Avvenire, 22 febbraio 2026
Kosovo, migliaia in piazza contro il processo a Thaci
L’ultimo grande capitolo giudiziario sulle guerre jugoslave degli anni ‘90 riaccende le tensioni in Kosovo. Nei giorni scorsi decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Pristina contro la richiesta di 45 anni di carcere avanzata dalla Procura delle Camere specializzate dell’Aia contro l’ex presidente Hashim Thaci e altri tre ex comandanti dell’Uck l’esercito di liberazione del Kosovo. Alla manifestazione non c’erano soltanto kosovari: pullman e auto private sono arrivati anche da Albania, Macedonia del Nord e Montenegro. Bandiere rosse con l’aquila bicipite, simboli dell’Uck, poster di Thaci e slogan scanditi in coro hanno trasformato il centro della capitale in una grande arena che ha puntato il dito contro la corte dell’Aia incaricata di giudicare i presunti crimini commessi dai leader dell’Uck. La richiesta del procuratore dell’Aia, Kimberly West, è da molti considerata un oltraggio alla storia nazionale perché la guerra del 1998-1999 contro le forze serbe di Miloševic è impressa nella memoria ed è culminata, dopo l’intervento dell’Alleanza atlantica, nella dichiarazione d’indipendenza del 2008.
Non a caso, la presidente del Kosovo Vjosa Osmani ha definito l’Uck «pilastro della resistenza e della speranza», sottolineando che difendere la verità significa difendere lo Stato mentre il premier Albin Kurti ha parlato di «contributo prezioso alla libertà» da parte degli imputati. Anche da Tirana sono arrivati segnali chiari di solidarietà sia da parte del presidente albanese Bajram Begaj che del primo ministro Edi Rama, a conferma della dimensione transnazionale della protesta. Hashim Thaci, presidente del Kosovo dal 2016 al 2020 e uomo-simbolo della lotta di liberazione, si è dichiarato «completamente innocente» ma secondo l’accusa le prove contro di lui e gli altri tre ex leader dell’Uck sono schiaccianti. Gli atti elencano una cinquantina di siti, anche sul territorio albanese, dove l’esercito di liberazione del Kosovo avrebbe imprigionato, torturato e assassinato civili rom, serbi, bosniaci e montenegrini.
Sul piano internazionale, il processo rappresenta un banco di prova per la credibilità della giustizia post-bellica nei Balcani. Per Bruxelles e Washington, da sempre sostenitori dell’indipendenza kosovara, la piena collaborazione con il tribunale è una condizione imprescindibile per il consolidamento dello Stato di diritto. La sentenza, prevista entro l’estate, dirà se il Kosovo saprà tenere insieme memoria e giustizia senza lacerarsi ulteriormente. In gioco non c’è solo il destino giudiziario di Thaci e dei suoi ex compagni d’armi, ma la maturità democratica di uno Stato ancora sospeso tra orgoglio nazionale e responsabilità internazionale.