Specchio, 22 febbraio 2026
Intervista a Francesco Clemente
All’angolo tra Broadway e Great Jones Street – nel cuore di Downtown Manhattan – c’è dai primissimi anni Ottanta, lo studio di Francesco Clemente. Clemente è uno dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Una personalità unica, che ha saputo fare dell’esperienza interiore un immenso territorio di ricerca. Nato a Napoli nel 1952, ha attraversato disegno e pittura come luoghi di presenza e trasformazione, dove identità, corpo e coscienza si mostrano instabili, in continuo mutamento. Associato alla Transavanguardia – ma mai riconosciutosi in nessuna definizione – Clemente ha costruito un linguaggio che intreccia memoria personale e collettiva, simbolismo e pensiero orientali e occidentali, muovendosi tra Napoli, New York e l’India. La sua opera non descrive il reale: lo attraversa, interrogandone le zone più intime e vulnerabili. Territori emotivi, a volte dolorosi e innominabili, approdano, attraverso il suo lavoro, a nuove frontiere percettive.
La nostra conversazione inizia davanti a una tazzina di caffè fatto con la moka, circostanza insolita a New York. Siamo ancora ignari di esserci imbarcati in un viaggio che attraverserà emozioni, luoghi e tempi a lungo dimenticati. La mia domanda iniziale è quella che fa da Caronte.
Chi era Francesco “prima”, prima di tutte le avventure della vita? Ci ritroviamo così in una Napoli magica e misteriosa, quella del dopoguerra.
«Era un’epoca completamente diversa. Io, quattordicenne, potevo uscire dal triangolo delle persone cosiddette educate, andare nel centro storico di Napoli, bussare a una porticina, chiedere la chiave e passare il pomeriggio da solo nella Cappella Sansevero – che non era aperta al pubblico. C’erano mille cose da scoprire, da vedere, da sentire, completamente segrete. Insomma, il romanzesco era dappertutto».
Due genitori singolari: una madre iperprotettiva ma anche avventurosa e colta, capace di scelte radicali; un padre gentiluomo, impeccabile, calmo e presente, mai stanco né annoiato, che non ha mai smesso di sostenerlo silenziosamente, nemmeno nei momenti più difficili. Entrambi cercatori di bellezza.
«I miei genitori, con mezzi economici molto modesti, mi caricavano sulla Fiat 500 e partivamo – anche lì, in un’epoca in cui non dovevi prenotare nulla: guidavi e ti fermavi dove volevi. Ogni estate un viaggio in Europa, per cui io, prima dei dodici anni, avevo visto tutti i musei più importanti. Detto ciò, i miei, così attenti, non si sono accorti di un fatto incredibile che ho scoperto da poco: discendo da una catena ininterrotta di pittori, i Fergola, attivi alla corte del Re di Napoli dal 1750 al 1890. C’è stato un intervallo di due generazioni e poi sono arrivato io», sorride.
Cosa in particolare ti ha spinto verso la pittura?
«DNA a parte vengo anche da un’altra interruzione. Gli artisti interessanti ai quali mi riferivo da ragazzo consideravano la pittura qualcosa di assolutamente inutile. Questo mi spingeva a guardare proprio alla pittura, perché non volevo essere un artista di seconda generazione. Volendo partecipare alla storia, dovevo trovare una mia dimensione, anche riattivando ciò che era stato trascurato. Ci furono stimoli importanti. Due lavori mi colpirono molto: uno di questi era un enorme disegno di Gilbert&George, l’altro due pastelli giganteschi di Salvo. Entrambi mi diedero il senso che potevo andare nella stessa direzione. Ma ci vollero anni. Fino alla Biennale di Venezia del 1980, dove presentai un enorme affresco su pannello – grazie anche alla consulenza di un mio grande amico, il restauratore Claudio di Giambattista. Da lì in poi la mia via nella pittura fu indiscussa. A breve partii per New York, che, insieme all’India e all’Italia, divenne per sempre casa».
Siamo ora nel Downtown Art District degli anni Ottanta, all’epoca così pericoloso che nemmeno i taxi ti accompagnavano.
«Julian Schnabel e David Salle conoscevano il mio lavoro già dall’Europa. Basquiat aveva lo studio qui di fronte. Keith Haring dall’altra parte della strada, come Kenny Sharf. Mapplethorpe è stato padrino dei miei gemelli. Era un mondo molto piccolo. Questo studio era la casa di tutti. C’erano un fermento e uno scambio indescrivibili. Ma nel 1987 gli anni Ottanta erano già finiti. Gran parte dei protagonisti erano di colpo quasi tutti morti a meno di quarant’anni di età a causa dell’AIDS o delle droghe. È stato terribile».
E la figura più importante tra questi amici?
«Sicuramente Julian Schnabel, di grandissima intelligenza e generosità. Con Julian siamo proprio famiglia. Il mio gallerista ora è suo figlio Vito, che mi ha adottato con enorme dedizione e passione. Ho una mostra che apre da lui la prossima settimana, Diario di viaggio, dedicata agli ultimi 25 anni del mio lavoro: dodici opere monumentali, ognuna legata a un luogo, a un tempo e a una tecnica differenti l’uno dall’altro. Quindi uno show molto ricco e molto diverso».
E progetti in Italia?
«Sì, il 28 maggio inaugurerò una retrospettiva “concisa” – non più di sessanta opere – alla Triennale di Milano, curata dal leggendario Robert Storr e da Francesca Pietropaolo».
C’è una figura speciale che ha accompagnato il viaggio, anche se non è in studio con noi: Alba Primiceri, moglie e compagna di vita di Clemente da sempre. Come vi siete conosciuti?
«Alba è ovunque. Ci siamo conosciuti a Roma, una sera a Campo de’Fiori negli anni Settanta. Ho sentito una donna con una risata clamorosa. Mi sono subito innamorato di lei. Ho pensato: devo andare a vedere chi è. Non ci siamo più lasciati. Alba era una star del teatro italiano all’epoca. Ha lasciato tutto per seguirmi prima in India, poi a New York. Con estrema grazia e infinita flessibilità. E grande intelligenza. Lei è molto più intelligente di me. Entrambi mettiamo le nostre energie nell’accettare ciò che ci è dato, più che nel volere ciò che non abbiamo».
A proposito di ciò che ci è dato: cosa ne pensi di questo momento di oscurantismo politico?
«Io avevo previsto tutto già dieci anni fa, quando morì l’ultimo testimone dell’Olocausto. Sapevo che la storia avrebbe provato a riagguantarmi. Ora è il trionfo di paura, odio e avidità – le tre emozioni negative buddiste che ti portano nell’abisso. Il problema è che si nutrono l’una con l’altra».
Che ne pensi di Trump e Meloni?
«Alba dice che la Meloni si veste molto bene…».
E a New York oggi, come ti trovi?
«Sono ancora innamorato di New York, è una città santuario, con tantissime cose buone e una comunità di artisti enorme. E quando sei innamorato veramente di qualcuno vuoi stargli vicino, anche nei suoi momenti difficili, non te ne vai».
Nella vita cosa ami e cosa ti repelle? Coltivi una passione insana?
«Cito Jung: mi piace l’amore, mi repelle il potere. Per il resto, tutto è sano nella vita e tutto si può fare a una condizione: l’organizzazione. L’ho imparato da un mio amico, Michele Di Grecia».
Abbiamo iniziato parlando dei tuoi genitori, cercatori di bellezza. Ma cosa è la bellezza?
«È la perfezione dell’imperfezione. Il più grande musicista è grande perché c’è un attimo in cui fa una pausa inaspettata, che prima non esisteva, non era contemplata nel gioco».