Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 21 Sabato calendario

Melania Mazzucco: perché siamo ancora prigionieri del Castello di Kafka

Nulla e nessuno ne Il Castello di Franz Kafka è come sembra, tutto ciò che è scritto su carta è erroneo o inoltrato alla persona sbagliata, tutto ciò che viene detto può essere falso, oppure interpretato in modo opposto a quanto suggerisce il senso comune. La verità – dei fatti, delle persone, dei luoghi stessi (il villaggio è un labirinto, il Castello un dedalo di uffici, non vi si può accedere e nessuna strada vi conduce) – sfugge, viene fraintesa, manipolata, demolita, e alla fine non è neppure necessaria. Quanto alla sensazione, pure questa si impone fin dalle prime righe. Un malessere, vischioso e angosciante. Un senso di impotenza nei confronti degli altri, del potere e dei suoi rappresentanti, ma anche degli ultimi e degli infimi: insomma, della vita stessa.
Benché il romanzo sia narrato in terza persona, e il punto di vista di K. non sia esclusivo o dominante (a molti personaggi vengono concessi lunghi monologhi, e ad Olga addirittura una digressione che forma un quasi autonomo racconto nel racconto), benché il personaggio di K. non abbia nessuna caratteristica che induca il lettore a identificarsi con lui – è subdolo, aggressivo, sessista, e potrebbe perfino essere «una persona molto malvagia e pericolosa» come ipotizzano i suoi nemici – le sue peripezie, l’ostinazione disperata, l’ostilità che incontra a ogni passo, gli abusi che subisce da parte di chiunque finiscono col rendercelo fratello e lasciarci, indelebile, la sensazione di vagare nel mondo – come lui – in balia di forze oscure: svalutati, fraintesi, esclusi.
Kafka non volle o non seppe terminare il romanzo. Il 15 marzo del 1922 ne lesse l’inizio all’amico Max Brod, compose il resto nella primavera-estate, e a settembre lo informò di averlo messo da parte, «evidentemente per sempre». Lo abbandonò, come aveva già fatto con America e Il processo, cui non diede mai l’ultima mano. La tisi polmonare si aggravava, la fine della relazione con Milena Jesenská alimentava le sue ricorrenti crisi di sconforto, l’avvio del rapporto con Dora Diamant lo spinse a spostarsi a Berlino, la trama si era impantanata.
Al ventesimo capitolo, dopo appena una settimana di permanenza, il suo K. aveva combattuto contro tutti gli abitanti del villaggio e i dipendenti del Castello: i portinai, l’ostessa, il maestro, la maestra, il Sindaco, gli aiutanti, i segretari, gli inservienti; era stato aiutato dal messaggero Barnabas, dalla di lui sorella Olga, dalle addette alla mescita dell’Albergo dei Signori (prima Frieda, poi l’ex cameriera Pepi), da un funzionario insonne. Si era sfinito in passeggiate senza scopo, in discussioni interminabili, in ermeneutiche sofistiche e deliranti. Aveva usato il cervello e il bastone, la parola e i pugni. Insomma, Kafka aveva esaurito le possibilità narrative, e doveva concentrarsi per costruire il finale con la stessa spensierata originalità della parte già compiuta.
Ma non lo fece. Max Brod sostiene che avesse in mente la fine del romanzo: a K. viene infine riconosciuto il diritto di vivere al villaggio, ma è troppo tardi. Stremato dalla lotta, si è ammalato, e muore. Così poco dopo anche Kafka, in un sanatorio nei pressi di Vienna, nel giugno del 1924, quasi il personaggio – che ha per nome l’iniziale del suo cognome – fosse davvero il suo straniato riflesso.
Aveva chiesto a Brod di bruciare i manoscritti. Brod invece disobbedì e fece pubblicare Il Castello nel 1926. La prima traduzione italiana è del 1948. Alla rilettura, non si è attenuato il fascino della parola «agrimensore». Ma l’adulta, lettrice onnivora e scrittrice lei stessa, apprezza meglio le sfumature dei registri usati da Kafka. La nota comica e grottesca pareggia e compensa quella sinistra e angosciante. Clowneschi appaiono i personaggi di contorno, provvisti peraltro di nomi quasi onomatopeici, sempre mono o bisillabici. Qua e là le scene sono punteggiate di vere e proprie gag. E proprio questo inedito miscuglio di simbolismo biblico e comicità buffonesca è stato seminale per la letteratura e per il cinema del Novecento. Nelle pagine de Il Castello ci sono già Beckett, Polanski, Lynch, Krasznahorkai.
È un incubo. Del sogno ha tutte le caratteristiche. L’atmosfera onirica (la neve, la nebbia, la notte in cui si svolgono quasi tutte le scene, l’oscurità perenne). Il paesaggio mobile: la topografia indecifrabile del villaggio della campagna circostante, in cui K. continua a perdersi, gli spazi claustrofobici, i corridoi dell’Albergo dei Signori che si stringono e si prolungano all’infinito, i tuguri soffocanti e informi. Le identità labili (i personaggi cambiano aspetto e volto, tanto che si può non riconoscerli). L’illogicità delle azioni: gli altri si comportano sempre con totale mancanza di riguardo per il sognatore (K.), ne deludono le attese, lo maltrattano senza che le sue reazioni producano gli effetti voluti. Anche le incongruenze narrative. «Vecchi» aiutanti che però K. non ha mai incontrato, K. che vuole sposare Frieda e però ha lasciato una moglie nel suo paese, e via dicendo. È un ritratto paradossalmente realistico del mondo di ieri: l’Impero austro-ungarico dissolto con la fine della Prima guerra mondiale (cui K. non partecipò, e che apparentemente lo sfiorò appena), dominato e soffocato dalla stessa burocrazia elefantiaca della Cacania di Robert Musil, dall’ingiustizia sociale, dai cascami del feudalesimo. Ma è anche di più. È un racconto filosofico sulla condizione dello Straniero. K., come ribadito continuamente, è un migrante: viene «da un paese straniero», «dal mondo straniero».
Ha lasciato il suo, abbagliato dalla possibilità di rifarsi una vita altrove – e per quanto il luogo in cui arriva sia inospitale e gli abitanti lo invitino continuamente ad andarsene, non cambia idea. Nessuna umiliazione o angheria smuoverà la sua volontà di trovare lí casa e rifugio. Nemmeno il desiderio di Frieda, che pure vorrebbe sposare: la giovane sogna di andare a sud (in Francia o in Spagna), ma lui è «venuto per restare». «Meschino e repellente», accetta di «assecondare con pazienza i capricci del maestro» con la speranza di elevarsi, un giorno: accetta di fare il bidello, pulire la scuola, appostarsi nel cortile al gelo, sottoporsi a un interrogatorio notturno. «Spaventosamente ignaro» si sforza di imparare, «pieno di sospetto verso tutti», si appiglia a ogni occasione di soccorso. Andare al di là del muro: è l’unica scena del passato di K. Che ci viene raccontata.
E pur se nelle ultime pagine il muro del rifiuto assoluto e metafisico si sgretola, e alcuni sembrano infine disposti ad accettarlo, la sua condizione non può mutare. Non è nulla. «È pur sempre un forestiero», gli dice l’ostessa. Non ha diritti. È, e rimane per sempre, lo Straniero. Scrostata di ogni contingenza, astratta dalla biografia di colui che la scrisse, dai riferimenti paradigmatici all’ebraismo dell’autore, alla cabala e alla teologia, liberata dal crepuscolo da fine del mondo del tempo che la generò, la storia di K. diventa una parabola universale sull’esclusione dell’Altro, che più di un secolo dopo ancora ci interroga e ci inquieta.