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 2026  febbraio 21 Sabato calendario

Gli Usa: restano validi gli accordi già firmati

È arrivato un altro annuncio ieri, oltre alla sentenza che rigetta la legalità di gran parte dei dazi di Donald Trump. È quello del loro fallimento.
Se l’obiettivo del presidente era ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, lo US Census Bureau ieri ha fatto sapere che nel 2025 esso invece è salito: una trentina di miliardi in più nell’anno, con una bilancia in rosso di 1.230 miliardi di dollari; ed è salito perché lo hanno fatto le importazioni americane, aumentate quasi 150 miliardi malgrado un anno segnato dai dazi.
Non è questo il solo segno del fallimento. Se l’obiettivo era riportare buoni posti di lavoro industriali in America, la Fed di St. Louis mostra che gli investimenti manifatturieri nel 2025 sono scesi malgrado le centinaia di miliardi spesi nella costruzione di enormi data center; del resto, l’anno si chiude con 83 mila occupati in meno nella manifattura. E se l’obiettivo invece era ridare potere d’acquisto alle famiglie colpite dall’inflazione negli anni di Joe Biden, anche qui l’eterogenesi dei fini è completa: ieri il Bureau of Economic Analysis ha mostrato che la misura sui prezzi più seguita dalla Federal Reserve, la «Personal Consumption Expenditure», in dicembre è salita per il terzo mese di fila. Ora è al 2,9%, mentre senza l’impatto del petrolio (e degli alimenti) sarebbe addirittura al 3%. Perché questa è un’inflazione da dazi, come mostra il fatto che essa stia riaccelerando precisamente da quando Trump in aprile ha annunciato le sue “tariffe reciproche”.
Insomma, le misure della Casa Bianca hanno avuto sull’economia l’esito autolesionista che era facile intuire da subito. Un altro presidente approfitterebbe della sentenza dei giudici per prendersi una pausa e tornare per un po’, almeno fino alle elezioni di mid term di novembre, a un sistema più aperto.
Ma Trump non è un altro presidente. E per lui la posta in gioco non è la direzione dell’economia, ma del suo potere. Per questo soprattutto per l’Unione europea la sentenza di ieri potrebbe cambiare poco o niente. Più probabilmente niente, perché dalla Casa Bianca emerge a caldo l’interpretazione secondo cui tutti gli accordi commerciali già conclusi restano comunque in vigore. A fine luglio nella cerimonia di Turnberry, la tenuta golfistica di Trump in Scozia, Ursula von der Leyen ha firmato per dazi al 15%; poi la scelta della presidente della Commissione è stata ratificata dai governi (ma non ancora dall’europarlamento). Non importa se Bruxelles e la capitali si sono sottomesse sotto la pressione delle «tariffe reciproche» oggi decadute. Perché comunque lo hanno fatto.
Forse von der Leyen e i governi dovevano pensarci prima, invece di piegarsi a patti ineguali imposti con la minaccia di misure all’epoca già prese di mira dai ricorsi. Tutto era partito il 14 aprile scorso, quando un importatore newyorkese di vini (anche) italiani, Vos Selections, aveva citato la Casa Bianca per l’abuso di potere tramite le tariffe. L’Europa se n’è lasciata ricattare anche se esse apparivano già illegali allora e si sapeva che la Corte Suprema avrebbe potuto dichiararli tali. Ieri è successo. Ma se adesso Bruxelles chiedesse di ripartire da zero, Trump sembra pronto a minacciare dazi ancora più alti sulla base di una nuova clausola: la sezione 301 del Trade Act del 1974, dedicata a pratiche commerciali scorrette come i sussidi o il furto di proprietà intellettuale.
Ne escono meglio invece i Paesi che hanno sempre rifiutato di piegarsi, a costo di subire per qualche mese le tariffe bocciate ieri dai giudici: Cina e Brasile su tutti. Per loro e gli altri governi senza accordi, la Casa Banca rilancerà per ora con dazi (relativamente) più bassi del 10%, ricorrendo a un articolo mai usato prima di una remota legge del 1974. Ma la grande perdente ancora una volta rischia di essere l’economia americana. Dopo mesi caotici, ripiomba nell’incertezza. «Nessuno capisce bene cosa accadrà ora – dice l’ex funzionaria del dipartimento del Commercio Penny Naas, ora al German Marshall Fund —. Le strategie d’investimento delle aziende sono di nuovo allo sbando».