repubblica.it, 22 febbraio 2026
Sono ancora 15mila gli asteroidi “city killer” non localizzati che potrebbero minacciare la Terra
La notizia non è delle più rassicuranti. Secondo la National Aeronautics and Space Administration (Nasa), circa 15mila asteroidi, non ancora localizzati, potrebbero minacciare la Terra. Ad annunciarlo è Kelly Fast, responsabile dell’Ufficio di coordinamento per la Difesa planetaria dell’agenzia, durante il recentissimo congresso annuale dell’American Association for the Advancement of Science, che si è svolto a Phoenix, negli Stati Uniti.
Si tratta di rocce di medie dimensioni, cioè con un diametro compreso tra 140 metri e un chilometro: non abbastanza grandi da mettere a rischio l’esistenza sul nostro pianeta (come quella che 66 milioni di anni fa provocò l’estinzione dei dinosauri), ma non abbastanza piccole da essere trascurabili. Il loro impatto potrebbe, infatti, distruggere un’intera area metropolitana: per questo vengono definite city killer.
Proprio questa fascia intermedia di corpi rocciosi rappresenta la maggiore criticità: quelli con un maggior volume, pur essendo più pericolosi, sono facili da intercettare con ampio anticipo, mentre quelli più piccoli, pur essendo difficili da captare, raramente provocano danni estesi.
Gli scienziati sono stati messi in allerta il 25 dicembre 2024, quando un telescopio in Cile, in Sud America, ha evidenziato che un asteroide, poi chiamato YR4, grande quanto un campo da calcio, era transitato molto vicino alla Terra.
Le analisi avevano inizialmente stimato un rischio di impatto nel 2032 intorno al 4%, ma successivi calcoli hanno ridotto le probabilità di collisione allo 0,0027% (una su 37mila). Molto scarse, per fortuna. “Questa roccia spaziale non rappresenta più una minaccia”, rassicura Vishnu Reddy, responsabile dell’International Asteroid Warning Network (Iawn), “anche perché è improbabile che il pericolo aumenti nuovamente, una volta che si sta avvicinando allo zero”.
Resta, invece, la possibilità che possa colpire la Luna. In tal caso, lo scontro sarebbe così intenso da essere visibile a occhio nudo.
Di fronte a questo episodio, gli esperti stanno riconsiderando i programmi di difesa planetaria. Un importante esperimento in proposito è stato la missione Double Asteroid Redirection Test (Dart), condotta nel 2022 dalla Nasa, in collaborazione con l’Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University. In pratica, gli scienziati, coordinati dall’astronoma Nancy Chabot, hanno progettato un’apposita navicella che ha poi intenzionalmente colpito, a una velocità di circa 22.500 chilometri orari, Dimorphos, ovvero la piccola luna dell’asteroide Didymos. La sua orbita è stata modificata in modo misurabile (riduzione del periodo orbitale di 33 minuti), dimostrando che deviare un oggetto celeste è tecnicamente possibile.
"Dart è stato un importante test, ma non abbiamo un altro veicolo pronto all’uso, quindi, in caso di necessità, non avremmo modo di difenderci”, ha affermato Chabot.
Dopo la missione statunitense, anche l’European Space Agency (Esa) sta dando il proprio contributo. Nel 2024 ha lanciato la sonda Hera verso il sistema Didymos-Dimorphos con l’obiettivo di studiare nel dettaglio gli effetti dell’urto causato da Dart. In particolare, misurerà con precisione la massa dell’asteroide, il cratere generato, l’esatta entità dei cambiamenti orbitali, per valutare l’efficacia della tecnica e migliorare le future strategie difensive.
Servono investimenti
Nel frattempo la Nasa, per colmare le attuali lacune nell’osservazione, sta sviluppando il telescopio spaziale Near-Earth Object Surveyor, in grado di individuare oltre il 90% degli oggetti di dimensioni intermedie, inclusi quelli più scuri e, quindi, più difficili da rintracciare.
Il problema, secondo gli specialisti, non è solo tecnico, ma anche politico. La capacità di localizzare e deviare un asteroide richiede, infatti, oltre a una pianificazione anticipata, notevoli investimenti.