La Stampa, 23 febbraio 2026
Da Gaza all’Ucraina passando per l’Iran così il disordine globale spaventa gli italiani
C’è un dato che più di ogni altro fotografa lo stato d’animo del nostro Paese: l’80,2% degli italiani considera instabile l’attuale situazione politica internazionale. È una maggioranza schiacciante, trasversale, che racconta una percezione diffusa di disordine globale. Non si tratta soltanto di un giudizio razionale sugli equilibri geopolitici, ma di una sensazione collettiva di fragilità, di un mondo entrato in una fase di turbolenza permanente. Tra le opposizioni questa lettura sfiora il 90,0% (86,9%), mentre tra gli elettori del centrodestra, pur prevalendo una visione negativa, l’instabilità appare meno assoluta (67,2%). Un dato interessante riguarda gli elettori della Lega: il 44,5% di loro valuta la situazione internazionale addirittura stabile.
È un elemento che merita attenzione, non tanto per il numero in sé, quanto perché suggerisce che una parte dell’elettorato interpreta le nuove dinamiche globali come delle nuove alleanze, delle ridefinizioni di blocchi considerati obsoleti e di nuove leadership emergenti, non considerate come caos, ma come trasformazione. Le aree di crisi percepite come più gravi dall’opinione pubblica nazionale, confermano una sensibilità fortemente mediatica e politica.
Il Medio Oriente (72,2%) occupa il primo posto: la guerra tra Israele e Hamas, le tensioni con l’Iran, l’instabilità regionale continuano a rappresentare per gli italiani il barometro più immediato della crisi globale. Subito dopo viene l’Europa orientale (63,3%), con il conflitto tra Russia e Ucraina che, per prossimità geografica e implicazioni economiche, resta una ferita aperta nel cuore del continente. Qui le differenze politiche emergono con chiarezza. I temi europei risultano particolarmente sentiti tra gli elettori del centrodestra; la questione palestinese mobilita invece in modo marcato le basi del Partito Democratico (83,9%) e di Alleanza Verdi e Sinistra (81,5%). Nulla di sorprendente: il colore politico si riflette nelle piazze e nei dibattiti pubblici. Tuttavia, ciò che colpisce è altro. Nonostante la possibilità di indicare più risposte nel sondaggio di Only Numbers, l’Africa, attraversata da guerre civili e instabilità in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel, viene citata solo dal 34,1% degli intervistati. L’Asia-Pacifico, con la tensione tra Cina e Taiwan e i delicati equilibri regionali, si ferma al 32,9%. È come se la percezione della crisi si concentrasse dove l’impatto emotivo e soprattutto mediatico è più immediato, lasciando in secondo piano scenari che pure avranno conseguenze profonde sugli equilibri futuri, sulle migrazioni, sulle catene di approvvigionamento, sulla sicurezza energetica… E l’Italia? Il 34,0% vede il nostro Paese come collaborativo, ma non leader. È l’immagine di una nazione che partecipa, ma non guida. Questa posizione raccoglie consensi trasversali: dagli elettori di Forza Italia (35,8%) a quelli della Lega (41,7%), fino al Partito Democratico (49,5%), a Italia Viva (52,9%) e ad Azione (81,4%). Una convergenza che racconta forse una consapevolezza diffusa: l’Italia è un attore medio, con capacità di influenza, ma senza la forza strutturale per dettare l’agenda globale. Per il 30,0% degli italiani il ruolo del Paese è soprattutto economico. Una lettura che prevale tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra (55,6%) e del Movimento 5 Stelle (57,2%), segno di una visione più prudente, forse più ancorata alle priorità interne. Diverso lo sguardo degli elettori di Fratelli d’Italia: il 43,1% riconosce all’Italia un ruolo attivo e da protagonista diplomatico, attribuendo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni un forte impegno internazionale.
La lettura che emerge da questo quadro è politica prima ancora che geopolitica dove il giudizio sul ruolo del Paese si intreccia con quello sulla leadership di governo e sul fare opposizione. Tuttavia, il dato forse più significativo riguarda le priorità che gli italiani indicano per il futuro. In un mondo percepito come instabile, la risposta non è l’escalation. Il 64,0% chiede mediazione diplomatica, seguono interventi umanitari (44,4%) e dialogo interculturale (32,3%). Solo in coda compaiono il controllo degli armamenti (26,8%) e le sanzioni economiche (20,3%). È una richiesta chiara: meno muscoli, più ponti.
L’opinione pubblica italiana, pur divisa nella lettura delle crisi e nel giudizio sul governo, sembra convergere su un punto essenziale. In un sistema internazionale frammentato e competitivo, l’Italia deve giocare la carta della diplomazia, della mediazione, della capacità di tessere relazioni. In fondo, in un mondo che appare instabile a quattro cittadini su cinque, ciò che si cerca non è la contrapposizione, ma un argine al disordine. E forse proprio qui, in questa domanda di equilibrio, può trovarsi la cifra di un possibile ruolo italiano: non potenza egemone, ma cerniera, non protagonista solitario, ma costruttore di dialogo.