Corriere della Sera, 22 febbraio 2026
Qui Usa. Che può fare davvero Donald
In quello che il Wall Street Journal, bibbia del conservatorismo economico, ha definito il suo giorno più buio da quando è tornato alla Casa Bianca, un Donald Trump «presidente normale» si sarebbe trovato a scegliere tra due opzioni: rispettare la sentenza della Corte Suprema, pur manifestando il suo dissenso, spingendo al tempo stesso il Congresso a maggioranza repubblicana a ripristinare i dazi dichiarati illegittimi dai giudici costituzionali. Oppure, alla luce della crescente impopolarità dei dazi e del malumore sotterraneo ma crescente tra i parlamentari della destra, ed anche dell’ormai evidente insuccesso di una manovra tariffaria pagata al 90% dai consumatori Usa che non ha arginato il deficit commerciale, avrebbe potuto approfittare della sentenza della Corte per cambiare rotta: conferma dei soli i dazi legali, quelli «strategici», seppellendo il resto sotto una coltre di recriminazioni contro chi gli mette i bastoni fra le ruote.
La terza strada
Ma Trump, che non vuole passare per presidente normale, ha scelto una terza strada: coperti di insulti e accuse micidiali i magistrati supremi (ostili alla Patria, succubi di potenze straniere), ha promesso nuovi, pesanti dazi ricorrendo anche a oscuri articoli di leggi remote.
Può farlo davvero? Trump è imprevedibile ma, alla luce del «piano B» preparato dalla Casa Bianca, sembra in grado di reintrodurre dazi generali solo per pochi mesi. Se vuole rendere gli interventi permanenti dovrà rispettare i risultati di istruttorie tecniche e giustificare le sue mosse dimostrando gli atti scorretti di altri Paesi. Dovrebbe, insomma, restare entro certi guard rail. Limiti che con Trump hanno un senso relativo. Ma non potrà più alzare e abbassare i dazi a suo piacimento per motivi politici o ripicca personale. Vediamo lo scenario più probabile.
Il nuovo balzello
Dazi al 15% ma solo per 150 giorni. Un balzello universale che la Sezione 122 del Trade Act del 1974 gli consente di imporre per 5 mesi in caso di squilibri «vasti e seri» della bilancia dei pagamenti. Dopo avrà bisogno di un voto del Congresso o ricorrerà alla Sezione 338 del Tariff Act del 1930: dazi fino al 50% contro Paesi che discriminano gli Usa sul piano commerciale. Difficile da dimostrare, facile da impugnare in tribunale.
Sicurezza nazionale
Trump può allargare i dazi fin qui imposti su acciaio, alluminio, rame, legname, componenti per l’auto e camion pesanti per motivi di sicurezza nazionale sulla base della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962. La Corte Suprema non ha contestato questi dazi. La Casa Bianca ha già avviato istruttorie per estendere queste tariffe ad altri settori: farmaci, microchip, minerali strategici, aerei.
Section 301 contro le «pratiche sleali». È la norma del Trade Act che Trump ha già usato ampiamente, nel suo primo mandato, contro la Cina, accusata di scorrettezze commerciali come le vendite in dumping, i sussidi occulti, le violazioni della proprietà intellettuali. Un dazio del 25% basato su questa norma già pesa sulla metà dell’import dalla Cina. Il presidente può provare ad estendere ad altri Paesi balzelli basati su questa norma che autorizza rappresaglie per ottenere la rimozione di azioni, politiche o pratiche commerciali decise da governi stranieri che violano le regole del commercio internazionale o sono, comunque, ingiustificate, irragionevoli, discriminatorie.
Facile immaginare che Trump interpreterà in modo estensivo questa norma. Dovrebbe comunque presentare un’istruttoria e motivare gli interventi con elementi concreti.
I rimborsi
Si teme un caos per la restituzione dei dazi che non erano dovuti. In realtà i rimborsi potrebbero avvenire in modo preciso e rapido: tutti i pagamenti sono stati fatti elettronicamente, con codici specifici. Il CBP (dogane) rimborsa ogni giorno dazi pagati in eccesso. Non accadrà: trapela che il governo non vuole facilitare i rimborsi. Probabilmente li complicherà imponendo procedure tortuose.