Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 22 Domenica calendario

I 400 mila pellegrini per San Francesco. Il messaggio di speranza di quel corpo così piccolo

«Ho fatto un sogno – disse un giorno Francesco-. Ho visto una gallina piccola e nera, che teneva sotto le sue ali molti pulcini. I pulcini siete voi, i miei frati. La gallina piccola e nera sono io». Visto da vicino, il corpo di san Francesco è davvero piccolo. Ieri è stato estumulato – si dice così: insomma, tolto dall’urna – e offerto allo sguardo dei fedeli, sotto gli affreschi di Giotto e degli altri maestri. Non una ricognizione, come quelle del passato; la prima vera ostensione pubblica. Quasi 400 mila pellegrini si sono prenotati per vederlo, nel prossimo mese. Ieri i primi sono stati il custode del sacro convento di Assisi, padre Marco, e il portavoce, padre Giulio. Ad agosto verrà il Papa, alla Porziuncola. A ottobre si celebreranno gli 800 anni della morte.
Il corpo di San Francesco di Assisi, esposto per la prima volta al pubblico nella sua storia, in una teca davanti all’altare della Basilica Inferiore di Assisi, ANSA/Gianluigi Basilietti The body of St. Francis of Assisi, displayed to the public...
C’era un’atmosfera quasi di famiglia, quando i frati ieri pomeriggio hanno portato il corpo dalla cripta, dove riposa, alla basilica inferiore, dove rimarrà sino alla settimana santa. Un corpo a lungo conteso, disputato, discusso. Gli assisani volevano a tutti costi che Francesco morisse nella loro città, per evitare che i perugini o altri rivali avessero le sue reliquie. Così lo chiusero sotto scorta armata nel palazzo del Comune. Solo negli ultimi giorni Francesco ottenne di morire alla Porziuncola. Scrisse una lettera d’addio a Chiara. E scrisse a un’altra donna, Jacopa dei Settesoli, un’aristocratica romana cui era molto legato al punto da chiamarla frate Jacopa, per dirle: sto morendo, vieni subito ad Assisi, porta i panni e i ceri per il mio funerale, e già che ci sei porta pure i mostaccioli, i dolci che mi piacciono tanto. Quella lettera non fu mai spedita. Francesco aveva appena finito di dettarla, quando Jacopa arrivò alla Porziuncola. Aveva sentito che lui aveva bisogno di lei, per affrontare l’ultima, difficile prova. Portava i panni, i ceri, e, naturalmente, i mostaccioli.

Francesco pregò i compagni che intonassero ancora il Cantico delle Creature, cui tentò di unirsi, con l’ultimo filo di voce. Si fece leggere la Passione dal Vangelo secondo Giovanni. Poi benedisse i frati, uno per uno. E benedisse tutti gli abitanti della terra, quelli del presente, quelli del passato e quelli del futuro; quindi benedisse anche noi. Non volle morire in un letto, ma adagiato sulla nuda terra; e nella nuda terra volle essere sepolto. Nel momento in cui esalò l’ultimo respiro, si posò sul tetto della Porziuncola un grande stormo di allodole, che levarono un alto canto. Era la notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Otto secoli fa. Aveva quarantaquattro anni. Un frate vide l’anima di Francesco salire al cielo come una stella. Annotarono i testimoni: «Dopo morto, diventò bianco, e la sua carne morbida; e appariva quasi un santo che rideva». 
Costruirono una basilica per custodire il suo corpo, e nasconderlo dai ladri sacrileghi; solo che lo nascosero talmente bene che poi non lo trovavano più. Fu papa Pio VII nel 1818 a ordinare di ritrovare san Francesco: scavarono per cinquantuno giorni e cinquantuno notti, alla cinquantaduesima notte il piccone trovò l’urna di pietra che è stata aperta ieri.
Faceva impressione ascoltare i frati leggere la storia della morte del santo dalla Vita di Tommaso da Celano. Perché molti secoli fa l’allora capo dei francescani, san Bonaventura da Bagnoregio, aveva scritto la biografia ufficiale di Francesco, e ordinato che tutte le altre fossero distrutte; compresa quella di Tommaso. L’annuncio che sul suo corpo erano state trovate le stimmate – le ferite di Gesù, nelle mani, nei piedi, nel costato – confermò la sua santità; ma indicò anche che si stava tentando di allontanare Francesco dalla terra, di relegarlo nel cielo, nuovo Cristo, modello unico e inimitabile. Alla luce di quel che si è visto ieri ad Assisi, il tentativo è fallito.
Francesco è più vivo che mai. I pellegrini che oggi si affolleranno nella basilica non vengono a chiedere una grazia. Sono altri i santi francescani da cui si implorano miracoli, da sant’Antonio a padre Pio. Il vero miracolo di Francesco è dimostrare che l’uomo può cambiare, può diventare migliore. È questo lo spirito di Assisi, che Giovanni Paolo II incarnò invitando i capi di tutte le religioni – ebrei e musulmani, sikh e giainisti, buddisti e hindu, animisti e zoroastriani – a pregare con lui per la pace sulla tomba del santo. Era il 1986. Tre anni dopo crollava il Muro di Berlino, poi finì l’apartheid in Sudafrica, e Israele firmò gli accordi di Oslo con i palestinesi. 
Negli anni successivi, la storia ha preso tutta un’altra direzione. Un motivo in più per ascoltare l’ammonimento del santo che amava la pace mentre noi facciamo la guerra, che amava la creazione mentre noi la stiamo distruggendo, che accoglieva le donne da pari a pari e scriveva una lettera a tutti gli abitanti della Terra rivolgendosi per primi non ai sovrani, ma ai bambini. Il santo secondo cui siamo fatti tutti della stessa sostanza, uomini animali piante, e nessuno si salva da solo; ognuno si salva con il resto dell’umanità e con il resto della creazione. Dalla basilica inferiore di Assisi, dalla visione di quel corpo piccolino, se ne esce un po’ più convinti.