corriere.it, 22 febbraio 2026
Max Casacci dei Susbonica: quando andammo a Sanremo nel 2000
C’è stato un tempo in cui, per una rockband, andare a Sanremo era cosa assolutamente disdicevole. Tra i primi a rompere il diaframma tra i generi, tra quel che si dice underground e il nazionalpopolare, sono da annoverare i torinesi Subsonica, ritrovatisi nel 2000 dalle cave dei Murazzi sul Po ai tinelli delle famiglie di tutta Italia. Una (piccola) rivoluzione cartesiana di cui parliamo con Max Casacci, da sempre chitarrista e animatore primo della band.
Come nacque l’idea di andare a Sanremo?
«Non ci volevamo andare all’inizio. Ci eravamo costruiti una street credibility, con un passaparola sulle riviste specializzate e sul primo Internet. E poi allora la musica era una religione monoteista. E quella del Festival non era la nostra».
Chi vi chiese di partecipare?
«La nostra etichetta. Le titubanze nascevano anche dall’esperienza dei Pitura Freska, in qualche modo a noi affini, che qualche anno prima erano stati un po’ triturati dal meccanismo».
Ma perché cercarono proprio voi?
«Eravamo portatori di sonorità e attitudini che piacevano ai ragazzi del tempo e le traducevamo in una forma canzone dove la melodia c’era».
Cosa vi fece cambiare idea?
«C’eravamo riuniti tra di noi per dire no, ma intanto mi ronzava in testa un giro di chitarra. Alla fine dissi agli altri: forse una canzone che va bene per noi va bene anche a Sanremo. Scrivemmo il testo e decidemmo di partecipare. A quel punto iniziarono a fioccare i “consigli” degli addetti ai lavori...».
Quali?
«”L’introduzione strumentale non va bene”; “perché non mettete questo ritornello qui”: rifiutammo in blocco. Ci saremmo andati senza snaturarci o niente. Ci sentivamo come dei turisti allo zoo».
Elio ha raccontato che Piero Pelù gli aveva chiesto di non andare al tempo della «Terra dei cachi» perché avrebbe «fatto male al movimento».
«A noi non accadde. La nostra era una generazione più giovane, la famosa X, senza riferimenti e più fluida nell’ascolto della musica».
Il brano, «Tutti i miei sbagli», sembra autobiografico...
«Il nostro riferimento in realtà fu Per Elisa che Battiato scrisse per Alice al Sanremo 1981. vinto poi da lei. Era un pezzo che poteva parlare di una donna come di una dipendenza, dal doppio fondo».
Come andò sul palco?
«All’inizio eravamo in apnea, al secondo giorno ci scaricò lo stilista che ci avrebbe dovuto vestire e indossammo le magliette del merchandising. Tutto molto naïf, ma intanto ci veniva comunicato che il nostro pezzo era il più trasmesso in radio: obiettivo raggiunto».
In gara arrivaste undicesimi.
«A metà classifica, ma pensavamo che saremmo arrivati ultimi. Come Vasco».
Cosa cambiò per voi?
«Subito dopo, apparentemente, non molto. Per dire, rifiutammo il Festivalbar e il primo concerto post Sanremo lo facemmo al Leoncavallo. Certamente però la pressione era diversa. A noi interessavano i live, arrivarono i palazzetti».
C’è stato poi un momento in cui sembrava che rock e Sanremo coincidessero, con i Måneskin...
«Abbiamo sperato che ci fosse un tentativo di emulazione da parte dei ragazzi, che si tornasse a suonare gli strumenti. In parte non è successo, però ci sono anche giovani band con qualità».
Oggi il rock sembra non ci sia (o ci sia poco) in Riviera.
«Perché ora contano più i like e gli streaming dei contenuti».
Tentazione di tornare?
«No. Più passano gli anni, più ci sentiamo su un’altra strada».
Consigli per emergenti?
«Ci puoi andare se sai cosa ci vai a fare».