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 2026  febbraio 21 Sabato calendario

Amazon può andare a giudizio: nel suo marketplace si vendeva il nitrito di sodio, usato per i «kit dei suicidi»

Negli Stati Uniti, diverse persone si sarebbero suicidate ricorrendo al nitrito di sodio, acquistato sul marketplace di Amazon tramite venditori esterni: è questa l’accusa di responsabilità recentemente mossa da 4 famiglie delle vittime nei confronti del colosso dell’ ecommerce. E la Corte Suprema di Washington ha ora stabilito all’unanimità che Amazon dovrà affrontare le cause legali intentate dalle famiglie delle vittime, ribaltando una precedente sentenza di un tribunale gerarchicamente inferiore.
Cos’è il nitrito di sodio e cosa c’entra con i suicidi
Conosciuto in chimica con la formula NaNO₂, il nitrito di sodio è un sale derivante dall’acido nitroso, e viene frequentemente utilizzato dall’industria alimentare come conservante o additivo. Se inalato o ingerito in quantità eccessive, però, il nitrito di sodio provoca importanti effetti collaterali a livello cardiaco e respiratorio, che nei casi clinicamente più gravi possono portare alla morte. Un utilizzo «off-label» che purtroppo trova precedenti drammatici anche in Italia: nel 2023 le forze dell’ordine avevano intercettato nove acquisti di un vero e proprio «kit del suicidio» spedito dal Canada (non via Amazon, ma attraverso canali privati), che aveva causato almeno una vittima. 

A detta delle famiglie, la compagnia di Seattle sarebbe stata perfettamente al corrente dell’uso del nitrito di sodio e altri composti simili (venduti sempre sulla piattaforma senza alcuna restrizione) per finalità suicidarie, e questo porrebbe tutti i presupposti per configurare una colpa di negligenza ai danni delle vittime in esame.
La sentenza arriva in un momento tutt’altro che casuale. A Los Angeles è in corso un maxi-processo destinato a protrarsi fino al 20 marzo, nel quale nomi come Adam Mosseri di Instagram e Mark Zuckerberg, ceo di Meta, sono stati chiamati a testimoniare davanti ai giudici per rispondere delle conseguenze – documentate e sistematiche – che le loro piattaforme avrebbero avuto sulla salute mentale di milioni di utenti, in particolare i più giovani. Un procedimento che, nelle sue stesse premesse, segna già una rottura rispetto al passato.
La decisione della Corte Suprema di Washington nei confronti di Amazon, pur giuridicamente afferente a un altro filone, si inserisce in questo solco e lo conferma: che si tratti di contenuti social capaci di alimentare dipendenze o disturbi psicologici, o di prodotti fisici venduti senza alcun filtro su un marketplace, l’era dell’impunità delle grandi piattaforme sembra avviarsi al tramonto. L’idea che i giganti tech potessero considerarsi semplici intermediari – e quindi estranei a ciò che avviene al loro interno – appare sempre meno sostenibile, tanto sul piano etico quanto su quello giuridico. Casi come questi segnalano che la linea sta cambiando: alle piattaforme viene chiesto, con crescente insistenza, di rispondere di quello che vi transita. Se non lo fa legge, lo fanno le denunce di privati cittadini e associazioni, ora sempre più spesso considerate legittime dai tribunali.