Corriere della Sera, 21 febbraio 2026
Legge elettorale, la maggioranza vuole correre
Si avvicinano i giorni dell’Armageddon sulla giustizia ma in Parlamento l’attenzione è tutta concentrata (manco a dirlo) sulla nuova legge elettorale. E la maggioranza ha deciso di porre fine all’ansia del Palazzo, perché depositerà il testo della riforma ben prima del voto sul referendum.
L’accordo politico è maturato durante l’ultimo incontro tra i leader del centrodestra, che hanno scelto di accelerare il timing per «ottemperare – spiega una fonte accreditata – ai dettami della Consulta», secondo la quale le modifiche al sistema elettorale vanno varate un anno prima delle urne per consentire ai partiti di attrezzarsi. Tra fine febbraio e la prima settimana di marzo verrà dunque rivelato il Graal a deputati e senatori.
Al di là delle motivazioni formali, l’accelerazione dei tempi è figlia di due valutazioni politiche. La prima è che, presentando subito il testo, la maggioranza vuole mettere al riparo la riforma dalle tensioni successive al referendum: è il segnale che intende vararla anche (anzi soprattutto) se dovesse vincere il No. La seconda valutazione è di fatto un messaggio rivolto alle opposizioni, oltre che ai propri parlamentari: la garanzia che – a prescindere dall’esito della consultazione sulla giustizia – il centrodestra non punterà alle elezioni anticipate.
E come sempre accade dopo un’intesa politica, tocca ora all’intendenza adeguarsi. E gli estensori del testo sono sotto pressione per definire gli ultimi dettagli, lì dove si annida il diavolo. «Il momento è delicatissimo», ammette infatti chi sta maneggiando la riforma. Nel frattempo va in scena il solito copione, con gli sherpa del fronte avverso che giurano di non essere stati contattati. Per la serie i bambini li porta la cicogna, sono così all’oscuro del testo che ne conoscono i dettagli. E li snocciolano sottovoce in Transatlantico manco fosse una poesia.
L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza, che scatterebbe se una coalizione raggiungesse il 40%. Il premio però non farebbe ottenere automaticamente il 55% dei seggi ma garantirebbe ai vincitori i 105 posti in più previsti dai listini: 70 alla Camera e 35 al Senato. In sostanza il sistema impedirebbe maggioranze bulgare, che è quanto vogliono Forza Italia e Lega per evitare di venire fagocitati da Fratelli d’Italia. Di più il meccanismo verrebbe incontro alle esigenze delle opposizioni.
Sarà stato casuale, ma è proprio quanto auspicò un mese fa Dario Franceschini durante un colloquio riservato. «Non credi che il centrodestra possa abbassare il premio?», chiese il dirigente del Pd all’interlocutore: «Perché il Parlamento elegge le cariche istituzionali, che bisogna salvaguardare da scelte marcatamente di parte». È chiaro che stava parlando del Quirinale. Non è chiaro invece se sia stato solo profetico o sapesse già qualcosa.
Di sicuro oggi i partiti di opposizione sanno (quasi) tutto, se è vero che conoscono anche le opzioni che il centrodestra sta valutando. Per esempio, sul tavolo c’è un meccanismo che prevederebbe il ballottaggio: il secondo turno scatterebbe se due coalizioni non arrivassero al 40% ma superassero il 35%. Questa ipotesi, insieme ad altre, farebbe parte delle «norme aperte», cioè delle «soluzioni sulle quali ci disporremo alla trattativa con le opposizioni», spiega un dirigente della maggioranza: «Perché la verità è che questa riforma ha un’impronta tardo-democristiana e sotto sotto piace».
Se non a tutti a molti. Al punto che il testo della legge, di iniziativa parlamentare, potrebbe essere firmata «anche da gruppi che non fanno parte del centrodestra». L’indiscrezione proviene da FdI e sembra tracciare l’identikit di chi potrebbe condividere il progetto. Intanto la quota per accedere alle Camere è fissata al 3%. Inoltre l’indicazione del premier non sarà prevista sulla scheda, ma verrà formalizzata negli atti che saranno depositati al Viminale insieme al programma delle liste coalizzate. Scelta dettata dal «rispetto verso il Quirinale».
Da questi dettagli s’intuisce che il partito di Giorgia Meloni ha accolto le richieste degli alleati e per certi versi anche quelle dei suoi compagni di partito. Come le preferenze: lei le vorrebbe, loro no. Non le gradiscono neppure le due forze maggiori del Campo largo, visto che i leader sono decisi a tenere la presa sui rispettivi gruppi parlamentari.
Manca poco all’evento del deposito del testo, sul quale le opposizioni nutrono delle aspettative. Nel Pd c’è chi mette in evidenza che «con la nuova legge aumenteremmo il numero dei seggi anche in caso di sconfitta». Nei Cinquestelle c’è invece chi sottolinea che «la riforma ci consentirebbe di decidere se allearci o andare da soli». Ma per stabilirlo non basterà conoscere la riforma elettorale, bisognerà aspettare l’esito del referendum...