repubblica.it, 23 febbraio 2026
Studio di Harvard: “Chi vive accanto a una centrale nucleare ha più probabilità di morire di cancro”
Molti studi avevano escluso rischi. Altri avevano evidenziato un piccolo surplus di alcuni tumori, soprattutto alla tiroide. Oggi una delle analisi più estese sul legame fra centrali nucleari e mortalità per cancro fa suonare un campanello d’allarme. Chi vive nei pressi di un reattore attivo ha una probabilità di morire leggermente più alta. Il rapporto condotto dalla Harvard Chan School of Public Health negli Stati Uniti è pubblicato da Nature Communications.
I ricercatori hanno preso in esame tutte le centrali nucleari in funzione negli Stati Uniti. Poi hanno raccolto i dati sulla mortalità per tumore, contea per contea, e li hanno associati alla distanza dagli impianti attivi. Nel periodo coperto dall’analisi – tra il 2000 e il 2018 – secondo i ricercatori di Harvard sono avvenuti 115mila decessi negli Stati Uniti legati alla vicinanza con un reattore: circa 6.400 all’anno. Nelle fasce d’età più a rischio (gli uomini tra 65 e 74 anni e le donne tra 55 e 64) l’aumento di probabilità di morire di cancro è di circa il 2%.
La correlazione statistica, sottolineano gli epidemiologi, non basta a stabilire un rapporto di causa ed effetto, tanto più che nello studio mancano le misurazioni sul livello di radiazione nell’ambiente. Il dato, auspicano i ricercatori, dovrebbe però spingere a effettuare ricerche più approfondite.
“La nostra analisi – spiega Petros Koutrakis, uno degli autori, docente di salute ambientale di Harvard – suggerisce che vivere nei pressi di un impianto nucleare attivo può portare a un rischio di tumore misurabile, che tende a diminuire con la distanza. La nostra raccomandazione è di condurre nuove ricerche, particolarmente ora, quando il nucleare viene indicato come una soluzione pulita di fronte al cambiamento climatico”.
Lo scorso dicembre gli stessi ricercatori avevano pubblicato su Environmental Health uno studio analogo, ma limitato al Massachusetts. Anche in quel caso, partendo dal codice postale della residenza delle vittime di cancro, avevano notato una correlazione con la vicinanza a una centrale atomica. L’aumento dell’incidenza osservato era stato del 3,3%, concentrato nei primi 30 chilometri dall’impianto e fra la fascia della popolazione più anziana. Un po’ tutti i tumori mostravano un aumento di rischio. Non c’era il leggero picco della tiroide osservato ad esempio da uno studio canadese del 2024.
Tra l’università di Harvard e il presidente americano Donald Trump, sostenitore del nucleare, non è mai corso buon sangue. L’anno scorso il capo della Casa Bianca aveva tagliato buona parte dei fondi per la ricerca all’ateneo di Boston, che aveva risposto con una serie di azioni legali. Oggi gli Stati Uniti puntano molto sul nucleare per soddisfare l’aumento della domanda di elettricità causato dall’intelligenza artificiale.
Gli Usa sono il massimo produttore di energia da fonte atomica (generano il 30% del totale mondiale), con 94 reattori in 54 impianti in 28 stati che coprono circa il 20% dell’elettricità del paese. Al momento del picco, negli anni ’90, i reattori avevano raggiunto la cifra di 112. All’interno delle centrali vengono spesso conservati anche i rifiuti radioattivi, che negli Stati Uniti ammontano ormai a quasi 100mila tonnellate. Trump la settimana scorsa aveva chiesto agli stati di candidarsi per ospitare un deposito permanente. Nessun paese al mondo finora è mai riuscito a realizzare un sito dove confinare in modo sicuro e duraturo il combustibile consumato.