corriere.it, 22 febbraio 2026
Russia-Ucraina, perché gli Usa vogliono un accordo entro l’estate? Il business da 12 mila miliardi con Mosca e l’illusione di Trump
Perché Donald Trump preme molto su Kiev (e molto meno su Mosca) perché si arrivi a un accordo almeno di tregua a lungo termine in Ucraina prima dell’estate? Perché le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sul gradimento della sua amministrazione sono sempre meno gradevoli per lui. Ma anche, come aveva scritto già a dicembre la corrispondente del Corriere dagli Usa, Viviana Mazza, «per ragioni di eredità politica» (vuole essere ricordato come il presidente che, in un modo o nell’altro, ha fatto cessare il conflitto). E, infine, «lui e i suoi inviati, da imprenditori, vedono anche la possibilità di affari legati alla ricostruzione».
Su quest’ultimo punto torna l’Economist, con un’analisi su quanto potrebbe davvero valere, per gli Stati Uniti, un deal, un accordo con Mosca. «Volodymyr Zelensky, citando rapporti dell’intelligence ucraina, sostiene che la Russia ha promesso accordi per un valore di 12.000 miliardi di dollari agli Stati Uniti in cambio dell’allentamento delle sanzioni e una fonte interna ritiene che un pacchetto sia già stato concordato – scrive il settimanale britannico -. In Europa crescono i timori che il presidente Donald Trump possa costringere l’Ucraina a concessioni paralizzanti (qui un approfondimento di Federico Fubini, ndr) entro giugno – la sua più recente scadenza per la pace – per inseguire l’oro in Russia».
L’abbraccio con la Cina
Nella visione di The Donald, un accordo di pace o di tregua che faccia uscire la Russia dall’isolamento internazionale servirebbe anche a staccare quest’ultima dall’abbraccio con la Cina, diventato sempre più soffocante dall’inizio dell’invasione, per avvicinarla agli Stati Uniti. Non si può dire che il Cremlino non sia stato al gioco: «Le promesse di ricchezza sono da tempo al centro della strategia di Vladimir Putin. Prima che il presidente russo incontrasse Trump ad agosto, secondo quanto appreso dall’Economist, era stata redatta una nota per il Consiglio di sicurezza nazionale russo nella quale si spiegava come proporre “l’affare migliore” a Trump. Dall’aprile scorso, Kirill Dmitriev, che gestisce un fondo statale russo, ha incontrato Steve Witkoff l’inviato speciale di Trump, almeno nove volte. Persone vicine alla famiglia Trump sono state in trattative per acquisire partecipazioni in asset energetici russi. All’America sono stati offerti accordi per petrolio e gas nell’Artico, miniere di terre rare, un data center alimentato da energia nucleare e un tunnel sotto lo Stretto di Bering».
I premi in palio
Però, fa notare l’Economist, fare affari per 12 mila miliardi di dollari con un Paese il cui Pil ne vale 2.200 (meno di quello dell’Italia, nonostante una popolazione più che doppia e un territorio immenso) è un po’ da libro dei sogni. Il che non vuol dire che per gli Stati Uniti non ci sia alcune «dividendo della pace» in vista. «Per distinguere il tesoro dalla trappola – spiega l’Economist – abbiamo parlato con decine di ex funzionari, professionisti dell’intelligence, dirigenti del settore energetico e confidenti aziendali. Gli ottimisti sostengono che l’energia a basso costo, i minerali vitali e i 145 milioni di consumatori russi potrebbero rappresentare un’enorme manna per le aziende occidentali. La nostra analisi, tuttavia, suggerisce che le ricchezze disponibili sono solo una piccola frazione di ciò che il Cremlino sta decantando. Peggio ancora, la Cina sta già superando l’America nell’aggiudicarsi i premi in palio».
È indubbio che, come dice Charles Hecker del Rusi, un think tank di Londra, «Kirill Dmitriev ha avuto un notevole successo nel suo tentativo di stuzzicare l’interesse della comunità imprenditoriale americana». E, visto che, prima del 2022, le aziende occidentali che facevano affari in Russia erano in gran parte europee piuttosto che americane, ora gli Usa sperano che, facendo uscire la Russia dal tunnel, siano le sue aziende a poterne trarre beneficio. Anche perché Bruxelles sarà presumibilmente assai più restia di Washington nel revocare le sanzioni imposte a Mosca. Però la storia insegna che le aziende sono restie a tornare in Paesi colpiti da sanzioni, soprattutto se vi è incertezza sul futuro (l’Economist cita il caso dell’Iran dopo il passato accordo sul nucleare, ma si potrebbe ricordare che le aziende petrolifere Usa, di recente, non si sono dette propriamente entusiaste di investire in Venezuela).
Le nicchie occupate
A questo proposito, c’è un possibile effetto boomerang che forse Trump e i suoi sottovalutano: «Un accordo di pace che lasciasse l’Ucraina demoralizzata e indifesa incoraggerebbe Putin a invadere di nuovo, il che significherebbe il ripristino delle sanzioni. I controlli sui capitali tornerebbero e il complesso militare-industriale estrometterebbe gli altri settori. Le aziende occidentali tornerebbero al punto di partenza, o peggio».
In più, «molte nicchie abbandonate dagli occidentali nel 2022 sono state da allora occupate da aziende provenienti da Asia, Turchia e altri Paesi. La Cina ha fornito il 57% delle importazioni di beni della Russia nel 2024, rispetto al 23% prebellico. L’autostrada che collega l’aeroporto principale di Mosca alla città, un tempo costeggiata da concessionarie di automobili europee e giapponesi, è ora fiancheggiata da concessionarie cinesi. L’"amicizia senza limiti” della Russia con la Cina, tanto diseguale quanto illimitata, ha fatto sì che il 30% degli scambi commerciali russi sia denominato in yuan».
Le materie prime russe
Il settimanale britannico non sottovaluta l’enorme potenziale di materie prime russe, in particolare nella regione artica. Anche in questo caso, però, attenzione a farla troppo facile. John Kennedy, ex inviato commerciale britannico attualmente analista di Rand Europe, fa notare che in Russia il fisco è rapace; i tribunali sono corrotti; i contratti non hanno alcun valore. E le ritorsioni contro le aziende per motivi politici sono sempre dietro l’angolo. E, quanto alle terre rare, grande obiettivo di Trump per togliere una potente arma di ricatto dalle mani di Pechino, «il sogno russo delle terre rare si scontra con le stesse difficoltà pratiche di altre imprese artiche, più una. La Cina, che ha il quasi monopolio dell’estrazione e della lavorazione delle terre rare a livello mondiale, esercita uno stretto controllo sul know-how necessario per estrarre e raffinare tali minerali. Finora si è dimostrata riluttante a condividerlo con la Russia, per timore che diventi un rivale o che trapelino segreti». Lo sarebbe ancora di più se i russi iniziassero a guardare verso Washington.
La conclusione dell’Economist è che «finché Putin sarà al potere, ci saranno scarse possibilità che di nuovo Eldorado in Russia. Supponiamo che le importazioni russe tornino ai livelli del 2021, con l’America che ne fornisce un improbabile 50% (ovvero 190 miliardi di dollari all’anno). Supponiamo poi che i ricavi totali di tutte le imprese straniere in Russia si riprendano in modo analogo, e che anche quelle americane ne ottengano la metà (150 miliardi di dollari). I due flussi ammonterebbero comunque a soli 340 miliardi di dollari all’anno di flussi (non di profitti). È estremamente improbabile che anche questi flussi possano durare, ininterrottamente, per i decenni necessari a raggiungere un valore vicino ai 12.000 miliardi di dollari promessi dal Cremlino. Che le imprese americane possano estrarre risorse per un valore di trilioni di dollari dall’Artico russo appare altrettanto improbabile».
Accordi redditizi
Ciò non toglie che «individui vicini alla Casa Bianca (non esclusi, ci viene da aggiungere, membri della famiglia Trump, ndr) potrebbero assicurarsi accordi redditizi. Una fonte interna a Washington rivela che c’è chi ha parlato con gli inviati del Cremlino di posti nei consigli di amministrazione di aziende russe. I nuovi sviluppi immobiliari e le rendite derivanti da attività come la gestione degli oleodotti potrebbero riempire qualche tasca in più. Dmitriev ha esperienza in questi tentativi di influenzare i funzionari americani. Un rapporto sullo spionaggio russo, redatto nel 2020 dalla commissione intelligence del Senato americano, conta 152 riferimenti a lui, per lo più riguardanti tentativi di cooptare persone vicine a Trump».
Alla fine, al guadagno di pochi potrebbe corrispondere un danno complessivo per l’America (e non solo). Nonché un insperato vantaggio per un’economia russa che, sempre sull’Economist, Alexandra Prokopenko, del Carnegie Russia Eurasia Centre, descrive così: «Gli occidentali continuano ad aspettare che l’economia russa crolli. Non accadrà. Ma nemmeno si riprenderà. È entrata in quella che gli alpinisti chiamano la zona della morte: l’altitudine sopra gli 8.000 metri alla quale il corpo umano si consuma più velocemente di quanto possa essere riparato. (...) L’economia russa ora si basa su quella che potremmo definire “rendita militare": trasferimenti di bilancio alle imprese della difesa che generano salari e attività economica. Funzionalmente, questo assomiglia alle ingenti entrate petrolifere degli anni 2000. Ma c’è una differenza fondamentale. La rendita petrolifera proveniva dall’esterno del sistema; gli stranieri pagavano per un bene commerciabile e il denaro circolava nell’economia con effetti moltiplicatori reali. La rendita militare è una redistribuzione interna verso beni destinati alla distruzione. Il corpo sta consumanto il suo stesso tessuto muscolare per ricavarne energia. Questa non è una recessione ciclica che la politica monetaria o fiscale possa risolvere. Una recessione è come la stanchezza: se ti riposi, ti riprendi. La condizione della Russia è come il mal di montagna: più a lungo rimani, più peggiora, indipendentemente dal riposo».
La messa in guardia
Suonerebbe come un incentivo, per il Cremlino, ad accelerare i tempi per far tacere le armi. Non fosse che, secondo Prokopenko, «Vladimir Putin non sta solo guardando il suo indicatore di ossigeno. Sta guardando anche gli altri scalatori. Ciò che Putin vede è questo: un’Europa alle prese con la propria crisi strutturale, politicamente frammentata e incapace di raggiungere un accordo su questioni strategiche, tra le quali la stessa Russia; un’Ucraina esausta e dipendente da un sostegno occidentale che vacilla a ogni ciclo elettorale; un’economia globale in cui molti sono a corto di fiato, in attesa di una crisi innescata da un debito elevato e dalla militarizzazione del commercio. Se anche i vostri concorrenti si stanno indebolendo – e se credete di poter tollerare il dolore più a lungo di loro – il calcolo si ribalta. La pressione economica che dovrebbe spingere al compromesso rafforza invece la logica dell’insistere» (...) La preferenza dichiarata dalla Russia – continuare la guerra nonostante i costi crescenti – è razionale alla luce di queste aspettative. Ha senso continuare a combattere e sperare che qualcosa cambi: che la coalizione occidentale si frantumi, che l’Ucraina esaurisca le sue forze, che le priorità di Donald Trump cambino».
Non stupisce, dunque, che la conclusione dell’analisi dell’Economist sia una messa in guardia: «Se la Casa Bianca dovesse abboccare all’amo, il resto dell’America aspetterebbe invano una manna dal cielo, con accresciuti costi politici. I falchi anti russi del Congresso si infurierebbero se una Russia riaperta iniziasse a premiare i propri alleati, in particolare la Cina. Maggiori scambi commerciali, finanza e investimenti consentirebbero presto all’economia russa di riprendersi, aprendo la strada alla prossima guerra. Qualsiasi presidente che avesse a cuore gli interessi dell’America guarderebbe con occhio critico l’offerta da 12.000 miliardi di dollari di Putin e lascerebbe perdere».
Ma Donald Trump è quel tipo di presidente?