure i prezzi per i consumatori, anche se in questo caso le cause sono imputabili soprattutto alla corsa all’IA, che ha aumentato a dismisura il costo di ram e schede di memoria, fondamentali per computer, console e servizi a essi collegati. Oggi una PlayStation 5 parte da 449 euro, 50 euro in più rispetto al lancio del 2020, nonostante l’hardware risalga a quell’anno; Xbox Game Pass, il programma di Microsoft che offre un ampio catalogo di titoli sul modello di Netflix, ha avuto una serie di rincari, arrivando a costare fino a 27 euro al mese; secondo quanto scritto da Bloomberg, Nintendo dovrebbe presto aumentare il prezzo della sua nuova Switch 2, nonostante sia stata messa sul mercato da neanche un anno.