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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Imputata di un processo si scusa con le vittime, ma per il giudice non è pentita: le lettere erano scritte da ChatGpt

Dopo il matrimonio dichiarato nullo perché le promesse erano state scritte con ChatGpt, un nuovo caso riapre il dibattito sul valore legale dei testi generati dall’intelligenza artificiale. La vicenda questa volta si è svolta in Nuova Zelanda, dove una donna, accusata di incendio doloso, furto con scasso, aggressione e resistenza a pubblico ufficiale, ha utilizzato l’intelligenza artificiale per scrivere alcune lettere in cui esprimeva il proprio rimorso, un fattore che può attenuare la condanna. Ma il giudice che si è occupato del caso è voluto andare a fondo: con una ricerca online ha facilmente scoperto che i testi erano stati generati con l’intelligenza artificiale, effettuando solo piccoli ritocchi. Il giudice non ha ritenuto sincero il pentimento espresso nelle lettere e pertanto non lo ha preso in considerazione per lo sconto di pena. 
Le lettere scritte con l’IA
Da quanto si legge sulle trascrizioni dell’udienza reperite dal New York Times, Tom Gilbert, il giudice del tribunale distrettuale di Christchurch, ha affermato: «Per curiosità ho inserito in due strumenti di intelligenza artificiale la richiesta “scrivimi una lettera per un giudice che esprima rimorso per il mio reato”. È apparso subito evidente che si trattava di due lettere generate dall’intelligenza artificiale, anche se con alcune modifiche marginali». Le lettere indirizzate alle vittime e alla corte dall’accusata erano ben scritte, e il giudice ha riferito di non criticare l’uso dell’intelligenza artificiale in sé, ma di non poter essere convinto da un imputato che si è limitato a generare un testo con il computer. La donna è stata condannata a ventisette mesi di reclusione e dovrà pagare tremila dollari a titolo di risarcimento. La domanda che sorge a seguito dell’accaduto è: possiamo ritenere davvero nostra la paternità di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale?

Dipendiamo sempre più dall’IA
Le persone dipendono sempre di più dalle macchine nello svolgimento dei propri compiti, e questa pratica riapre il dibattito su quanto sia rischioso l’uso di questa tecnologia per scopi personali e ufficiali. Gli strumenti di AI vengono utilizzati su larga scala, con l’idea che consentono di risparmiare tempo e produrre lavori migliori. Sempre più spesso, le persone affidano alle macchine molti compiti, tra cui scrivere scuse, elogi funebri e promesse di matrimonio, forse risparmiando tempo prezioso ma anche attirando l’ira di alcuni dei loro simili quando viene scoperto che testi così personali, in cui l’intenzione e la sincerità contano quanto e più della forma, non sono frutto del proprio pensiero.
Da diversi studi emerge che l’uso prematuro e prolungato dell’intelligenza artificiale può essere connesso a un declino cognitivo: comprometterebbe la capacità di pensiero critico, la memorizzazione e la capacità di elaborazione, portando a lungo andare a un’atrofia cognitiva.
Questa tecnologia migliora costantemente, tanto che secondo l’International AI Safety Report, «le capacità dell’intelligenza artificiale avanzano più rapidamente della nostra possibilità di gestirne i rischi». Il pericolo è stato sottolineato recentemente anche da Mrinank Sharmal, a capo del team di ricerca sulle misure di sicurezza dell’IA di Anthropic, l’azienda sviluppatrice dell’intelligenza artificiale Claude, che si è dimesso affermando in una lettera pubblicata il 9 febbraio sul suo profilo X: «Durante il mio periodo qui, ho visto più volte quanto sia difficile lasciare che i nostri valori governino davvero le nostre azioni. L’ho visto dentro me stesso, dentro questa organizzazione, dove siamo costantemente sottoposti a pressioni che ci spingono a mettere da parte ciò che conta di più». Nella lettera scrive anche: «Sembra che ci stiamo avvicinando a una soglia in cui la nostra saggezza deve crescere nella stessa misura della nostra capacità di influenzare il mondo, altrimenti ne affronteremo le conseguenze».