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 2026  febbraio 21 Sabato calendario

La minaccia di Vucic a Bruxelles. Ingresso o rotta verso Pechino

I trattori di Kragujevac da oltre una settimana bloccano l’autostrada, mentre a New Delhi il presidente Vucic vende anche all’India il pacchetto Expo 2027. A Belgrado si litiga sul latte in polvere importato, in Asia si annuncia che «la Serbia cresce più veloce della Germania». In casa intanto le proteste degli studenti si misurano con una minaccia messa nel conto: le squadre di picchiatori filo-Vucic. L’evento espositivo del prossimo anno porterà secondo le previsioni governative quasi 20 miliardi di euro, un quinto del prodotto interno lordo annuale. Arriveranno, assicurano gli organizzatori, almeno 4 milioni di visitatori. Un El Dorado balcanico che non sarà per tutti. Gli agricoltori chiedono che il governo sospenda le importazioni di latte in polvere e formaggi stranieri: prezzi interni a picco, allevamenti che chiudono. «Crollo dell’agricoltura serba», è la sintesi dei manifestanti che chiedono quote di vendita certe, controlli ai valichi. Se il ministro Dragan Glamocic li convoca al tavolo, loro se ne vanno sbattendo la porta. Nei notiziari della sera lui appare sicuro: «Il dialogo procede nella giusta direzione». Il mattino dopo i trattori sono ancora lì. E più numerosi del giorno prima. Dall’altra parte del mondo, Aleksandar Vucic racconta un Paese «dinamico, moderno». Da apripista ha fatto la Cina. Cominciò a spalancare le porte l’allora presidente Boris Tadic nel 2004. Ma dal 2014 con Vucic i patti sono stati blindati, dopo che proprio in quell’anno venne organizzato a Belgrado il vertice “16+1”: sedici Paesi dell’Europa centroorientale, ciascuno con ponti da costruire, strade da rifare, ferrovie da rimettere in riga. Più uno: la Cina. Per mandare avanti i progetti serve energia, e il gas arriva da Mosca. Ancora per tre anni, poi toccherà all’Azerbaigian di Aliyev, ai ferri corti con Putin, sfamare il fabbisogno serbo e attraverso Belgrado proiettarsi nel resto dei Balcani Occidentali.
Più si accorcia la rotta verso oriente e più si allunga la strada per Bruxelles. Da una parte Vucic si mostra come chi «sta portando il Paese in Europa». Ha spinto accordi con Pristina, ha invitato i serbi del Kosovo a «pensare al futuro», lasciando intendere che Belgrado non può permettersi di inseguire i sogni armati degli indipendentisti serbi. Ma il domani non è ancora scritto nella bandiera dell’Ue. Due giorni fa il presidente ha fatto arrivare ai negoziatori dell’Unione una proposta: entrare nel consesso comunitario rinunciando alla concessione del diritto di veto. In apparenza una sottomissione, pur di non perdere il treno di Bruxelles e mantenere salde le riforme autoritarie. Un precedente che Bruxelles non può permettersi.
Le immagini che arrivano dalle città serbe, dove la protesta cominciata alla fine del 2024 non si è sfaldata, aumentando gli episodi di repressione violenta, non possono essere messe a tacere. L’epicentro negli ultimi giorni si è spostato nella verde Valjevo, in Serbia centrale. Il freddo non ferma Vuk e le migliaia di altri che sfilano chiedendo elezioni subito. Vuk non ha ancora preso la maturità. Non è facile conciliare studio, proteste fino a tarda ora, le lezioni al liceo e il pericolo di venire trascinato in cella o sotto una gragnuola di manganellate. Sei mesi fa era in piazza a Valjevo con gli altri liceali quando vennero accerchiati, picchiati e arrestati. «Ancora nessuno ha risposto delle proprie responsabilità; da sei mesi continuiamo a scendere in strada. Non dobbiamo permettere che una violenza del genere si ripeta, che un solo cittadino, un solo ragazzo, venga messo in pericolo da coloro che dovrebbero essere il simbolo della giustizia e della sicurezza», dice dal palco mentre la polizia sorveglia i manifestanti. La parola d’ordine è «dignità». La proferiscono i “moderatori” delle manifestazioni. Tradotto: si protesta con le mani in tasca, niente violenza, nessuna provocazione. Anche Vladimir or evic è uno dei fermati dalla polizia, poi rilasciato. «Mi hanno spiegato che era per il fatto che avevo parlato in televisione di ciò che mi è successo, che a loro dire – ha spiegato – non era stata mostrata la versione giusta. Mi hanno detto che io stavo umiliando la polizia». Da allora ha dovuto cambiare abitudini. Non esce più da solo, c’è sempre una scorta civile, fatta di amici e compagni di lotta, che lo accompagnano temente do che qualcun altro possa finire il lavoro cominciato con l’arresto. Le squadracce si sono riaffacciate tra domenica e lunedì. Chi le ha viste da vicino dice che sono ultrà delle squadre di calcio arrivati da Belgrado. Mentre diversi ragazzini finivano al pronto soccorso, loro se ne andavano indisturbati. Nessuno è ancora sotto processo.
Gli uffici di Bruxelles per l’allargamento sono stati chiari: le trasformazioni che Vucic sta imprimendo al Paese lo allontanano da Bruxelles che gli chiede condizioni incompatibili con il suo sistema: magistratura indipendente, libertà di stampa, stato di diritto, normalizzazione con il Kosovo. L’Europa ha giocato la sua par- nell’equivoco: per mesi ha scommesso sulla “stabilità”, sostenendo Vucic anche mentre le piazze di Belgrado si riempivano e le manganellate finivano nei telegiornali internazionali. Solo di recente Parlamento europeo e Commissione hanno riconosciuto che la repressione è un problema e che i diritti umani fondamentali non sono garantiti. La Corte europea dei diritti dell’uomo il 3 febbraio ha condannato la Serbia per violazioni legate alla gestione dei richiedenti asilo e all’assenza di rimedi effettivi contro i trasferimenti forzati dei migranti. Una leva che a Belgrado usano ricordando nei colloqui con l’Ue cosa accadrebbe se venisse interrotta la cooperazione con l’agenzia Ue Frontex, che coopera con la polizia locale nel controllo dei confini. Ogni anno tra 10 e 20 mila persone transitano dalla Serbia ed è loro intenzione dirigersi principalmente verso l’Italia attraverso la rotta balcanica. Nell’Europa dei nuovi muri il filtro contro i migranti affidato come prova di affidabilità ai Paesi candidati è un arma che questi ultimi possono usare a proprio favore. Anche a costo di tenere il piede in molte scarpe.
C’è un testo interno del ministero della Difesa, approvato nel 2021, pochi mesi prima che i carri armati russi entrassero in Ucraina. Non è stato aggiornato. Parla di collaborazione con la Nato tramite il “Partenariato per la pace”, ma usando la formula della «neutralità militare». La Serbia non intende diventare membro della Nato «né – si legge – di qualsiasi altra alleanza», ma vuole «raggiungere obiettivi comuni con tutti i partner nel mondo». Una dottrina che più di un diplomatico europeo a Belgrado riassume con un modo di dire espresso in lingue diverse, ma sempre uguale: «Ci stanno dicendo che se la Serbia non sarà dell’Europa, sarà di qualcun altro».