Corriere della Sera, 22 febbraio 2026
La tenaglia Trump-Putin su Kiev
Dopodomani, il 24 febbraio, l’Ucraina entrerà nel quinto anno di guerra. O, meglio, nel quinto anno in cui sarà costretta a tener testa all’aggressione russa. Nei quattro anni trascorsi il più difficile è stato il secondo, quando fallì la controffensiva guidata dal generale Valerij Zaluznyj che nel 2024 fu costretto a dimettersi e ispirò un famoso articolo dell’«Economist» sulla «fatigue» in virtù della quale la guerra era giunta a un punto morto. E ancor più è stato terribile il quarto anno, allorché, venuto meno il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump che in più occasioni si è mostrato ostile a Volodymyr Zelensky e oltremodo cordiale con Vladimir Putin, l’Ucraina è stata sottoposta a un bombardamento ininterrotto su strutture civili che l’hanno costretta ad affrontare l’inverno in condizioni micidiali. Condizioni non dissimili a quelle del 1932 quando fu straziata dalla carestia provocata da Stalin, passata alla storia come Holodomor.
Il tutto in presenza di finte trattative di pace che l’autocrate russo senza infingimenti aveva annunciato sarebbero andate a buon fine solo se Zelensky avesse ceduto porzioni di territorio che i russi non sono mai riusciti a conquistare. E l’Ucraina avesse tenuto “libere” elezioni sotto i bombardamenti. Per parte nostra dubitiamo che, anche nel caso di cedimento a quelle astruse condizioni, si sarebbe raggiunta la «pace».
N ei quattro anni trascorsi, gli ucraini si sono guadagnati la fama di popolo difficilmente piegabile. Andrea Graziosi ha giustamente scritto che dovrebbero «vergognarsi» (o quantomeno, attenuiamo, chiedere ammenda) coloro che ci hanno raccontato la favola degli ucraini che stavano combattendo una «guerra per procura». E che, senza il sostegno degli americani, si sarebbero liquefatti in un battibaleno. Erano gli stessi, gli artefici di questi racconti, che alla viglia del 24 febbraio 2022 ci dicevano essere una «panzana» che i russi avrebbero varcato il confine. E che due mesi dopo era pronto un piano di pace fatto fallire in extremis dal premier britannico Johnson che tenne legato Zelensky già preso da un irrefrenabile desiderio di sottoscrivere quel trattato.
Ma nei quattro anni passati i russi, con metodi già sperimentati all’epoca in cui erano Unione sovietica, hanno guadagnato dappertutto ampie fette di disponibilità a comprendere le loro ragioni. Compreso, anzi soprattutto nel nostro Paese dove, fatta eccezione per il capo dello Stato e un numero sempre più limitato di analisti, tutti, dalla presidente del Consiglio alla leader dell’opposizione, pur tenendosi formalmente fedeli alle considerazioni di partenza, si sono mossi lungo una via di graduale, impercettibile allontanamento da Kiev. Talvolta nemmeno graduale, né impercettibile.
Per compiacere il presidente degli Stati Uniti (in qualche caso direttamente quello della Federazione russa) si è accreditata la leggenda secondo la quale Kiev era sul punto di cedere e Putin, nonostante la sua avanzata quotidiana si misurasse con il metro, era in procinto di sfondare e avviare il Paese sconfitto sulla via della «denazificazione». Fortunatamente gran parte dell’Europa ha resistito a far propria questa vulgata e ha sostanzialmente opposto resistenza alla tenaglia Trump-Putin. Il processo è stato ed è ancora lento, impacciato, farraginoso. Ma la sostanza c’è. A dispetto di coloro che suggeriscono al nostro continente di non preoccuparsi, dal momento che la Russia vuole solo riprendere a vivere in pace con noi e a commerciare con reciproco vantaggio. Lasciate l’Ucraina al suo destino, ci dicono, e tutto si aggiusterà. Tanto l’Ucraina…
Può darsi che, come sostengono i sensibili alle argomentazioni moscovite, l’Ucraina sia ormai un Paese fallito e che la Russia è destinata a restare a lungo nel pieno delle forze. Ma qualcosa non torna. Quattro anni fa la Bundeswehr di Berlino fu costretta ad assumersi il compito di aiutare i soldati ucraini ad apprendere le regole fondamentali per l’uso delle armi più moderne, adatte a fronteggiare l’invasore. Adesso è l’esercito tedesco, a norma di un accordo sottoscritto dal ministro della difesa tedesco Boris Pistorius, a ricevere aiuto da Kiev e a essere ammaestrato da istruttori di Kiev nell’uso dei droni peraltro forniti dalla stessa Ucraina. Nel frattempo, dopo i nordcoreani, centinaia, forse migliaia, di «volontari» africani vengono mandati dai russi a farsi massacrare sul fronte del Donbass. Ai primi di marzo, il ministro degli Esteri di Nairobi, Musalia Mudavadi, andrà a Mosca per chiedere chiarimenti sugli oltre mille kenioti reclutati per gli incarichi più diversi e poi spediti a morire al fronte. I Paesi africani coinvolti in questo genere di operazioni sarebbero trentasei. Secondo quel che ha riferito Nello Scavo, su Avvenire, in Sudafrica a occuparsi del reclutamento sarebbe stata Duduzile Zuma, figlia dell’ex presidente Jacob Zuma (successore di Nelson Mandela, al potere dal 2009 al 2018), gran sostenitore della causa putiniana. Anche ragazze sudafricane sarebbero state ingannate con gli stessi metodi. Il successore di Zuma, Cyril Ramaphosa, chiede, come Mudavadi, chiarimenti su quello che definisce lo «sfruttamento in Russia di giovani vulnerabili» provenienti dal Paese di cui è presidente. Ci domandiamo come mai se l’Ucraina strangolata dal gelo è in procinto di cedere, Putin, invece di mandare i suoi soldati a cogliere con le bandiere al vento l’alloro della vittoria, invii in prima linea militari asiatici e africani reclutati nei loro Paesi con l’inganno. Che modo stravagante di cogliere il frutto di un successo.