lastampa.it, 23 febbraio 2026
El Mencho, il boss che trasformò i narcos e la mafia messicana in un esercito di droni e fentanyl
In diversi report di intelligence occidentali il cartello guidato da Nemesio Rubén Oseguera Cervantes – «aka “el Mencho”», come sta scritto anche nella taglia che il governo messicano aveva messo sulla sua testa, prima di ammazzarlo – viene elencato da tempo tra le organizzazioni “militari o paramilitari”, un vero e proprio «esercito», e la ragione, almeno per gli Stati Uniti, è che el Mencho è stato forse il leader del primo cartello entrato dentro la rivoluzione delle guerre moderne: i droni.
Viveva il traffico internazionale di droga come, appunto, una guerra. E aveva costruito per questo un esercito. Con delle compartimentazioni precise. Il suo cartello di Jalisco – a differenza di concorrenti più famosi ma meno “moderni” come il cartello di Sinaloa, o il cartello di Joaquín “El Chapo” Guzmán, che ora marcisce in una prigione di massima sicurezza – è stato il primo per esempio a sparare sull’esercito e la polizia messicana con droni e reparti di droni organizzati. Oltre, ovviamente, a spacciare grossi stock di droga attraversi i droni. Il che risolveva abbastanza facilmente il problema della frontiera, che per anni era costato morti e arresti ai narcos.
Nel 2023, ad aprile, i militari del governo messicano ritrovarono e archiviarono una toppa militare, una patch, che aveva addirittura scritto sopra «operadores droneros», accanto alla sigla del Cartel Jalisco Nueva Generación (Cjng). Come fossero un reparto preciso. El Mencho, stando all’intelligence americana, aveva spedito i suoi ad addestrarsi sull’uso di droni presso i pionieri del ramo, la sua Familia Michoacana (el Mencho è originario di Aguililla, in quella regione). Nemesio Rubén Oseguera Cervantes aveva capito che con i droni il cartello avrebbe potenziato infinitamente anche la sua intelligence e sorveglianza, soprattutto rivolta ai movimenti della Border Patrol, l’agenzia federale americana che controlla le frontiere degli Stati Uniti. Il cartello di Jalisco spesso sapeva benissimo dov’erano gi agenti federali, cosa facevano (o non facevano), e insomma, i droni avevano superato anche i metodo più tradizionali, come infiltrazione e corruzione.
Gli Usa li temevano tantissimo: secondo lo US Drug Enforcement Administration (DEA), Jalisco opera in almeno 50 stati, capace di smerciare, oltre alla cocaina, il terribile fentanyl, forse l’emergenza numero uno per tutte le ultime amministrazioni Usa, di qualunque colore fossero. Sempre per la DEA, la cassaforte di famiglia di el Mencho, chiamata “Los Cuinis” (di Michoaca), «fungeva da braccio finanziario e logistico del Cartello Jalisco e supervisionava la sua “vasta rete di operazioni di riciclaggio di denaro”». Non solo droga, droni e esercito: riciclaggio internazionale.
A El Paso i droni che volano portano ormai, abbastanza spesso, droga, e la sganciano oltreconfine senza che la polizia americana, paradossalmente, sia abbastanza attrezzata a fronteggiare questa “guerriglia della droga”. Il fatto che Donald Trump abbia sbrigativamente etichettato anche questo cartello come “Foreign Terrorist Organizations (Ftos)” – sulla scia dei report d’intelligence che citavamo – non pare li abbia fermati, anzi. Su quei droni, esperti hanno ritrovato pezzi di aziende cinesi, come la SkyFend Technology.
Insomma, esercito, droni, droni, esercito. E soldi offshore. Con una carriera che, oltre che di capo narcos, sembra quella di un generale. Il cartello Jalisco nel 2015 fu sotto attacco perché il governo cercava già lì di far fuori el Mencho. Finì che furono loro ad abbattere un elicottero dell’esercito con un lanciarazzi. Nel 2020 el Mencho tentò di uccidere, a colpi di granate e mitragliatrici ad alta potenza, l’allora capo della polizia di Città del Messico, che quel giorno parve fuori controllo stile la Mogadiscio di Black Hawk down. Il bersaglio però sopravvisse, e oggi è ministro della sicurezza federale. Se l’è legata al dito. E però el Mencho era voluto soprattutto da Trump, anche per propaganda interna americana (i confini più sicuri). Non a caso l’ambasciata messicana in America ripete le parole della Casa Bianca, «l’azione è stata condotta nell’ambito della cooperazione bilaterale, con le autorità statunitensi che hanno fornito intelligence complementare». Inizialmente infatti le truppe non ufficiali del trumpismo online avevano fatto girare che erano stati direttamente gli Usa a farlo fuori. Fuori giurisdizione. Bugia che ovviamente non dispiaceva al presidente americano.
Aveva 59 anni, Nemesio Rubén Oseguera Cervantes. Era stato poliziotto, e criminale, arrestato già nel 194 e in prigione tre anni anche negli Stati Uniti dove, nella California del nord, spacciava eroina. Quanto importante fosse lo dimostra la reazione, con il Messico messo ora a ferro e fuoco da rivolte e disordini gravissimi, incendiari soprattutto nello stato di Jalisco e nella sua capitale Guadalajara. Ma lo dimostra il fatto che Trump avesse alluso a un intervento stile Venezuela anche in Messico. Intervento che ora la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha scongiurato. State calmi, ha esortato i messicani, «c’è un coordinamento completo con tutti i governi statali». Forse intendeva anche state calmi perché, grazie a questo Trump, per il momento non arriverà.