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 2026  febbraio 22 Domenica calendario

La lezione mancata della tragedia di Sarno. Sterpaglie e rifiuti nei canali di sicurezza

«Ma pecché, ma pecché? / ‘A terra tremma e se ne cade ‘o munno / Ma pecché, ma pecché?», chiede ne ‘A muntagna è caduta il neomelodico Nino D’Angelo, al quale il sindaco ha deciso di dare la cittadinanza onoraria di Sarno. Ai piedi del Pizzo d’Alvano, però, lo sanno tutti perché il 5 maggio 1998 scese a valle la montagna di fango che uccise 160 abitanti della cittadina e delle vicine Quindici, Siano e Bracigliano. Perché scese sì una spropositata quantità di pioggia ma più ancora, come ricorderà nel 2018 Sergio Mattarella, perché quella «tragedia immane fu favorita e ingigantita da uno sconsiderato sfruttamento del suolo, da incuria e superficialità nell’affrontare i pericoli derivanti dall’assetto idrogeologico».
Un terrificante monito biblico. Che doveva spingere tutti a dire: mai più. Lo Stato, infatti, spaventato da nuovi e successivi nubifragi, fece la sua parte. Costruendo 11 enormi vasche e 20 chilometri di canali destinati a contenere nuovi diluvi e nuove frane. E ci investì «oltre 400 milioni di euro rispetto ai 161 previsti inizialmente», dice un dossier Legambiente del ventennale. Già allora era però «evidente che Sarno ha insegnato poco o nulla». Lo stesso Stato infatti, scusate il gioco di parole, fece solo in parte la propria parte: spesi tutti quei soldi, erette le dighe e le briglie e le canalizzazioni in cemento armato, se n’è fregato della manutenzione. Lasciando via libera alle erbacce, agli sterpi, agli arbusti e agli alberi che, grazie al terreno reso nei secoli particolarmente fertile dalle ripetute eruzioni vesuviane, hanno in pochi anni ammorbato tutto.
Il risultato è nelle foto che pubblichiamo. Rovinose rispetto alle foto on-line dove ogni opera ingegneristica era linda e perfetta. Invasa da una giungla giallastra la gigantesca Vasca Episcopio costruita a monte della contrada sarnese dove stava l’ospedale che, investita dalla piena, pianse più morti e pagò il prezzo più alto in termini di abitazioni distrutte. E così la vasca Curti sotto il vallone omonimo e la vasca San Marco sotto il vallone San Marco e la vasca Torregatta sotto i pericolosissimi Tre Valloni...
Per non dire dei canali. Sepolti sulle pendici montane da grovigli di sterpaglie impenetrabili a macheteros armati di roncole amazzoniche. Ridotti a valle a immonde discariche di pneumatici, bidoni, moquette, sedie, scaffali, amianto, materassi, lavatrici e pattume, pattume, pattume... Uno sputo in faccia a tutti gli italiani che pagarono per quei lavori di risanamento idrogeologico ma, più ancora, a tutti i cittadini perbene e rispettosi di Sarno, dell’agro sarnese-nocerino, della Campania che arrossiscono ammutoliti alla vista di tanta immondizia barbarica. Una vergogna.
Tema: a chi tocca la manutenzione? «Un casino», risponde Vincenzo De Luca, che da governatore della Campania e salernitano si occupò della questione senza venirne a capo. Certo, ammette, l’abbandono di vasche e canali alla selva infestante, al degrado e alla munnezza («Non me ne parli!») grida vendetta ma spiega che i problemi centrali sono due: «La giungla di competenze e i soldi». Magari questi a volte abbondano per progetti avveniristici ma la manutenzione… Tutte cose denunciate da vari reportage, come quello una dozzina d’anni fa di Niccolò Zancan, ma mai affrontate col rigore necessario. Anzi, dopo qualche intervento ai canali nel 2012, la società Arcadis, appositamente istituita dalla Regione nel 2003, fu infine sciolta nel 2017 senza aver fatto, accusa il sindaco attuale Francesco Squillante, «una manutenzione seria, per la quale solo ora dovrebbero arrivare 7,5 milioni di euro per far partire finalmente i primi appalti». Auguri...
«Ogni volta che ci vado soffro davanti alla grandissima occasione persa», sospira Leonardo Cascini, l’ingegnere geologo che coordinò il piano straordinario del bacino, «Scrivemmo con chiarezza, in quei piani, quanto fosse indispensabile la manutenzione. Perché la manutenzione straordinaria avrebbe aiutato a capire quali fossero i lavori più necessari per mitigare i rischi. Macché… Però una cosa è certa: salvo l’Alto Adige è andata così in tutta Italia...»
«Tutti danno sempre la colpa alla politica disattenta al dissesto idrogeologico ma dobbiamo dircelo: sono troppi i cittadini che per primi non chiedono attenzione», spiega Nicola Casagli, tra i massimi esperti di rischi idrogeologici, «Ciò che più colpisce, nelle foto di oggi, è questa sciatteria in aree in cui i cittadini pagarono carissimi gli errori del passato». Uno su tutti, l’incuria per la montagna o peggio ancora, come denunciò la geologa Micla Pennetta, il saccheggio dei boschi. Che aggravò fragilità storiche. Un dato: 5 frane da metà ‘800 a metà ‘900, 36 dopo la II Guerra Mondiale fino al ’98. Certo, conferma il geologo sarnese Osvaldo Nelson che conosce metro a metro dighe e canali, «gli incendi appiccati per “pulire” il sottobosco o far largo agli asparagi selvatici così come il saccheggio del patrimonio boschivo sono oggi molto più rari, ma no, non c’è stato un vero piano di riforestazione. In qualche caso è stato ritenuto inutile». Lo storico Antonio Milone, autore di più studi sul tema e figlio di una delle vittime del disastro, conferma: «I piani di risanamento prevedevano il ripristino dei versanti montani ma hanno fatto poco o niente».
Quanto all’abusivismo, additato a suo tempo come una delle concause dell’altissimo numero di vittime, il dossier Legambiente già citato dice tutto: nel 2018 c’erano ancora negli otto comuni dell’agro sarnese 24.420 richieste di sanatoria e giacevano 4.091 ordinanze di abbattimento contro una quota dell’1% di demolizioni. «E ci sono ancora politici che si alzano a chiedere altri condoni», sbotta Roberto Robustelli che nel ’98 fu miracolosamente salvato dopo essere rimasto 72 ore sepolto sotto le macerie e qualche anno fa è stato anche vicesindaco, «È una cosa che non capisco. Ma dove hanno la testa? Dove?»
Un punto deve essere chiaro: dovesse arrivare (Dio non voglia) una nuova e catastrofica frana, nessuno potrà dire «noi non immaginavamo».