Corriere della Sera, 23 febbraio 2026
Sergio Cusani: «Arrivando a San Vittore pensai di farla finita. Di Pietro è stato trattato come un vecchio straccio»
Sergio Cusani, trent’anni e passa dopo Mani Pulite, un’autobiografia. Perché?
«Perché quelli che non c’erano, i ragazzi, sappiano ciò che è successo».
E perché quel titolo, «Il Colpevole»? C’è un filo di vanità, di autocompiacimento? Lo ammetta, su.
«Macché. Io sono stato arrestato, incarcerato in via preventiva, processato, condannato, poi ho fatto il carcere definitivo. Lei come lo chiamerebbe uno così?».
Non saprei. Qualcuno oggi si definirebbe capro espiatorio, magari vittima, i tempi sono tanto cambiati…
«E quello, sì, sarebbe autocompiacimento. Io sono solo un pregiudicato».
Al netto della condanna penale e dei fascicoli giudiziari, verso cosa o verso chi si sente colpevole?
«Vede, non è un problema di colpa. È un problema di responsabilità. Mi sono assunto le mie responsabilità fino in fondo. Ma solo le mie. Qualcuno aveva provato a scaricarmi addosso anche le sue...».
Quando nel 1993 esplose la storia dell’Enimont, con la «madre di tutte le tangenti» pagata da Raul Gardini per liberarsi dall’abbraccio mortale dei partiti, lei diventò il volto dello scandalo, il finanziere dei salotti buoni che aveva strutturato la mazzetta, «Sergino». Mentre tutti facevano a gara a confessare, lei tenne duro.
«Non accettavo il metodo, diciamo così... merceologico: se parli, esci»
Di Pietro la portò a processo quale imputato unico, torchiando come testimoni i segretari dei partiti. E «Sergino» si fece la galera.
«Tra cautelare e definitivo, 5 anni circa, un dettaglio».
Oggi, lei chiude il suo libro condividendo una famosa frase di Saverio Borrelli del 2011: «Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale». Perché?
«Perché è una frase coraggiosa. E in bocca a un grande magistrato come Saverio Borrelli assume un suo peso».
(E qui Cusani estrae con malcelata emozione una lettera ricevuta da Borrelli il 24 gennaio 2010, con le condoglianze e «un abbraccio» per la morte di sua madre, accarezzandola come un certificato di riabilitazione: «Non molti pregiudicati hanno una lettera del genere dal capo di una Procura, eh?»).
Quella frase di Borrelli descriveva davvero la realtà? L’Italia è diventata peggiore?
«Non so quanto ci fosse di provocazione intellettuale ma certo era piena di amarezza».
Di recente Mattarella è dovuto intervenire al Csm per placare i toni nello scontro tra politica e magistratura. Perché, dopo tre decenni, la giustizia è rimasta terra di fazioni che ora si massacrano sul referendum?
(Cusani sospira) «Domanda difficile. Sul referendum le dico: hic manebimus optime, qui resteremo benissimo. Chiaro, no?».
Proprio per nulla!
«Quando un dibattito su una questione così delicata si trasforma in insulti e bugie, io dico hic manebimus optime».
Ma cosa c’entra?
«Non capisce? Qui stiamo benissimo, perché dobbiamo cambiare? Piuttosto che infognarci in tante fandonie...».
Lei ha da sempre un certo margine di ambiguità quando parla, ammettiamolo.
«Ma come, non le è chiaro? Se un tema così delicato si trasforma in insulti o balle, io dico fermi tutti. E poi, sono un pregiudicato. Vuole che mi metta in cattedra?».
Mi arrendo. Veniamo alla su a storia, che comincia con Gardini. Lei sembra avere per lui affetto vero. Poi descrive le differenze profonde con il suocero, Serafino Ferruzzi, creatore del gruppo. Erano già due Italie inconciliabili, quelle?
«No, ma erano due personalità completamente diverse. Serafino veniva da una famiglia umile, ha costruito le cose passo dopo passo. Raul era in competizione continua con lui. Aveva intuito, fretta. Voleva bruciare la vita».
La scalata a Montedison?
(Cusani ride) «Un’operazione inventata. Una “giocata”…».
Sin dall’inizio della joint venture Enimont, si sente il peso della politica?
«No. La cosa aveva una sua logica. Mettere insieme due chimiche che da sole non potevano reggere. E quindi fare un’operazione di accorpamento, che andava gestita».
Invece, pubblico e privato non funzionarono assieme…
«I dirigenti della chimica di Stato non ci stavano con i tempi di Raul, che decideva la mattina e operava la sera».
Nella vicenda della defiscalizzazione dell’operazione entra in ballo il famoso miliardo portato da Gardini a Botteghe Oscure. Lei però non ne parla nel libro.
«Perché non ne ho contezza, non c’ero».
Ma cosa sapeva?
«Non sapevo, non ricordo. Andarono per verificare con la sinistra l’impegno a trasformare in legge il decreto-legge relativo».
Lei capisce che Botteghe Oscure restano così un punto… oscuro. Che idea si fece?
«Non ho elementi per dire che il Pci-Pds fosse coinvolto».
Il Psi era il suo mondo politico di riferimento. Cosa pensò del discorso di Craxi alla Camera del 3 luglio 1992?
«Centrava il punto con coraggio. Certo non si poteva considerare solo Craxi responsabile di tutto».
Lei parla nel libro di Agnelli e della sua «mossa del cavallo», che poi sarebbe il famoso discorso, in Confindustria, di apertura ai magistrati. Per gli imprenditori fu un segnale?
«Assolutamente sì. Lui doveva dimostrare alla Procura di Milano – che aveva arrestato già un po’ di dirigenti Fiat – che aveva capito. E riconosceva ruolo, potere e funzioni della magistratura. Con questo metteva in sicurezza il gruppo. I due poteri, magistratura e grande impresa, si erano parlati. È il momento della svolta».
Gardini capisce che, se non paga i politici, possono colpirlo in tutte le attività del gruppo, si arrende e decide didare «la paghetta al sistema». È così?
«Sì. Me lo disse: devo difendere il fatturato che rimane al gruppo Ferruzzi. Aveva capito che il potere politico era più forte».
Era sotto ricatto?
«Non è questo il tema. È come quando fai a braccio di ferro e capisci la forza dell’altro. Voglio essere più esplicito. Raul aveva un programma fantastico, si sarebbe tenuto l’Enimont e anche le sue aziende. Chi lo ha bloccato?».
Il giudice Diego Curtò, poi condannato per corruzione?
«Bravo. E Curtò era il sistema».
Il 23 luglio 1993 ci sono i funerali del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, suicida in carcere. Si uccide Gardini. E lei viene arrestato. Cosa ricorda?
(Lunga pausa) «Ancora il principio di responsabilità. Ho capito subito che di tutta questa vicenda, con tanti morti, rimanevo io a sopportare tutto il peso. Ho avuto un momento di smarrimento quando mi hanno portato dal carcere di Opera a San Vittore, una punizione per non aver collaborato coi magistrati. Vidi la Luna, le chiesi se non fosse il caso di farla finita. Poi pensai ai miei figli, scelsi di vivere. La mattina dopo mi accorsi che avevo parlato con un faro della cinta muraria. Eppure resto convinto sia stata la Luna, il cielo, a farmi prendere la decisione giusta».
Il suo avvocato storico, Giuliano Spazzali, un personaggio straordinario, è morto di recente. Ci sarebbe stato l’imputato Cusani senza Spazzali?
«C’è stato Spazzali perché c’è stato Cusani. Giuliano non avrebbe accettato la mia difesa se io fossi stato un imputato diverso».
Ha mai rimpianto di essersi fatto tanta galera per un atteggiamento processuale così… sfidante?
«Non era sfidante. Se mi avessero chiamato come testimone, avrei raccontato tutto. Ma non con quel do ut des, quello scambio no».
Come va con Di Pietro? Lei scrive che, dopo, lo hanno trattato come «un vecchio straccio».
«Ed è così. Io non ho rancori. Ringrazio Di Pietro per il necrologio su Spazzali. E, se viene alla presentazione del mio libro, vado a stringergli la mano».
Perché lasciò Mani pulite, secondo lei?
«Per capitalizzare, immagino».
Lei, in permesso dal carcere, incontrò Andreotti: lo descrive con ammirazione.
«Era acuto, meticoloso. Craxi mi disse che era stato il suo miglior ministro».
Belzebù o vittima dei pm?
«Non ne ho idea. Ma esibire le relazioni di servizio delle scorte al processo fu geniale. La parola dei carabinieri contro quella dei mafiosi pentiti, che dubbio c’era?».
C’era un Cusani militante dell’estrema sinistra e un Cusani finanziere nei salotti buoni. In carcere si… riconciliano?
«In parte sì. Paradossalmente il carcere è stato quasi una liberazione. Ho avuto a che fare con una umanità povera e sofferente».
Lei ha lavorato molto per i detenuti. Abbiamo prigioni sovraffollate e flagellate dai suicidi. Come si risolve?
«Non sbattendo un migrante in Albania. Lo risolvi vedendo le persone non come vuoti a perdere ma come risorse. Dando opportunità».
Com’è stata l’Italia di Berlusconi?
«Mah, Berlusconi… posso raccontarle come lo aiutai a comprare la Standa da Gardini. Si incontrarono, si fecero un sacco di sviolinate reciproche… Volevo fargli risparmiare un paio di centinaia di milioni di lire ma lui voleva comprarla subito, a ogni costo, la prese a mille miliardi. Mi voleva pagare la parcella coi quadri di casa sua: conoscevo la sua casa e i suoi quadri, avevo delle... perplessità. Ne parlai a Confalonieri. Mi arrivò in studio un assegno il giorno dopo, settecento milioni. Lire, ovviamente. Poca cosa rispetto al volume dell’affare, ma Fedele fu un signore».
Com’è l’Italia di Meloni?
«Non lo so. Confusa».
Come è cambiata la corruzione dai suoi tempi?
«Oggi, più che sui quattrini è basata sul potere».
Qual è stata la malattia della magistratura in questi trent’anni?
«Eh, la mia condizione non mi permette di fare il grillo parlante. Gliel’ho detto: sono un pregiudicato, mi capisca».