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 2026  febbraio 23 Lunedì calendario

Il Sud supera il Nord? Per alcuni distretti sì, ed è la prima volta dall’Unità d’Italia: ecco quali

Se l’essenza del giornalismo è l’uomo che morde il cane, allora è il momento di parlare del Mezzogiorno d’Italia. Sta battendo il Nord, per certi aspetti. Soprattutto, sta battendo il Centro del Paese. Sono successi limitati, relativi, pieni di distinguo da fare e comunque soggetti a conferme tra un anno o magari tra cinque. Ma sono successi reali, misurabili, spiegabili solo in parte con una stagione post-pandemica in cui la spesa pubblica si è indirizzata relativamente di più verso il Sud. Sta succedendo anche qualcosa di diverso e più interessante: da pochi anni si stanno formando isole di dinamismo meridionale – Napoli e dintorni, Bari e dintorni, Catania e dintorni – per certi aspetti come non se ne vedevano dagli anni ’60. Il Mezzogiorno nel complesso da anni cresce più del resto del Paese.
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Ma non è tanto questo. È che per la prima volta nella storia dell’Italia unita certi distretti del Sud sono posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di certi distretti del Centro-Nord. Questi ultimi sono tradizionalmente legati alla meccanica, all’auto, all’integrazione analogica con una Germania che rallenta. I distretti più produttivi del Sud invece sono relativamente più concentrati nei settori ad alta crescita di questo secolo: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi (anche qui, con dei distinguo). E poi c’è un fatto che mi fa ripensare al libro di Thomas Friedman del 2005 «The World is Flat» («Il mondo è piatto»). Fu l’equivalente della «fine della storia» di Francis Fukuyama, applicata al commercio e alle tecnologie. L’idea di Friedman era che ormai l’economia internazionale fosse ormai un campo da gioco senza attriti, dove sarebbe stato ovvio per un americano avere il radiologo di fiducia a Bangalore (oggi Bengaluru) e il sarto a Shanghai. Oggi quella tesi fa tenerezza, nell’era di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma se il mondo non è più piatto, l’Italia invece lo è. E una bella fetta del mondo delle Information and Communication Technologies delle aziende del Nord Italia – e non solo – si trasferisce verso Sud a cercare bassi costi. Ma anche competenze elevate. Vediamo.
A Taranto (non per l’Ilva)
Lorenzo Seritti, 40 anni, è di Picerno, 5.500 abitanti in provincia di Potenza. Si è laureato al Politecnico di Milano. Ha avuto negli anni esperienze a Procter & Gamble, l’Oréal, Sky, 20th Century Fox-Disney, Sony Pictures. È espatriato a Berlino e ha lavorato per una decina di anni a una serie di start-up che fondevano i settori dei viaggi e dei media. Da qualche anno ha fondato con Luca Pignatti, uscito da Politecnico di Milano e con oltre dieci anni di carriera in Airbus, ha un fondo di venture capital che raccoglie finanziamenti dagli italiani all’estero e dalla comunità italo-americana negli Stati Uniti per concentrarsi sulle fasi preliminari delle start up. Profondo Capital, il loro veicolo finanziario, ha una particolarità: stabilisce a Taranto almeno alcune attività delle aziende in cui investe, anche se magari sono progetti biomedicali nati in Connecticut.
«Taranto fa pensare all’ex Ilva, lo so» dice Seritti, cioè alla semiparalisi che anche l’attuale governo (con l’aiuto di molti precedenti) ha contribuito a generare nella più grande acciaieria d’Europa. «Ma paradossalmente oggi è più facile attrarre investimenti digitali in Puglia che a Milano», aggiunge Seritti. Nel capoluogo lombardo a fine anno una busta paga lorda di un ingegnere o di uno sviluppatore è del venti o trenta per cento più alta e l’affitto della sede costa un multiplo. E non è solo Sud contro Nord. Una start up straniera con cui Profondo Capital sta lavorando ha fatto i suoi preventivi e si è resa conto che lo stesso investimento in ingegneri e in un centro di ricerca in Polonia le sarebbe costato il doppio che a Taranto. «Anche in Ucraina gli ingegneri digitali sono pagati di più», nota Seritti. Il suo obiettivo è facilitare un ritorno di cervelli che hanno lasciato il Sud da anni, attraendoli con la qualità e il basso costo della vita.
Profondo Capital forse è un esempio estremo, ma non unico. Il modello «The World is Flat» sulla scala ridotta dell’Italia sta diventando popolare soprattutto dopo la pandemia. Una certa diffusione della banda larga (anche) con gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e la connessione di rete veloce quasi ovunque grazie ai satelliti Starlink di Elon Musk stanno cambiando una condizione secolare del Mezzogiorno. Non è più sempre e comunque il luogo dove non si può produrre, perché ha infrastrutture fisiche scadenti che lo tagliano fuori dal cuore dell’Europa.
Il rapporto della presidenza del Consiglio sulla Zona economica speciale unica del Mezzogiorno nel 2024 stima che negli ultimi anni solo a Bari 16 multinazionali delle tecnologie dell’informazione hanno contribuito a creare cinquemila nuovi posti. Su elettronica e digitale la Campania ha ormai 91 mila addetti, la Puglia 57 mila e la Sicilia 50.500. La Calabria è più indietro (19 mila addetti), ma nella sede di Rende della sua università ha accettato una posizione di ruolo nel 2023, lasciando Oxford, Georg Gottlob: studioso austriaco di data center per l’intelligenza artificiale, Gottlob sta attraendo attorno a sé studenti e iniziative che si solito non si immaginano nella provincia di Cosenza.
Questi fenomeni si vedono anche nei dati. Uno studio di pochi mesi fa di Antonio Accetturo, Emanuele Ciani, Sauro Mocetti e Andrea Petrella della Banca d’Italia mostra che dal 2014 l’intero settore delle tecnologie digitali è cresciuto nettamente più nel Mezzogiorno che nelle medie italiane, trainato da Napoli, Bari e Catania (qui sotto il grafico).
Modello Napoli
Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Developer Academy di Napoli e professore di informatica all’università Federico II in città, non è convinto del modello dell’Italia “piatta”: se sono solo i bassi costi a portare a Sud gli investimenti tecnologici immateriali – osserva – questi se ne andranno in Albania o in Moldova non appena il calcolo delle convenienze cambierà con il prossimo allargamento dell’Unione europea. È già successo con i call center, un business di competenze e valore aggiunto più bassi, un decennio fa: si erano addensati in Calabria perché costava meno, ma si è tutto squagliato non appena Tirana o la Romania hanno offerto ai gruppi del Nord Italia soluzioni a prezzi ancora più stracciati.
Ventre insiste dunque che, per durare, la traiettoria ascendente del Mezzogiorno ha bisogno di competenze e start up attorno alle università. A Bari, Catania e Napoli sta accadendo. La Apple Academy dentro la Federico II è una delle poche che il gruppo di Cupertino finanzia (le altre sono a Riad, in Indonesia, Corea del Sud e Brasile). Apple vuole formare sviluppatori di app che facciano prosperare i sistemi per i quali occorre avere uno smartphone. Ma, tutto interno, l’intero tessuto produttivo di Napoli sta reagendo. Deloitte ha lanciato un polo di consulenza e sviluppo software da quasi 700 addetti a Capodichino, Accenture un centro per la cybersecurity in città, Cisco un “Digital Transformation Lab” nella Federico II. Soprattutto – secondo un recente studio di Teha, il think tank – la Campania nel 2025 è seconda in Italia dopo la Lombardia per numero di start up innovative.
I nuovi campioni
Il fermento, in realtà, è più esteso di così. Non ci sono solo l’ecosistema attorno all’università e impianto di semiconduttori di Catania; né solo la gigafactory 3Sun di pannelli fotovoltaici della Sicilia orientale (che però non può competere sui costi con la Cina) e l’esplosione dell’export farmaceutico da Molise, Calabria, Abruzzo e Campania. Dal 2019 al 2024 – secondo Teha – la crescita dell’export dal Nord è del 25%, dal Mezzogiorno del 34% (certo da livelli molto più bassi). C’è soprattutto una certa febbre imprenditoriale nelle nuove isole di sviluppo del Sud, meno appesantite dall’eredità dei distretti della meccanica tradizionale. La Caffè Borbone di Napoli è nata in una bottega di Napoli una generazione fa, ma dal 2017 ha più che triplicato i fatturati ben oltre i 300 milioni di euro. La Medspa (cosmetici “Miamo”) ha fatto lo stesso nel 2006 e ha più che quintuplicato i fatturati a oltre 40 milioni fra il 2019 e il 2024.
Sono risultati fuori dalla portata di Roma e di tutto il Centro Italia. Secondo la banca dati Istat i livelli del prodotto interno lordo del Centro e del Mezzogiorno erano ancora appaiati attorno ai 395 miliardi di euro nel 2019; nel 2024 l’economia del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia) invece era già di 32 miliardi di euro più grande di quella del centro (Lazio, Marche, Toscana, Umbria). Proprio il Centro oggi appare il vero cuore della stagnazione italiana, mentre il Mezzogiorno è cresciuto del 9% fra il 2019 e il 2023 e cioè il doppio delle medie nazionali (qui sotto il grafico da fonte Banca d’Italia).
La spinta della spesa
Ovvio che non è tutt’oro quel che luccica. C’è tanta spesa pubblica nella recente crescita del Sud e non sarà facilmente replicabile. Probabilmente non ha senso che lo sia. Con un terzo della popolazione e poco più di un quinto del fatturato italiano, il Mezzogiorno ha beneficiato del 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi: certe regioni del Sud ricevono finanziamenti pari a oltre il 50% del loro prodotto lordo. La spesa per il Superbonus e bonus facciate al Sud è stata parossistica – la Calabria in certi anni ha decuplicato le ristrutturazioni immobiliari – ed è da lì che viene molto dell’aumento dell’occupazione. La creazione di una Zona economica speciale ha poi accelerato moltissimo le autorizzazioni di progetti al Sud; ma ora il coordinatore della Zes Giosy Romano, un tecnico molto capace, è stato sostituito a Palazzo Chigi da un ex sindacalista di carriera come Luigi Sbarra.
La fuga dei giovani
E l’emorragia umana continua, perché i livelli di occupazione sono fra i più bassi al mondo e il reddito per abitante è appena il 57% di quello del Centro-Nord. Solo dal 2019 il Mezzogiorno ha perso il 3% della popolazione perché dal 2009 sono emigrati verso il Nord Italia o l’estero quasi in tre milioni, in gran parte persone nel fiore degli anni. Una perdita simile su una popolazione meridionale di 19 milioni è, semplicemente, una catastrofe. È un miracolo che il Sud in questi anni sia cresciuto di più malgrado questo deflusso, ma non potrà continuare così a lungo. Nel mio ultimo viaggio a Catania ho percepito una tensione strisciante fra i professionisti e imprenditori che cercano di trasformare in meglio la città: si sta formando uno stigma sociale all’idea di incoraggiare i propri figli a studiare e vivere lontano, perché tutti capiscono che questo significa uccidere il futuro della Sicilia; eppure quasi tutti, alla fine, continuano silenziosamente a farlo.
In Italia si è messo in moto un ceto produttivo del Mezzogiorno che non vuole avere niente a che fare con la criminalità organizzata, con le clientele e la corruzione dei governi locali, ma che ha ambizione e fame di realizzarla. Il resto del Sud e tutto il Paese hanno molto da imparare da questa nuova classe produttiva meridionale. Essa non è maggioranza a casa propria e il Sud ha ancora moltissima strada davanti: ma i primi passi adesso si vedono.