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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Umberto Tozzi: "Trump, la mia Gloria e gli Ufo"

Fra pochi giorni, il 5 marzo, da Eboli (Salerno) partirà l’ultima parte del lungo tour d’addio di Umberto Tozzi, L’ultima notte rosa-The Final Show. In pratica, il primo di dodici concerti sette in Italia (a Roma l’11 marzo al Palasport, info: friendsandpartners.it) e cinque in Europa al termine dei quali, dopo due anni di live in giro per il mondo, smetterà per sempre (per sempre?) di suonare in pubblico. Il giorno prima, il 4 marzo, l’artista torinese compirà 74 anni. Nell’attesa, questa sera sarà ospite di Fabio Fazio nel suo talk Che tempo che fa sul Nove.
Saranno davvero gli ultimi o, come altri suoi colleghi dai Pooh a Claudio Baglioni nonostante gli annunci non smetterà mai?
«Con i concerti e le tournèe chiudo sul serio. C’è un tempo per tutto. In autunno però debutta il mio primo musical, Gloria. La musica di sicuro non la mollo e vado avanti così».
La protagonista di questo suo debutto l’ha trovata?
«Sono reduce da due giorni di ascolti: sono arrivate le candidature di più di cinquecento ragazze fra i venti e i trent’anni, molte delle quali davvero brave. Le nuove generazioni dal punto di vista tecnico sono molto preparate. Carlo Conti per mettere insieme il cast del Festival di Sanremo ne avrà ascoltate altrettante, forse addirittura meno».
A proposito, se glielo chiedessero l’anno prossimo accetterebbe di fare il direttore artistico al posto di Conti?
«Non penso di essere la persona adatta: la macchina Sanremo è molto complicata e io non sono uno che accetta compromessi: mi incazzerei troppo e mi farebbero fuori dopo poco tempo. Grazie a Dio, ho avuto talento per altro».
Nel musical ci saranno nuove canzoni?
«No. Si ascolteranno ventuno miei successi. In scena ci saranno una ventina di artisti».
La tappa finale del tour, quella di Londra, non ha location né data: perché?
«Avrei voluto chiudere alla Royal Albert Hall, dove nel 1988 registrai un album live, ma purtroppo ci sono due anni di lista d’attesa per affittarla e quindi non ce la farò. Mi dispiace davvero tanto, mi piace tantissimo. Stiamo cercando una soluzione alternativa all’altezza dell’appuntamento: il mio vero, unico, ultimo concerto in pubblico».
In quel celebre show di quasi quarant’anni fa c’era anche Marco Masini come tastierista e arrangiatore, giusto?
«Sì, è vero. Marco all’epoca non cantava ancora».
A parte lui, in gara con Fedez, e Raf, conosce gli altri concorrenti di questa edizione del Festival?
«La maggior parte degli artisti in gara non li conosco: sono tutti molto più giovani di me e fanno una musica completamente diversa dalla mia».
In questi ultimi anni, fra le nuove leve, c’è qualcuno che l’ha appassionata o almeno incuriosita un po’?
«Nessuno. Ma va bene così: la musica vecchia l’abbiamo fatta noi, loro devono inventarsi qualcosa di nuovo. L’unico che mi è sembrato interessante, anche se ormai non è più così giovane, è Achille Lauro. Ha un modo di scrivere che mi piace, lo trovo in qualche modo vicino alla vecchia guardia, alla mia generazione. Gli altri, dico la verità, non li seguo perché non mi emozionano. Non mi danno niente».
In questi due anni di tour cosa l’ha sorpresa di più?
«Lo show che ho tenuto all’Opera House di Dubai, paese abbastanza nuovo per me. Ho trovato un pubblico che non mi sarei mai aspettato: dallo sceicco all’americano, il tedesco o l’indiano, c’era chiunque. E tutti insieme hanno cantato e ballato dall’inizio alla fine del concerto».
Il segreto delle canzoni di Umberto Tozzi, che funzionano un po’ ovunque da mezzo secolo, qual è?
«Il culo. Quello ci vuole sempre, è fondamentale.
Poi il talento, che penso sia indiscutibile, e le tante persone straordinarie che ho incontrato, da Giancarlo Bigazzi a Greg Mathieson, Alfredo Cerruti e tanti altri».
Il quid, Tozzi, quello che ha solo lei, cos’è?
«La mia capacità di scrivere riff con la chitarra (Tozzi si mette a canticchiare quelli di Ti Amo e Tu, ndr). È quello, il fatto di essere cresciuto con i Beatles e il rock and roll, che mi ha permesso di passare la frontiera di Chiasso. A me piace più il repertorio di Lucio Battisti del mio, ma se le mie canzoni sono andate bene anche all’estero, è per quel motivo lì: i riff di chitarra».
Tre giorni fa è arrivato addirittura a Washington: la sua “Gloria” ha fatto da colonna sonora al Board of Peace voluto da Donald Trump: le ha fatto piacere o si è arrabbiato come Bruce Springsteen, che si è sempre espresso contro l’uso di “Born in the Usa” nella campagne elettorali del presidente?
«Da artista dico che fa sempre piacere sapere che una tua canzone continui a essere scelta e ascoltata anche in contesti così importanti. Non amo, però, quando la mia musica viene associata a situazioni di conflitto, disagi o tensione. La mia musica non ha un colore politico».
Un altro presidente americano, Obama, la settimana scorsa ha detto che gli alieni esistono ma non li ha mai visti: lei sì, nel 1976, vero?
«Sì, gli Ufo.
Una sera vicino ad Ancona, nelle Marche. Ero con la mia fidanzata dell’epoca, Annalisa, e all’improvviso vedemmo in cielo tre luci arancioni pazzesche. Fermai la macchina, scendemmo, e arrivarono velocemente verso di noi, poi si spostarono verso il Monte Conero e infine sparirono. Rimasi a bocca aperta».
Prima parlava di incontri fortunati: l’occasione persa qual è? Forse quel no detto a un produttore americano che dopo il successo di “Gloria” voleva che lei si trasferisse in America?
«Sì, forse è quella. Però mi è andata così bene che non posso proprio lamentarmi. Ho avuto una carriera incredibile».
Ma allora è vero che Vittorio Salvetti, il mitico patron del Festivalbar, diceva di lei che è un “vaffanculista” unico, sempre pronto a dire di no?
«È vero, sono fatto così. Vittorio aveva ragione. Anche in famiglia sono “il Signor no”. Forse faccio così perché sono sempre stato un ribelle e non ho mai amato stare nel gregge».
A un film sulla sulla sua vita ha mai pensato?
«No. Però da anni ho un cameraman che in tour mi segue sempre. Prima o poi faremo qualcosa».
Lo sfizio da togliersi?
«Non l’ho ancora detto a nessuno: pochi mesi fa un regista e un produttore olandese mi hanno offerto di recitare in un film che non c’entra niente con la musica».
E la trama?
«Se ne parlo, non lo faccio più. È una cosa molto figa».
Crede nella reincarnazione, vero?
«Sì. Una medium tempo fa mi disse che nella mia prima vita sono stato un antico romano sbranato dai leoni e nella seconda un colonnello nazista: Alfred Steiger. Che è veramente esistito. Me ne restano altre due».
Quando sarà, fra cent’anni, nella prossima in chi vorrebbe reincarnarsi?
«Non ci ho pensato e non ci voglio pensare: ho tanta paura di lasciare il pianeta (prima del Covid, per due anni, Tozzi ha lottato e sconfitto un tumore, ndr)».
È ancora amico dell’ex giudice ed ex politico Antonio Di Pietro?
«Sì. Nel senso che ci siamo un po’ persi di vista, ma ci siamo frequentati per un bel periodo».
Lui al referendum sulla giustizia vota “Sì": lei? O vivendo dal 1992 a Montecarlo non partecipa più?
«Voto in Italia, ci mancherebbe. Ma non so ancora come. Devo informarmi meglio».
Gioca ancora a tennis? A Montecarlo vive e si allena anche Jannik Sinner: l’ha mai incontrato?
«Non gioco più, le mie ginocchia hanno fatto troppe partite di calcio, soprattutto con la Nazionale Cantanti. Jannik non l’ho mai incrociato, anche se mi farebbe molto piacere conoscerlo perché lo seguo e mi piace tantissimo. Mia moglie l’ha incontrato un paio di volte al supermercato: faceva la spesa come tutti noi».
Se a Londra, alla fine dell’ultimo concerto dovesse scappare una lacrima che fa, si trattiene perché è meglio così, o se ne frega e si lascia andare?
«Non mi vergogno delle lacrime. Nella mia vita mi è capitato spesso di piangere. Però sul mio palco si fa musica, si sta insieme, si sta bene. E si ride. Mi è andata bene, dai».