la Repubblica, 23 febbraio 2026
Iran, Khamenei prepara la sua successione: “Se viene ucciso potere a un triumvirato”
Sei giorni fa, circondato da caccia e portaerei americani, pressato dalle piazze dei giovani in rivolta, Ali Khamenei ha parlato alla folla di Tabriz senza mostrare esitazioni: «Per 47 anni l’America non è riuscita a eliminare la Repubblica Islamica. E non ci riuscirà adesso». La sopravvivenza del sistema è da sempre la priorità politica e strategica dell’ayatollah, che ha 86 anni e governa col pungo duro l’Iran da 37. Non sorprende, dunque, che la Guida Suprema abbia già predisposto i piani per la sua successione nel caso in cui venisse ucciso in un attacco americano.
È un processo iniziato dopo la guerra di giugno: le linee di comando sono state duplicate per colmare eventuali decapitazioni della leadership, il presidente Pezeshkian ha delegato una serie di poteri ai governatori, è stato creato un consiglio di Difesa che coordina diverse istituzioni. È la logica con cui Khamenei ha costruito in quattro decenni la resilienza del sistema, creando una burocrazia fedele e moltiplicando le strutture di sicurezza e difesa in modo da preparare l’apparato ad assorbire gli shock.
Il New York Times sostiene che il rahbar abbia ora indicato anche un triumvirato a cui affidare la gestione nel caso in cui venisse ucciso dagli americani, ne farebbero parte il generale Ghalibaf, attuale speaker del Parlamento, l’ex presidente moderato Rouhani, l’uomo dell’accordo con l’Occidente, e soprattutto Ali Larijani, 67 anni, l’attuale capo del consiglio di sicurezza nazionale tornato all’apice della politica iraniana dopo un periodo di relativa emarginazione.
Nato a Najaf, città culla dello sciismo iracheno, Larijani viene da una importante famiglia religiosa, incarna la storia, e nei piani di Khamenei, la continuità della Repubblica islamica. Suo padre, Mirza Hashem Amoli era ayatollah, lui ha avuto un’educazione laica: doppia laurea, in informatica e filosofia, tesi su Kant. Si è destreggiato tra le correnti della politica iraniana mostrando ora il lato moderato, ora il pugno duro.
Sposato con Farideh, la figlia di Morteza Motahari, religioso allievo di Khomeini, da ministro della Cultura, nei primi anni Novanta, legalizzò le videocassette, aprendo ai punti vendita dove finalmente gli iraniani potevano andare a procurarsi i film di Hollywood e Bollywood senza essere costretti a registrazioni clandestine. Da capo della tv statale, invece, la Irib braccio di propaganda del sistema, fu il primo a mandare in onda “documentari” con le confessioni forzate degli oppositori arrestati.
Sempre fedele a Khamenei, lo aiutò a boicottare alcune riforme dell’ex presidente Rafsanjani, che avrebbero aperto le porte a élite economiche indipendenti dallo Stato, ma ebbe buoni rapporti con Rouhani, il presidente degli accordi con l’Occidente, che Larijani ha sempre sostenuto. Negli anni più recenti si è espresso a favore della libertà di scelta sull’hijab, ma è stato anche uno dei principali artefici della repressione di gennaio. «Larijani rappresenta l’aristocrazia clericale iraniana. Suo fratello Ardashir, è uno dei maggiori teorici della Repubblica Islamica, lui è un conservatore pragmatico», spiega lo storico iraniano Arash Azizi. È una destra in conflitto con la «nuova destra» più radicale e populista. «L’ex presidente Ahamdinejad lo detestava proprio in quanto rappresentante di quella aristocrazia».
Le sue posizioni sono solo apparentemente in contraddizione, dice Azizi: «Essere a favore di aperture sociali può stare insieme alla repressione più bruta nell’ottica del sistema. Tutti quelli che si candidano ad essere i Bonaparte d’Iran dopo Khamenei – Larijani, Ghalibaf, Shamkhani – sanno che se vogliono evitare il crollo del sistema devono concedere libertà sociali, porre fine all’anti-occidentalismo e puntare sull’identità nazionale dell’Iran. Ma non credo che Larijani abbia le carte per essere il nuovo Bonaparte, perché incarna l’aristocrazia e perché altri più di lui hanno legami forti con i Pasdaran».