Corriere della Sera, 23 febbraio 2026
Tajani: «No alla guerra commerciale. Uniti nella Ue per difendere l’export»
La linea è quella dell’Europa perché, dice il ministro degli Esteri e del Commercio estero, è «fondamentale che l’Unione si presenti unita sul caso dazi, siamo in pieno accordo con la nota europea in cui si chiedono “certezze”». Ed è esattamente quello che filtra da Palazzo Chigi: Giorgia Meloni continua a non esporsi con una dichiarazione pubblica, ma fa sapere che «l’incertezza non aiuta».
La premier prima di una dichiarazione vuole leggere la sentenza della Corte Suprema, a partire dai rimborsi per le aziende di stato invocati dal Pd. E dice no al «bazooka europeo» riproposto dal presidente francese Macron. Per Meloni l’Europa deve rispondere in maniera compatta e senza fughe in avanti.
Antonio Tajani proprio ieri mattina ha stabilito la linea con lei, e ha avuto un lungo colloquio con il «bravissimo» Maroš Šefcovic, il commissario Ue al Commercio «che ha lavorato molto bene già sulla prima crisi dei dazi». Oggi dovrebbe incontralo. Perché oggi è una giornata importante: a Bruxelles il leader azzurro parteciperà al Consiglio dei ministri degli Esteri, poi in videoconferenza al G7 Trade e nel pomeriggio si collegherà con la riunione tra la Task Force Trade della Farnesina e i rappresentanti delle imprese italiane. Quelle che «veramente contano in questa storia, perché il nostro obiettivo è quello di rendere possibile la crescita, l’espansione, il successo delle nostre aziende. E finora lo abbiamo fatto nonostante i dazi, visto che l’export italiano, il 40% del nostro Pil, è cresciuto nell’ultimo anno del 3,3%». Il tutto anche grazie alla prospettiva dell’apertura di nuovi mercati in India e attraverso il Mercosur.
Quindi Tajani non ha alcuna intenzione di seguire la via indicata dal centrosinistra, ovvero reagire duramente contro Trump: «Vogliono una guerra commerciale? Le prime a non volerla sono proprio le imprese, che non ne avrebbero nulla da guadagnare». È importante invece «non perdere la testa», lavorare «senza inutili parole, contano i fatti», esattamente come quando Trump ha imposto i dazi l’estate scorsa. «Sembrava che sarebbe crollato tutto: in realtà con grande sforzo e capacità l’Europa è riuscita a far fronte ai dazi, abbiamo trovato un’intesa che a questo punto potrebbe anche essere confermata. Ma non è alzando i toni che otteniamo accordi che non ci danneggino. Vorrei vedere cosa farebbero loro al nostro posto». E magari, aggiunge, bisogna impegnarsi su altro: «Insisto, ad oggi rischia di essere più pericolosa la svalutazione del dollaro rispetto all’euro che non i dazi. La Bce dovrebbe intervenire sul costo del denaro».
Ci sarebbe comunque, sui dazi, il bazooka anti-coercizione che è lo strumento che piace a Macron, ma sembra soltanto a lui: norme che se applicate impedirebbero agli Usa di investire in Europa. Ma appunto l’Italia non segue la Francia su questo. Non solo perché il nostro export in Usa, essendo soprattutto su prodotti di alta qualità, non è stato molto toccato dai dazi, ma anche perché su questo terreno come su altri, entrare in conflitto diretto con l’America «non ha senso: io parlavo con il mio omologo sotto la presidenza Biden così come parlo con Marco Rubio, i nostri rapporti storici, che sono quelli obbligati per l’Occidente, non possono certo essere interrotti, che Trump ci stia “simpatico” o meno».
E questo vale su tutto, dice Tajani, a partire dal Board su Gaza, dove «la maggioranza dei Paesi europei ha partecipato come noi, in linea con il mandato Onu» e lì si deve stare perché «non esiste altro luogo dove si parli di pace in Palestina. Partecipiamo non per fare affari, ma per garantire la sicurezza dell’area, anche per il nodo cruciale del commercio».
Quindi, conclude Tajani, è inutile che l’opposizione dia lezioni: «Noi facciamo solo quello che serve al nostro Paese, e cerchiamo sempre il dialogo, il confronto per portare a casa i risultati più utili per il nostro».