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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

Intervista a Liliana Cavani

L’occhio è da cinema. “Aspettate, non mi piace questa luce sul vostro viso. La cambio”. Liliana Cavani si alza dal divano e sistema la lampada, la sposta di un paio di gradi, una differenza impercettibile ai più, non a chi da 60 anni e oltre vive la sua quotidianità con l’occhio da regista. “Ora è meglio”.
Salotto romano, un intreccio di passioni, cultura, storie, stratificazioni esperienziali tra quadri, libri, manifesti di film e fogli sparsi sulla sua scrivania (“ho appena terminato di scrivere una sceneggiatura”. Su cosa? “Non parlo mai prima dei miei film…”. Cortese quanto decisa, inutile insistere).
Lei ha iniziato come regista per la Rai.
Ho partecipato al concorso, quando ancora li organizzavano, e l’ho vinto, ma non sono voluta entrare con il ruolo di funzionaria
: sognavo di diventare regista.

Al tempo una rarità.
In quegli anni c’erano due o tre registe e si occupavano solo di programmi dedicati ai bambini. Non era proprio il mio percorso.
Quindi?
Li colpii, mi vollero comunque tenere; sono laureata in Lettere Antiche, conoscevo bene la guerra del Peloponneso, sapevo tutto o quasi sui Romani, eppure mi misero a studiare il Terzo Reich e gli anni di Stalin…
Da vera storica.
Non esisteva alcuna documentazione visiva, anche l’Istituto Luce aveva in archivio poco materiale, per questo chiesi e ottenni i filmati archiviati dalla biblioteca del Congresso statunitense e quelli in mano ai francesi: per due anni non mi sono occupata di altro.
Avrà visto cose che…
Potrei ancora descrivere fotogramma per fotogramma le immagini dei lager nazisti, immagini terribili, degli orrori assoluti; quei due anni hanno influenzato tutta la mia ricerca successiva; (pausa, cambia tono) una volta completato il lavoro, la politica provò in ogni modo a tagliare delle parti, a intervenire per ridurre l’impatto di quell’orrore, compresi i socialdemocratici da poco al governo.
Di politica attiva si è mai occupata?
Non sono mai stata legata direttamente a un partito, solo ai tempi di Enzo Siciliano come presidente della Rai sono stata nominata consigliere e poi tra i fondatori dell’Ulivo.
Come consigliere ha retto due anni…
Litigavo.
Su cosa?
(Silenzio) Per come spendevano le risorse: gran parte erano dedicate all’acquisto di film statunitensi, quando mi sarebbe piaciuto incentivare le opere nostrane, anche quelle a basso costo. Comunque non era il mio mestiere, non era il mio ambiente.
I due anni di ricerca hanno influenzato anche il suo capolavoro, Il portiere di notte…
(Scandisce) Quel film usciva al cinema, restava una settimana in sala, e poi veniva sequestrato solo perché una qualunque parrocchia di provincia protestava.
Ciò accadeva solo in Italia.
A Parigi tutto questo ostracismo non esisteva, allora c’era maggiore libertà; (resta zitta) per fortuna un gruppo di registi si mosse in difesa mia e del film.
Chi, in particolare?
Soprattutto Visconti e Fellini.
Una bella patente.
Il portiere lo hanno bloccato sei o sette volte; le parrocchie offrivano un servizio: non avevano neanche mai ricevuto né visto il film, ma si erano mobilitate per boicottarlo.
Al tempo quale critica la stupì maggiormente?
L’accusa era di pornografia; (cambia tono) parte della forza del film arriva da un fatto: alcuni spunti della sceneggiatura sono nati direttamente sul set, tanto che Dirk Bogarde e Charlotte Rampling arrivavano la mattina e chiedevano i parametri della giornata con il tono da finti tremebondi: “Che succede oggi? Cosa aggiunge? Cosa ci accadrà”.
E… ?
Una volta ho deciso all’ultimo per uno schiaffo, un altro giorno una scena d’amore…
Set movimentato.
Charlotte e Dirk erano disposti a tutto, anche alle scene più intime.
Il portiere di notte è del 1974, Ultimo tango a Parigi del 1972. Cosa ne pensa delle accuse rivolte al film di Bertolucci?
Almeno un paio di volte sono andata su quel set per trovare Bernardo e ricordo nitidamente Marlon Brando che andava via senza mai salutare nessuno.
Alla Brando.
Per fortuna ho sempre avuto attori più generosi…
Quindi?
Nel Portiere c’è stato un dialogo serrato tra me e gli attori, erano coinvolti e preparati, magari tra Brando e Schneider non è andata allo stesso modo.
Nella sua carriera ha lavorato molto con Marcello Mastroianni: era dialogante?
Eccome, ma gli attori bravi sono così.
Mickey Rourke?
Persona adorabile.
Viene spesso descritto come fragile.
Intanto è un generoso; (pausa) aveva un fratello malato, non ricordo di cosa, ma all’improvviso cadeva in terra. Mickey lo voleva sempre con lui; (ci pensa) lo avevo visto in Ascensore per l’inferno, mi era piaciuto molto, e in quel film c’era anche Charlotte Rampling. Così la chiamo: “Com’è Rourke?”. “Non dare retta a nessuno, non ascoltare le voci che girano: è una gran persona e un bravo attore”.
Cosa l’aveva colpita di Rourke?
Soprattutto per come aveva affrontato L’anno del Dragone, e chi se ne importa di 9 settimane e 1/2.
9 settimane e 1/2 ha fatto storia.
Un film come tanti; (torna a prima) Charlotte è stata importante nella scelta e ancora oggi Mickey lo sento; spesso sono i dietro le quinte a raccontare i protagonisti.
Cioè?
Dopo aver deciso che era lui il protagonista di Francesco (1989), parto per gli Stati Uniti, lo volevo incontrare, ma era impegnato in un film girato sul mare, vicino New York. Arrivo. Era bassa stagione, albergo mezzo vuoto, ristorante chiuso perché era tardi. Siamo finiti a mangiare una pizza, divisa in due, seduti direttamente sulla moquette della sua stanza.
Già un film.
Abbiamo parlato del suo personaggio, di San Francesco, poi della vita, del cinema, con dei toni che mi hanno immediatamente fatto rendere conto che era l’attore giusto.
Perfetto.
(Ride) Meno per il produttore: costava molto.
Oltre a Rourke, chi altro?
Pierre Clémenti: un giorno vado alla Fiera del Libro e trovo sugli scaffali l’autobiografia nella quale raccontava della droga, dell’arresto e della galera. Un libro bellissimo, duro, sincero.
Clémenti si è massacrato.
Due anni di carcere e un libro commovente.
Prima dell’arresto, Clémenti è stato il protagonista dei Cannibali (1970): un successo.
Peccato che dopo la proiezione negli Stati Uniti, la Paramount mi ha cercata per acquistare il film e distribuirlo in America, a patto che cambiassi il finale: per loro era sbagliato vedere gli eroi uccisi dalla polizia.
E lei?
Mi sono rifiutata. Una volta tornata a Roma, al produttore italiano è preso un colpo.
Il suo finale era raro per l’epoca.
Easy Rider è uscito un anno dopo…
E Clémenti?
Per coinvolgerlo nel film lo sono andata a recuperare in una casa di cura. L’ho trovato con le mani fasciate: voleva scappare e dalla rabbia per la mancata fuga aveva spaccato i vetri.
E voi?
Con la mia aiuto regista lo abbiamo preso e portato in albergo al centro di Roma: lì era normale fumare droga ed è lì che lo hanno arrestato con l’hashish. Per fortuna le riprese erano finite.
Nei Cannibali c’era Tomas Milian.
Carino ma stranetto. Direi simpatico.
Torniamo a Marcello Mastroianni.
Un uomo intelligentissimo, straordinario: con lui ho girato due film e ogni volta mi sono piacevolmente stupita perché spesso restava con la troupe; (ride) una sera a Marrakech mi avverte: “Liliana ceno con loro”. “Va bene, a domani”. In realtà non era desiderio di condividere esperienze di vita: nelle valigie avevano portato chili di pasta e Marcello non amava il cibo marocchino.
Nella Pelle è in coppia con Claudia Cardinale.
Una mattina Marcello mi guarda: “Liliana non fare solo un ciak, non dire ‘questa scena è buona’. Prendi tempo”…
Come mai?
Giravamo la scena in cui baciava Claudia e lei era l’unica, o una delle poche, a non aver mai ceduto al suo fascino. Marcello aveva una passione per lei.


Ha dato retta a Mastroianni?
(Sorride) Sì.

Nel 1977 ha trasformato Virna Lisi…
Donna intelligente, attrice bravissima: nonostante la sua carriera si fosse sviluppata su altri registri, in Al di là del bene e del male non ha avuto alcuna remora nell’apparire in un ruolo da cattiva, perfida, con un trucco che la invecchiava.
È mai stata pressata dagli attori per ottenere una parte?
Non mi è mai successo; il problema è sempre stato il prima: impiego tantissimo nello sceglierli, studio a lungo, valuto…
Delusa da qualcuno?
Per fortuna, no.
Neanche da John Malkovich?
Non è un simpaticone, però è una persona carina, come altri.
Riservato.
No, super riservato; ma è nato povero e ho capito che il suo è solo un atteggiamento, non la sostanza.
Quale film salverebbe dall’oblio?
L’oro di Napoli: la scena di Vittorio De Sica che gioca a carte con il bambino è meravigliosa, perfetta.
E degli ultimi vent’anni?
Devo pensarci molto.
Cosa vorrebbe girare?
Un altro film su san Francesco, ma per me sarebbe il quarto, forse è troppo.
Lei chi è?
(Ci pensa, cambia espressione) Sono cresciuta in una famiglia di atei e antifascisti…
Quindi?
Voi chi siete?
Giornalisti.
E allora sono una regista.