Corriere della Sera, 22 febbraio 2026
Il derby d’America dell’hockey chiude i Giochi «politici» di hockey
«La geografia ci ha resi vicini. La storia ci ha resi amici. L’economia ci ha resi soci. E la necessità ci ha resi alleati. Quelli che la natura ha così unito, l’uomo non li separi» (John F. Kennedy, 1961).
«Essere i vicini dell’America è come dormire con un elefante. Non importa quanto amichevole sia la bestia: s’è influenzati da ogni sussulto e grugnito» (Pierre Trudeau, premier canadese, 1982).
«Americani e canadesi sono due persone che condividono un cuore. Non ci sono due nazioni sulla Terra così legate. E devo dire che mi piacciono tutte le vostre squadre, tranne i Leafs dell’hockey» (Joe Biden, presidente americano, 2023).
«Il Canada ha approfittato di noi» (Donald Trump, presidente americano, 2026).
Parlano la stessa lingua, amano gli stessi sport, bevono lo stesso orribile caffè. Condividono il confine più lungo del mondo, sette volte l’Italia. Han firmato il più antico accordo di libero scambio fra due ex colonie inglesi. Han combattuto le due guerre mondiali sullo stesso fronte, e idem nella Guerra Fredda. Han partecipato alle medesime missioni internazionali, sono stati insieme in Afghanistan (ma in Iraq, no: i canadesi si rifiutarono d’andarci). E naturalmente la Nato, l’accordo di libero scambio assieme al Messico e quello d’intelligence (i Five Eyes) con inglesi, australiani e neozelandesi. In tutti i sondaggi, canadesi e americani si definiscono reciprocamente «il mio straniero preferito». «Che ci piaccia o no», chiosò una volta un deputato socialista di Ottawa, Robert Thompson, «gli americani sono i nostri migliori amici».
Poi, com’è nelle amicizie non sempre sincerissime, c’è sempre stata la zona d’ombra, il livore non rivelato, che prima di Trump si notava poco e raramente diventava un problema politico. La diversa tolleranza sulla circolazione delle armi, per dirne una. O il sistema sanitario pubblico e in buona parte pure quello scolastico. Le rivalità nell’Artico come in Alaska, o gl’interessi opposti nell’industria del legno. Il separatismo dei canadesi francofoni e l’asilo offerto ai disertori americani: che fosse quello ai tempi della Guerra Civile, negli anni del del Vietnam o nell’avventura bushista dell’Iraq. Ma quando fu eletto presidente, Barack Obama riprese la tradizione di tutti gl’inquilini della Casa Bianca (interrotta da George W. Bush) di compiere in Canada il primo viaggio all’estero: «Nonostante le nostre differenze – disse chiaro —, noi ci amiamo. Io amo questo Paese. E non potremmo avere un amico e un alleato migliore».
La tempesta Trump ha investito in pieno l’acero canadese. Cadono Leafs, e non solo per l’hockey. Solo questo mese, il presidente Usa ha minacciato dazi al 100% – con gravi problemi alla siderurgia, all’industria automobilistica e al mercato dell’alluminio —, assieme al blocco del ponte sospeso fra Michigan e Ontario, intitolato peraltro a un famoso giocatore di hockey. Quanta pazienza, i canadesi: in un anno, si son sentiti definire «il 51esimo Stato americano», proporre l’annessione, chiamare il premier «il vostro governatore». Con Trudeau (figlio), l’incontro è somigliato a una di quelle risse sul ghiaccio che Trump tanto ama. E se c’è sempre stato nell’identità canadese, e fin dai tempi della Rivoluzione, un certo vanto nel definirsi «non americani», il trumpismo di questo secondo mandato ha risvegliato il sentimento. Qualcosa, probabilmente, si sarebbe percepito anche oggi sugli spalti di Santa Giulia, se The Donald si fosse presentato. «Basta sovrani!», è una scritta apparsa qualche giorno fa su un cavalcavia di Montreal. Sovrani e sovranisti. Una piccola isola sul fiume Otonabee, intitolata al principe Andrea appena arrestato per il caso Epstein, ha chiesto di cambiare nome. Si capisce. Il Canada rimane pur sempre una monarchia parlamentare: Carlo d’Inghilterra ne è formalmente il capo di Stato. Ed è questa la corona, forse, che Trump più invidia.