Corriere della Sera, 22 febbraio 2026
Qui Europa. Così rischia di saltare l’intesa
Almeno per un week-end Stati Uniti e Unione europea ripiombano di fatto nella loro guerra commerciale, dov’erano in aprile all’indomani dei primi annunci sulle «tariffe reciproche». Gli accordi conclusi da Ursula von der Leyen e Donald Trump – salvo sorprese, sempre possibili con il presidente americano – oggi nella sostanza non valgono più. L’effetto a cascata della sentenza della Corte Suprema di Washington, che ha azzerato l’architettura giuridica di gran parte dei dazi di Trump, non è dunque un ammorbidirsi dei rapporti. È l’opposto, perché gli Stati Uniti inaspriscono i termini commerciali e obbligano l’Europa a reagire.
Il diavolo nei dettagli
Jamieson Greer, il rappresentante al Commercio, ha dichiarato a poche ore dalla sentenza della Corte Suprema che l’amministrazione americana si aspetta che gli altri Paesi «onorino gli accordi». Greer si riferisce alle intese che negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno concluso (o annunciato) con 38 fra governi e blocchi di Paesi. Fra queste c’è quella che Trump e Ursula von der Leyen hanno firmato in Scozia il 27 luglio scorso. Essa prevedeva fra l’altro dazi americani al 15% – in totale – su quasi tutti i prodotti europei e la disponibilità di Bruxelles ad azzerare i dazi europei su beni americani come auto e componenti, macchinari, chimica, certe carni o cereali e altro. Un ordine esecutivo di Trump assicura il lato americano del patto, ma sulla base di poteri che ora i giudici hanno dichiarato illegittimi. Il lato europeo invece dovrebbe passare da due regolamenti sui prodotti industriali e agricoli. Il Consiglio dei ministri europei li ha già approvati, l’europarlamento invece no e finché non lo farà l’Unione europea sarà – formalmente – inadempiente sul patto commerciale con Trump: i dazi europei, benché molto sotto a quelli americani, restano più alti del pattuito.
Perché può saltare
Il paradosso è che Trump ha assicurato la sua parte dell’accordo con Bruxelles abusando dei suoi poteri. Per questo l’ordine esecutivo sui dazi al 15% contro l’Europa – parte dell’intesa di luglio scorso – da venerdì non vale più. Al suo posto la Casa Bianca ha emesso venerdì stesso un nuovo ordine esecutivo basato su una norma dormiente, mai usata prima di Trump: la Sezione 122 del Trade Act del 1974, che permette al presidente di imporre surcharges («sovraccosti») su altri Paesi per cinque mesi in caso di «crisi nella bilancia dei pagamenti». È un modo del tycoon per andare avanti sulla sua linea, in attesa di trovare un altro appiglio legale fra cinque mesi. Venerdì Trump ha fissato i «sovraccosti» (anche) contro l’Europa al 10%, ma essi vanno aggiunti ai dazi che preesistevano fino a marzo scorso. In sostanza l’Europa tornava ad avere tariffe, nel complesso, attorno al 15%. Ieri invece Trump ha annunciato che porterà quei «sovraccosti» al 15%, di conseguenza i dazi totali contro l’Europa saliranno attorno al 20% (quelli infatti si sommano alle tariffe preesistenti). In sostanza, Trump ieri ha comunicato un ulteriore inasprimento contro l’Europa dei termini già sfavorevoli dell’accordo commerciale di luglio. Il quale dunque ora può saltare.
Il parlamento Ue frena
È infatti estremamente improbabile che l’europarlamento, in queste condizioni, approvi i regolamenti per far sì che l’Europa attui il proprio lato dell’intesa Trump-von der Leyen. Martedì la commissione sul Commercio del parlamento di Bruxelles avrebbe dovuto pronunciarsi su quella ratifica ma il voto – se nulla cambia – slitterà. Già era arduo raccogliere una maggioranza dopo che la Corte Suprema ha cassato le mosse di Trump: solo i popolari e i conservatori europei (incluso Fratelli d’Italia) sarebbero tutti a favore. Dice l’eurodeputata del Pd Irene Tinagli: «Mi pare difficile si possa votare per quell’accordo, quando è messo in discussione anche negli Stati Uniti. È il momento di farsi sentire». Ma l’aumento di fatto dei dazi annunciato ieri fa saltare il banco. Così l’europarlamento non ratificherà. Trump, è vero, ha abituato Bruxelles alle sue marce indietro. Ma non è successo sempre: solo quando gli europei hanno reagito con fermezza alle sue forzature.