Anteprima, 21 febbraio 2026
Intervista a Gilberto Corbellini
Qual è stato il moto che l’ha spinta a studiare filosofia? «La passione, l’interesse, perché mi stimolava pensare… non a cose concrete». Il passaggio dall’epistemologia alla storia della medicina è stato immediato oppure è venuto nel tempo? «Filosofia della scienza era una carriera che probabilmente non avrei mai fatto, perché c’erano delle correnti un po’ chiuse» Il passaggio da studente di epistemologia a insegnante di storia della medicina è stato un po’ travagliato? «No, per mia fortuna ho frequentato quasi solo scienziati, pochi filosofi e storici. Quindi a un certo punto mi è stato possibile entrare a insegnare a medicina, che dà molta più soddisfazione. Soprattutto se si insegna Storia della medicina a studenti di medicina: dà la percezione che a qualcosa possa servire». L’aspetto che le piace di più nell’insegnamento a contatto con i suoi studenti? «Diciamo che all’inizio era molto stimolante: gli studenti erano più preparati, bisognava stare attenti a tutto ciò che si diceva perché si poteva essere presi in castagna. Interrompevano, facevano domande. Oggi non più, sono tranquillamente molto passivi. Il che non vuol necessariamente dire che sia peggio in senso generale, perché oggi, grazie a internet, gli studenti sanno tantissime cose, magari anche più di quelli di quarant’anni fa». È un’opinione abbastanza diffusa che un aspetto negativo dell’insegnamento odierno sia l’iper-burocratizzazione della professione «Da questo punto di vista mi piaceva molto l’idea di insegnare, perché vedevo che i miei professori non avevano quasi nessuna incombenza burocratica. Mentre noi passiamo gran parte del tempo a fare cose che forse dovrebbero fare apparati appositi. Il quale invece spesso s’inventano la qualunque pur di pesare sul nostro tempo». Pensa che il background familiare dei suoi studenti possa avere qualche conseguenza nelle loro prestazioni accademiche? «No. Può avere un impatto, ma non in un contesto di una grande città come Roma; se andiamo in provincia invece potrebbe averlo. Quello che ha davvero un impatto per quanto riguarda l’aspetto familiare è che gli studenti sono iper-protetti: quindi si trovano dei genitori che li accompagnano agli esami, che chiedono quando sono gli appelli. Gli studenti hanno un po’ questo aspetto legato alla responsabilità: tendono a essere un po’ meno responsabili, in diversi sensi. Se uno decide di non venire a lezione e di fare altre cose, deve responsabilmente farsene carico, così come se decide di venire a lezione deve responsabilmente, possibilmente, farsi carico di partecipare attivamente. Altrimenti la lezione non gli è particolarmente utile. Quindi un aspetto che un po’ manca, ma non è una cosa drammatica, perché in media sanno comunque studiare».Rispetto al desiderio di un impatto concreto in cui incanalare la storia della medicina e della bioetica, c’è un riflesso di questa passione nella sua partecipazione all’associazione Luca Coscioni? «Sicuramente, è stato un aspetto che mi ha abbastanza motivato: l’interesse per la scienza come cultura e come soprattutto strumento per migliorare la discussione civile e le scelte politiche. Un fattore importante perché, se per mestiere studio Storia della medicina, epistemologia delle scienze biomediche, l’etica in generale e quella applicata alla biomedicina, ho trovato che l’oggetto dell’associazione Luca Coscioni fosse un soggetto molto, molto interessante per cui valeva la pena spendere del tempo e partecipare a una discussione di un certo livello» Rispetto a tanti suoi colleghi che magari intendono la ricerca come pura teoria, lei si è impegnato personalmente in senso pratico: cosa ha mosso questa decisione? «Io ho sempre avuto interesse per la politica, per le tematiche che ruotano intorno all’analisi delle dinamiche sociali. Non mi sono mai occupato soltanto di Storia della medicina o di bioetica di per sé, ma ho sempre girato abbastanza al largo dalla politica politicata. Però ho sempre ruotato intorno al mondo radicale, alla visione libertaria e liberale che mi è sempre stata più congeniale per motivi filosofici. E poi quando è nata l’operazione lanciata da Luca Coscioni, mi sono detto che forse, anche se mi ero tenuto per tanto tempo al margine, poteva essere interessante fare questa esperienza» Rispetto alla politica politicata, la sua partecipazione al Comitato nazionale di Bioetica… «Pessima, pessima esperienza. Sono scappato dopo un anno: non faceva per me». Avevo letto una sua intervista in cui diceva di essersi scontrato contro una volontà quasi dogmatica di persone lontane dall’approccio scientifico di imporre un punto di vista dogmatico. «Ovviamente questo era l’impianto alla base, con chi concepiva il comitato come una sorta di tribunale dell’Inquisizione. Ma più che altro andare tutti i venerdì del mese in un posto in cui finivo per litigare, anche no. Tutti i venerdì in un comitato in cui non c’è discussione, non c’è confronto critico né dibattito teorico-filosofico, dove ognuno dice la sua e basta. Un comitato che peraltro ha sempre avuto una stragrande maggioranza cattolica, pur non essendo uno strumento del Vaticano, perché il Vaticano non ha bisogno di usare strumenti: parla direttamente con chi comanda. Ma è comunque stato un modo di monitorare alcune tematiche. Data la composizione si finiva sempre a votare su questioni etiche a maggioranza cattolica. Faceva un po’ ridere». Sempre rispetto a partecipazioni a enti di carattere istituzionale, il suo quadriennio al dipartimento di Scienze sociali e umane del Consiglio Nazionale della Ricerca è stato più positivo? «No, non è stato positivo. È stata un’esperienza che ho voluto fare un po’ perché alcune persone che conosco hanno insistito che la facessi. Io mi ero detto: “ma sì, sono stato all’università, vediamo cosa vuol dire fare il dirigente”… non l’avessi mai fatto. Però sono rimasto quattro anni, ho conosciuto persone interessanti. Ho imparato delle cose, ho capito come funziona un ente di ricerca». In un’intervista sostanzialmente diceva che il suo tentativo di integrare le scienze dure con quelle molli si è rivelato nel lungo periodo frustrato dalle resistenze. «Certamente, perché sono visioni non comunicanti. Sia nei dipartimenti che negli istituti. Qualcosa che si provava a fare, a contaminare, e in particolare l’area umanistica con aspetti di ricerche abbastanza vicini, che si facevano nell’area scientifica, abbastanza funzionali, vedevo forti resistenze in ambito umanistico e anche una preoccupazione in ambito scientifico che gli si volesse portar via qualcosa, trascinandolo in questioni di nessun interesse. Insomma c’è purtroppo questa compartimentalizzazione, che non c’è solo nel Cnr, lì è all’ennesima potenza, ma anche negli stessi dipartimenti. Riguarda le ricerche, le scienze in generale, sia quelle umanistiche che letterarie. Poi tutti parlano di multidisciplinarietà: quando la sento nominare mi viene un attacco di allergia. Come fai a parlare di multidisciplinarietà quando ognuno tiene al suo orticello e la parola multidisciplinarietà consiste solo nel far parte di qualche comitato che dice di fare qualche progetto di ricerca multidisciplinare, ma poi i soldi si spartiscono e ognuno fa ricerca nel suo ambito. Per fare la multidisciplinarietà bisogna avere delle idee che stanno un po’sopra le diverse discipline. E in Italia non c’è, e difficilmente ci può essere, perché se siamo stati selezionati accademicamente dentro gli enti di ricerca solo per perseguire e difendere un fortino dall’aggressione di altri, siano tuoi colleghi di disciplina o altri, poi non si può mica pretendere che chi viene addestrato a questo abbia voglia o disponibilità a collaborare e a mettere la testa fuori. Nel mondo anglosassone decisamente si fa più interdisciplinarietà, perché forse c’è più dinamicità e anche un po’ più di meritocrazia, o comunque delle valutazioni dove chi si mette a fare ricerca e chi poi arruola qualcuno per farla, si prende le sue responsabilità. In Italia nessuno si prende le sue responsabilità, si delega al capo di laboratorio, di dipartimento, così stiamo tutti tranquilli e non ci rompiamo le scatole. Il capo di dipartimento delega qualcun altro e poi la burocrazia tiene tutti schiacciati a compilare moduli». Tornando alla sua tensione verso un’applicazione pratica delle sue conoscenze, si potrebbe dire che la sua scrittura sul Sole 24 Ore e sul Foglio potrebbero avere un approccio divulgativo? «Intanto a me scrivere diverte, e mi rilassa. Io scrivo di scienza praticamente dal 1989, avevo cominciato a collaborare con la pagina scientifica dell’Unità, ogni giorno. Poi ho fatto tutta una serie di passaggi, sono andato al Tempo Medico, le Scienze, il Sole 24 Ore… Ora il posto in cui mi trovo meglio è all’Huffington Post, dove c’è davvero un tipo di accoglienza che interessa a me. Perché io non penso di fare divulgazione, non mi interessa tanto. Mi interessa prendere a pretesto delle scoperte scientifiche, dei temi, degli argomenti e filtrarli, analizzarli usando strumenti che vengono dalle scienze naturali e che possono essere di varia natura: evoluzionistiche, psicologiche, neuroscientifiche: tutto quello che può essere dedicato e usato per, magari, far capire meglio, fornire un punto di vista diverso su alcune questioni. Siccome l’accoglienza sull’Huffington Post è stata molto buona, ma anche su Scienza in Rete, col pubblico mi trovo abbastanza bene. Mi piace scrivere dove per prima cosa vengo accolto bene, e dove qualcuno non comincia a dire “è troppo difficile”: se è troppo difficile, ci sarà qualcuno che lo legge e qualcuno no. Se scrivo una cosa troppo facile non la legge chi si aspetta una cosa un po’ più impegnata. “Troppo difficile”… Ho cominciato a discutere sul “troppo difficile” quando ho cominciato a scrivere. Secondo me bisogna fare un passaggio reciproco, se devo dire qualcosa di interessante, non posso dirla banalizzando, e d’altra parte se qualcuno vuole capire le cose che scrivo, deve fare lo sforzo per entrarci dentro. Altrimenti se altri restano lì come contenitori da riempire semplicemente di nozioni, non è molto divertente, no?» C’era qualcosa di simile nella sua iniziativa di fondare la rivista Darwin? «Sì. Quella è stata un’iniziativa fatta con un carissimo amico, poi scomparso, Gianfranco Bangone, che ci siamo messi proprio in testa di fare un’operazione culturale che voleva portare in Italia una rivista non strettamente divulgativa, ma una rivista di natura scientifica, e quindi far vedere che la scienza ha una dimensione culturale anche alta, e che può trattare di diversi temi, ampliando l’orizzonte e la prospettiva che questi temi portavano con sé. Non è andata: avevamo scommesso che avremmo trovato in Italia almeno due-tremila lettori, e invece non ce l’abbiamo fatta, e quindi la rivista ha chiuso». Sul caso Stamina: che ricordi ha di quel periodo? «Ricordi da un lato tristi, perché si vedeva deragliare la razionalità, non tanto scientifica, quanto politica e inoltre il comportamento della comunità medico-scientifica era decisamente molto pavido. Tutti quanti camminavano con passi felpati perché non si voleva disturbare qualche manovratore. D’altra parte molto esaltante perché ero costantemente in contatto, a parlare e discutere con persone che sono diventate care amiche: Elena Cattaneo, la senatrice, De Luca, Luca Panica al tempo direttore scientifico di Aifa, e un carissimo amico poi scomparso che era Paolo Bianco. Un aspetto molto, molto gratificante, pur nella tragedia generale». Osservando i casi Di Bella e Stamina, si può dire che questo paese abbia una maggiore suggestionabilità? È una peculiarità dell’Italia? «No, è che questi fenomeni in Italia, per tutta una serie di opportunità, finiscono per diventare molto più visibile. I tramiti sono la televisione e la politica, e soprattutto il Parlamento. Se un tema come Stamina finisce montato con qualche trasmissione, in questo caso Le Iene, e invece per Di Bella era Samarcanda, era Santoro, Costanzo, Mentana, tutti a parlare di questo vecchietto canuto, eccetera. E per Stamina c’era Regione Lombardia, politici eccetera, tutti a dire “Ah, ma perché non volete provare, eccetera”, e questo fa sì che in Italia si crea visibilità pubblica, contagio sociale, che poi ovviamente giornali e televisioni che vogliono vendere o farsi vedere, e quindi buttano questi argomenti in pasto al pubblico. Pubblico che in Italia vede un po’ troppi analfabeti funzionali, e quindi abbiamo questo tipo di situazione. Non è che all’estero ci siano meno queste cose. Però sicuramente all’estero ci sono elitè politiche e tecniche molto più preparate. In Italia abbiamo una percentuale piuttosto bassa di elitè che hanno la statura cognitiva per riuscire a capire e gestire problemi complessi. Se andiamo verso paesi scandinavi troviamo una percentuale intorno al 20% contro il 5% italiano. E lì le società sono come la nostra, basata su conoscenze estremamente complesse, e occorrerebbe la capacità di sospendere spesso il giudizio e ragionare, di essere pronti a cambiare paradigma; occorre avere figure sia sul piano politico, che su quello tecnico-gestionale, economico, d’impresa, che abbiano certe caratteristiche». L’assenza di queste caratteristiche delle elitè, e di conseguenza nelle masse incaricate di selezionarle tramite le elezioni, è riflessa e ampliata dai social media come sosteneva il professor Eco? «Certo, i social media sono territori e amplificatori dell’ignoranza, e su questo non c’è alcun dubbio. Sui social media c’è tutto; però, se si trovano argomenti e interventi certamente anche interessanti e che apportano delle analisi, queste si perdono in un oceano di stupidaggini. Poi il problema è che le cosiddette “bolle” riguardano anche i contenuti validi, perché chi li segue si limita a quelli, e chi li produce non si azzarda ad andare a mettere le sue cose in bolle in cui si polemizza, dove ci sono gli antisemiti, i novax, e cose di questo genere. Quindi i social media non possono fare altro che incistire un tipo di situazione che è già un poco nelle cose, nella compartimentazione della conoscenza. Personalmente non ho mai avuto profili su alcun social media» Al di là di una dialettica già inesistente in altri luoghi, sui social si possono verificare anche dinamiche minatorie. Nel suo caso, con la sua esposizione a temi di bioetica così sensibili, ha ricevuto minacce? «Sì, è così». Nel suo futuro vede un proseguimento della carriera accademica? «Vedo la pensione. Si chiude. Poi però magari si apre qualcosa, ma non faccio previsioni». Passando a domande più frivole, leggo su un articolo del Post, che nutre “un forte interesse passivo per diverse attività sportive”: quali? «Guardo la Premier League, se posso il ciclismo, anche il rugby e qualche volta la pallavolo. Il calcio lo guardo ma solo quando è interessante, se si giocano partite interessanti. E ovviamente la MotoGp, non me la faccio mai mancare». Sempre sul Post aveva espresso un parere positivo sul film Oppenheimer. Potrebbe essere il suo film preferito? «No, per carità. Non saprei dire quale sia il mio film preferito, ne ho visti talmente tanti… anche se adesso non guardo quasi più film, solo serie televisive».