Corriere della Sera, 22 febbraio 2026
Intervista a Giacomo Mosele
Fuori c’è la neve, silenziosa compagna di una vita. Dentro, in questo salottino di legno, lui: Giacomo Mosele, per tutti «el Barba», l’uomo che ha vissuto cento inverni fra i boschi dell’Altopiano. Spegnerà 101 candeline il prossimo 30 luglio, traguardo che gli vale il primato del più anziano sciatore azzurro ad aver partecipato alle Olimpiadi. I suoi Giochi furono quelli del dopoguerra, quando aveva muscoli d’acciaio forgiati sulle montagne di Asiago dove faceva il taglialegna. Oggi quelle gambe forti e agili riposano come antiche guerriere senza comunque rinunciare alla passeggiata quotidiana. Le mani, che negli anni ruggenti strinsero 27 medaglie d’oro, un po’ tremano. Ma la sua mente corre sempre lungo le piste infinite degli anni belli della sua vita. Siamo con lui e con le sue figlie Daniela e Michela che lo assistono.
Signor Mosele, che ricordi ha delle sue Olimpiadi?
«Avevo fatto la 18 chilometri di fondo in Norvegia nel 1952, sono arrivato 34esimo. Non ero dotato di grande tecnica ma quando la pista saliva e c’era da spingere di braccia andavo su come un camoscio, ho ancora un record vicino a Tarvisio. Poi perdevo sul piano e in discesa. Comunque in Norvegia è stato per me un bel risultato, anche perché avevo iniziato a sciare seriamente solo da qualche anno e quasi per caso».
Cioè?
«Devo ringraziare el Menta, Gastone Dalle Ave, amico mio e grande fondista. Mi aveva visto sciare e mi ha convinto a partecipare a una gara a Campolongo. Era la fine degli anni ‘40. Io non avevo nemmeno gli sci giusti perché andavo con quelli di frassino che mi aveva fatto mio papà. E quella era una gara con gente che veniva dai Mondiali di St. Moritz. C’erano Aristide e Severino Compagnoni, fortissimi, c’era Silvio Confortola che aveva le gambe corte e svelte, Arcangelo Ciocchetti. El Menta mi prestò i suoi sci di allenamento e anche le scarpe che però mi erano strette. Mi vergognavo perché non avevo nemmeno la tuta da gara. Ho messo un maglione, i calzettoni di lana e sono andato. Aristide, che riuscì a superarmi solo sul falsopiano, mi fece i complimenti al traguardo. Ero arrivato subito dopo i 12 nazionali e altri due. Iniziò così la mia carriera di sciatore ma sul più bello che vincevo è capitata la storia di Cortina».
Cos’è successo a Cortina?
«Erano le Olimpiadi del 1956, sentivo che sarebbero state le mie, penso che avrei potuto vincere. Ero in gran forma, nel pieno della maturità, venivo da 24 vittorie di fila. Dopo avermi convocato mi dissero che purtroppo dovevo rimanere a casa per far posto al comandante...».
Mosele si ferma, gli occhi diventano lucidi e la figlia Michela lo soccorre: «Ogni volta che si parla di questa vicenda a mio papà viene da piangere perché ci è rimasto tanto male e ce l’ha ancora qui. All’epoca era nel gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, c’era un comandante, responsabile degli atleti della Guardia di Finanza, che aveva bisogno di una camera a Cortina per andarci con la moglie. E aveva scelto la sua e lui ha dovuto fargli posto. Mio papà ha obbedito anche perché è una persona timida e perbene».
Possibile signor Mosele?
«Sono stato zitto ma avrei dovuto protestare subito. Dopo parecchio tempo l’ho incrociato per strada, era con la moglie, gli ho detto “sei peggio di una...”, meglio che non lo dica. Si è girato dall’altra parte».
Il più bel giorno della sua vita?
«Quello del matrimonio con la Marcella. Parlando di sport dico invece Oslo, il giorno della cerimonia di apertura dei Giochi con tutti quegli atleti e io, taglialegna di Asiago, tanto piccolo ma anche tanto orgoglioso di esserci».
Il vanto?
«Alba e Franco nel Bosco degli Urogalli. Mario Rigoni Stern mi ha fatto questo regalo: ha scritto dei miei cani nel suo libro. Mario era di casa da noi, un uomo buono, semplice. Altro vanto: non aver mai avuto un telefonino».
Il segreto per vivere a lungo?
«Posso solo dire come ho vissuto io ma non so se è il segreto: disciplina, metodo, pochi eccessi ed esercizio fisico ogni giorno. Colazione, pranzo e cena alla stessa ora (Daniela: “Confermo, se si tardava di 5 minuti si rabbuiava”). Ho cercato sempre di evitare pranzi di rappresentanza. Poco alcol, mezzo bicchiere alle feste. Pensa che non mi sono mai ubriacato, neppure quando volevano farmi bere dopo una bella vittoria. E poi ho vissuto di aria buona e cibi sani».
Cosa mangia? Cosa beve?
«Io ho sempre mangiato tanta polenta, tante patate, pomodori e tanto tarassaco. Marcella mi faceva bere l’acqua bollita del tarassaco».
Fuma? Fumava?
«Fino ai 30 anni ma con moderazione, una sigaretta alla mattina e una alla sera».
Proprio nessun vizio?
Sorride: «Io la porta della camera la lascio sempre aperta». Sorride anche Michela: «Papà è ironico: diciamo che le badanti se le sceglie lui».
Altre passioni?
«Questo bosco, dove mio genero Alvise ha creato il bellissimo villaggio degli gnomi. Mi piaceva anche lavorare il legno e andare a funghi».
La sua giornata tipo?
«Sveglio 8.30, tivù, passeggiata di un’oretta e mezza». (Daniela: “Ama osservare gli uccelli e riesce a riconoscere i maschi dalle femmine solo dal canto e da come volano”).
Andava a caccia?
«L’ho fatto quando ne avevamo bisogno. È successo poi che una sera all’imbrunire ho ucciso una mamma capriola. Sono tornato a prenderla la mattina dopo e ho trovato il cucciolo accanto a lei che piangeva come un cristiano. Ho detto basta, non abbiamo più bisogno di selvaggina, ho appeso il fucile. (Michela: “Ora è animalista”)».
Il suo mito?
«Franco Nones, il primo campione olimpico italiano di fondo. Caro amico, simpatico. Una volta aveva una gara ed era a letto, tutti provavano a svegliarlo e lui si girava. Poi si è alzato, ha messo gli sci ed è diventato campione del mondo».
Mostra le foto della sua vita. Ce n’è una con l’attrice Silvana Pampanini.
Ce la spiega?
«A quel tempo andavo forte e avevo le mie spasimanti».
Un consiglio ai giovani?
«Fate delle vostre passioni un lavoro. Siate umili e lottate con grinta per raggiungere i vostri obiettivi senza mollare mai e non cercate affannosamente la ricchezza che non porta a nulla (Michela: «Mio papà non ha mai avuto un portafoglio»). Eravamo più ricchi quando eravamo poveri, contadini e boscaioli, e mia mamma andava a prendere l’acqua al torrente per cucinare e lavarci, sette fratelli e tre sorelle. A quel tempo la vita correva meglio».
Come vede lo sport di quest’epoca?
«Girano troppi soldi, rovinano tutto».
Il rimpianto?
«Non aver fatto viaggiare la Marcella. A lei piaceva tanto, amava il mare, io invece non lo sopportavo, duravo due giorni volevo tornare qui. E poi avrei voluto un figlio maschio e sono venute tre femmine (c’è anche Sonia, ndr) ma ora dico che è meglio così».
Cos’è la neve per lei?
«Il mio pane».
Ha visto le Olimpiadi?
«Sì, certo, tutti i giorni. Grande Italia, siamo più forti di una volta nel fondo. Ma tutto è iniziato con Nones».
Il suo sogno?
«Vorrei andare un giorno a Cortina per le Olimpiadi, anche ora che sono finite».
Cosa le manca di più?
«Un’amica, non troppo vecchiotta e impegnativa, che venga sul calar del sole...».
Silenzio, risate.