Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Intervista a Emilio Giannelli

Non è che con i novant’anni dietro l’angolo uno possa dare del drogato a un signore gran borghese, avvocato dall’età di 24. Eppure che per Emilio Giannelli, vignettista di prima pagina del Corriere della Sera dal 1991, la matita – anzi «il lapis» come dice – sia la droga della sua vita, è qualcosa di indiscutibile. Lo confessa lui stesso: «Ho una passione tale per il disegno che proprio non ne posso fare a meno». Tanto che metà della sua vita se n’è andata a far vignette. Il problema è che a Siena l’hanno capito «e di questa cosa se ne approfittano», scuote la testa bonario, «sono diventato un bancomat del disegno. Qualsiasi ricorrenza mi chiamano e me lo chiedono: il compleanno, il calendario...».
Senesi invadenti? Forse, ma mai parlerebbe male dei suoi concittadini, uno che si definisce «senese incancrenito». Certo, lui li ha abituati: «Facevo caricature di professori e compagni di scuola sui giornalini studenteschi: 51 liceo che parla era uno, nel 1951. Io sono del 1936: avevo 15 anni». Se però si vuole andare indietro dalle prime caricature al primo disegno, ecco che sullo scaffale della libreria nella sua casa della campagna senese nel comune di Sovicille spunta un ritratto di Vittorio Emanuele III re d’Italia: «Lo feci a 5 anni, nel 1941. L’ho ritrovato perché l’aveva conservato la mia mamma». Chissà quanto era orgogliosa, vien da dire: «Eh no», replica lui, «la mia mamma non mi ha mai incoraggiato, non lo considerava un lavoro disegnare».
Una famiglia importante quella della signora Elena Falaschi in Giannelli: suo padre Enrico – anche lui avvocato come lo sarà il nipote Emilio – a fine ’800 è stato sindaco di Siena, nonché deputato del Regno d’Italia. Scomparso nel 1929, non ha mai conosciuto il nipote, che a 24 anni, già laureato e principe delle Ferie Matricularum della goliardia, entrava nell’ufficio legale della banca-istituzione cittadina, il Monte dei Paschi, fino a diventare poi direttore generale della Fondazione del Monte. Tra un disegno e l’altro. In quel campo l’avvocato Giannelli è per i senesi Em. Gia. come si siglava all’inizio per non “compromettere” troppo la serietà del cognome. «Eh sì, a Siena ero più conosciuto come Em. Gia. che come Giannelli. Tanto che una volta in un laboratorio di ceramica dove portavo a cuocere le mie statuette (di politici internazionali e italiani, alcune le trovate in questo servizio; ndr) entra un signore milanese e il titolare mi presenta: “Questo è il mio amico Em. Gia. bravissimo a fare le caricature e le vignette, ne fa tantissime”. Quello mi saluta e dice: “Complimenti, un piccolo Giannelli insomma”. Al che ho replicato al volo: “Né piccolo, né grande: sono 1 metro e 75...”. E lì il milanese ha strabuzzato gli occhi e capito: mica si immaginava che proprio a Siena potesse esserci il vignettista del Corriere...». Eppure dal 1991, quando il direttore Ugo Stille lo strappò a Scalfari per portare anche sul Corriere la vignetta in prima pagina, quell’inesauribile creatore di acuminate frecciate dissacranti che paradossalmente nascono tra le mura dell’antica canonica di Trecciano, con tanto di abside (come mostra l’autoritratto in vignetta in apertura d’articolo; ndr) è un tassello fondamentale dell’istituzione Corriere della Sera che veleggia verso il compleanno n° 150.
La vita dell’avvocato-vignettista è decollata come dice lui «in età avanzata». Giannelli la racconta così: «Un giorno, di ritorno da un viaggio di lavoro al Sud per la banca, mia moglie mi dice che mi ha cercato al telefono uno “che si chiamava come il caricaturista di Repubblica”. E che aveva lasciato il numero per essere richiamato. Lo faccio subito e dall’altra parte c’è Giorgio Forattini che mi chiede di collaborare al supplemento Satyricon del giornale». Pazzesco ma neanche troppo: c’è una premessa. «Mi ero azzardato a mandare una vignetta a Satyricon, una di quelle con doppia scena come spesso faccio», ricorda Giannelli. «Avevo visto in tv l’arrivo in Italia del presidente Usa Carter, ricevuto all’areoporto da Pertini e Fanfani. Era venuto con la figlia piccola, che portava attorno al collo un orsacchiotto. Nella scena sotto immaginavo la loro partenza per tornare negli Usa, con la bambina che dava l’orsacchiotto a Pertini e si portava via Fanfani».
Ma ci fu un’altra telefonata di Forattini, forse ancora più importante: quella dell’82 in cui gli rivelava che lasciava Repubblica per La Stampa e che Scalfari per sostituirlo sulla prima pagina aveva fatto il suo nome. «Andai a Roma a conoscere Scalfari per parlare della cosa. Su quell’incontro avrebbe poi ironizzato Giampaolo Pansa, scrivendo che Scalfari si aspettava di vedere un giovane coi capelli lunghi e magari l’orecchino e quando scorse dietro il vetro divisorio un signore in grisaglia da bancario chiese se quello era il babbo di Giannelli!». Il fondatore di Repubblica non solo lo prese ma gli regalò pure un fax da cui mandare tutti i giorni la vignetta al giornale, visto che, per il suo lavoro di avvocato, Giannelli non poteva lasciare Siena per trasferirsi a Roma. Nella Capitale aveva fatto il servizio militare e in quel periodo lavorò in redazione a Il Travaso delle Idee, giornale di satira, nato nel 1900 e chiuso nel 1966. Giannelli mostra un quadretto con un disegno «dove si autoritrae, in caricatura, il direttore Guastaveglia, detto “Guasta”». All’epoca, oltre al Travaso erano popolarissimi anche il Marc’Aurelio, nato nel 1931, in pieno fascismo, celebre per essere stata la palestra da disegnatori di Federico Fellini ed Ettore Scola. O, a Milano, Il Bertoldo, nato come Giannelli nel 1936 per l’editore Rizzoli, con Cesare Zavattini come fondatore.
In quegli anni, nonostante il fascismo, la satira è un genere trainante e dopo la Seconda Guerra mondiale l’exploit si amplia ancora. Sottolinea Giannelli: «A dire certe cose ormai si passa per nostalgici e io non vorrei proprio ma non è vero che durante il fascismo la satira fosse assolutamente proibita. Anzi, all’inizio era abbastanza tosta, ricordo certi disegni di Galantara. Poi negli anni del regime andò scemando fino a riesplodere dopo la guerra con giornali come Il becco giallo e altri». Un esempio è Il Candido di Guareschi, con le sue critiche anticlericali alla Dc oltre che ovviamente ai comunisti.
L’ondata però non dura molto. E già alla fine dei Sessanta e per tutti i Settanta «cominciava gradualmente a finire ogni possibilità di collaborare ai giornali come vignettisti. Ecco spiegato perché ho cominciato tardi. La satira era invisa alla Democrazia Cristiana che rispondeva con continue querele e accuse di blasfemia, ma anche ai comunisti: il fumetto era considerato una cosa americana e quindi da evitare». Poche le eccezioni. Una serve a Giannelli per prodursi in un altro aneddoto dei suoi: «L’unico superstite fu Giorgio Cavallo, che ho poi conosciuto, e che continuava a fare vignette parapolitiche sull’Europeo. Ma finì pure per lui, tanto che diceva di essere diventato “un cavallo con le ali”. Infatti, a Torino, abitava sopra un pollivendolo. Il quale vendeva molti petti e cosce di pollo, mentre le ali non le voleva nessuno. Le regalava a Cavallo, che, ormai in ristrettezze, tirava a campare così, da “cavallo con le ali”».
Ed eccoci agli Ottanta del disimpegno, che quindi riportarono in auge le vignette. E però il “cazzeggio” tornava a coniugarsi con la critica sociale e politica. «Forattini si scatenò su Paese Sera», ricorda Giannelli, «e fece quella storica di “è saltato il tappo”, quando Fanfani perse il referendum sul divorzio. Certo con Forattini io però ci litigavo quando diceva che la satira può fare qualsiasi cosa: no, anche la satira soggiace alle leggi, il disegnatore non è impunibile, il limite della diffamazione esiste. Sarà per i miei studi di diritto fatti sotto la guida del grande giurista Paolo Barile ma io sono legalitario». Oggi l’affermarsi del politically correct ad ogni costo lo lascia interdetto: «La satira è per definizione politicamente scorretta. Io non capisco perché non si possa insistere sul difetto fisico. D’accordo che non lo si debba usare da solo per criticare un personaggio. Ma se si accoppia a un difetto di comportamento politico allora la vignetta deve poter essere anche la caricatura fisica del politico. Andreotti se ne infischiava dei disegni con la gobba. Invece a me è capitato che Schifani mi scrivesse su carta intestata del Senato per lamentarsi che l’avevo disegnato col riporto. Ora poi è proibito fare Brunetta piccolo o ti denuncia perché speculi sulla sua malattia. Beh, questo, Fanfani non lo faceva, va detto».
Il tema delle vignette contestate è ben presente nei ricordi di Giannelli e in questo servizio ne trovate alcune. Dalle «lezioni sull’odio» che fecero insorgere la comunità islamica, a quella che andò di traverso alla Fiat nelle celebrazioni del centenario nel 1999 («Il giornalista economico Massimo Riva si complimentò perché ero stato l’unico a pungerli»). 
Ai tre “magi centristi” Fini-Casini-Rutelli che nel 2010 del progetto “Terzo Polo” non presero bene la domanda al passante se «per la mangiatoia» dovessero andare a destra o a sinistra. Se Berlusconi non ha mai eccepito sulle scarpe col tacco alto ma solo quando si parlava dei suoi affari da industriale legati a Mediaset o Fininvest, un capitolo a parte riguarda l’ex presidente Giorgio Napolitano: «È stato l’unico a farmi cascare le braccia. Di quelli di un tempo, eh: oggi mi cadono le braccia quasi per tutti: ah, cosa è diventata la politica... Napolitano una prima volta se la prese quando nel 1997 era ministro dell’Interno e lo disegnai per il sequestro di Silvia Melis mentre diceva che non era stata pagata una lira. Mi chiamò per dire che non c’entrava nulla con la vicenda. Ma come? Era o no ministro dell’Interno? 
Poi, quando nel 2018 arrivarono i grillini a Palazzo e Fico diventò presidente della Camera, lo disegnai che quasi sveniva alla sua vista, sostenuto dai corazzieri. La mattina che doveva andare alle consultazioni per il governo da presidente emerito trovò il tempo di scrivermi una letteraccia dicendo che non perdevo occasione per essere cinico e che dovevo finirla di denigrare le persone. Gli risposi che la vignetta voleva prendere in giro i nuovi arrivati grillini ed era semmai un omaggio a chi incarnava la vecchia Repubblica. Rispose tre giorni dopo che la mia interpretazione della vignetta non era corretta. Interpretazione? Ma saprò che volevo dire, l’avevo fatta io!».

Della vecchia Repubblica, come dice lui, faceva parte l’unico politico che davvero piaceva a Giannelli: Ugo La Malfa con il suo Partito repubblicano.
Dei 90 anni in arrivo non pensa benissimo, li chiama «il dramma». E riflette: «Quando ero giovane e vedevo un 90enne pensavo: “È un vecchio”». La passione per la legge e il mestiere di avvocato l’ha trasmessa al figlio ma la frenesia per il disegno no: «Lui ha avuto un sacco di passioni, ora vive qui vicino a me, sempre in sella ai cavalli: ma disegnare proprio no». 
C’è voluto un altro passaggio generazionale per ritrovare la gioia del «lapis». Sulla parete mostra un disegno di sua nipote, un mazzo di fiori: «L’ha fatto a 10 anni. Allora era spesso qui e mi affiancava curiosa al tavolo da disegno. Mi chiedeva di disegnarle i gattini e quelli in molte mie vignette sono per lei. Ora studia design di interni al Politecnico di Milano». Sospira, Giannelli. Ma non è triste: «Pensavo a quando intervistarono la donna più vecchia del mondo, mi pare avesse 113 anni. Chiesero qual era la cosa più strana della vita a quell’età. E lei: “Avere un figlio di 90 anni, direi». Giù con l’ennesima risata