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 2026  febbraio 20 Venerdì calendario

Michelangelo, la verità sulle opere scomparse

Dove erano finite e che fine hanno fatto centinaia di bozzetti, cartoni, cere, disegni, sanguigne, sculture che il Divin Artista, quasi novantenne, teneva nella sua casa di Roma quando morì? Perché – questo è il punto – non corrisponde al vero che le centinaia di opere presenti nella dimora romana di via Macel de’ Corvi, furono bruciate dallo stesso Michelangelo alcuni giorni prima di morire. A quattro secoli di distanza la verità sembra essere un’altra.
SCOPERTA
Grazie al lavoro certosino – durato una decina d’anni – una giovane ricercatrice indipendente romana, Valentina Salerno, ha ricostruito nel dettaglio cosa accadde proprio nell’ultimo periodo di vita del più grande artista dell’epoca. Consultando, raccogliendo e confrontando documenti di cinquecento anni fa, conservati in diversi archivi italiani e stranieri, tra cui l’Archivio di Stato e del Vaticano, è stato possibile determinare l’intera filiera storica comprovante l’autenticità di almeno una ventina di opere nuove, finora sconosciute o non attribuite con certezza al genio rinascimentale. Dal silenzio è affiorata la linea documentale contenuta in decine di testamenti, inventari e atti notarili, alcuni dei quali inediti, che dimostrano il percorso fatto di oggetti creduti perduti. Sculture, disegni e sanguigne arrivati ai giorni nostri e spesso non catalogati come originali.
DISPOSIZIONI
Michelangelo nel 1564 vedendo la sua fine arrivare decise di non distruggere affatto ciò che aveva nella sua dimora descritta dai suoi stessi allievi traboccante di oggetti. Proprio per proteggere e mettere al sicuro da mani predatorie quello che considerava il suo testamento artistico, chiamò al suo capezzale il gruppo ristretto di fidatissimi allievi e amici, membri della sua stessa confraternita, affidando loro il compito di non disperdere le opere che nel frattempo venivano trasferite in blocco e messe al sicuro altrove, in un cubicolo segreto. Ecco perchè quando il 18 febbraio 1564 Michelangelo spirò, il notaio Francesco Tomassino chiamato a redigere un meticoloso inventario, non trovò che tre grandi statue e pochi cartoni. Il grosso era già stato messo in salvo altrove.
Lo studio di Valentina Salerno dal titolo “Michelangelo gli ultimi giorni”, sostenuto dai Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Sacramento e dal professore Michele Rak, è approdato aldilà del Tevere nel 2024 per il tramite di padre Agnello Stoia, epigrafista e parroco di San Pietro.
Il cardinale arciprete della basilica, Mauro Gambetti davanti alla portata storica di questa ricerca ha subito dato vita ad un Comitato scientifico composto da esperti indiscussi dei maggiori musei, del calibro di William Wallace, storico dell’arte alla Washington University of Saint Louis, Hugo Chapman, curatore del dipartimento stampe al British Museum, Barbara Jatta dei Musei Vaticani, Cristina Acidini dell’Accademia delle Arti di Firenze, Alessandro Checchi direttore della Fondazione Buonarroti e lo storico della Fabbrica di San Pietro, Pietro Zander.
La discrezione e l’urgenza con la quale il Comitato ha lavorato è stata totale, al punto da essersi riunito persino durante il Conclave, nella primavera scorsa, quando vigeva la Sede Vacante dopo la morte di Francesco. In quella circostanza, solo il cardinale Gambetti non era presente perché ovviamente impegnato nelle operazioni di voto in Sistina.
L’ASTA
A farlo affiorare questa storia e accendere i riflettori su Michelangelo (e le sue opere) è stata anche l’asta che il cinque febbraio scorso, a Londra, ha battuto ogni record con la vendita del bozzetto del piede della Sibilla Libica. Un piccolo disegno michelangiolesco di appena dieci centimetri per tredici centimetri – pagato oltre 27 milioni di dollari – di cui nessuno sapeva l’esistenza prima d’ora. La casa d’aste ha spiegato che a loro era arrivato dal proprietario lo screenshot del disegno. Dopo sei mesi di indagini è stato confermato che quel tratto poteva essere solo del Divin Maestro. Gli storici di Christie’s che hanno firmato l’expertise sono arrivati a queste conclusioni seguendo – a grandi linee – la traccia di attribuzione individuata nelle sue ricerche anche da Salerno. La provenienza di quel disegno parte da documenti relativi a Daniele da Volterra e poi da questi, in eredità, a Michele degli Alberti fino ad arrivare alla famiglia svizzera dei de Mestral de saint Saphorin e all’attuale proprietario sconosciuto che l’ha messa in vendita.
«Vedendo quell’asta ho avuto un tuffo al cuore. Effettivamente quel piccolo disegno è di Michelangelo e ci sono tutti i passaggi che naturalmente anche io ho ricostruito nel dettaglio, comprese alcune tappe d’attribuzione che paradossalmente mancano alla casa d’aste. Per me è una gioia» ha commentato la ricercatrice italiana. L’aver avuto pazienza e aver studiato in tanti archivi ha permesso di accertare ogni tassello mancante per nuove opere oltre a ricostruire le ultime ore di vita di Michelangelo. «Come sappiamo morirà circondato da Michele degli Alberti e Feliciano da San Vito, i suoi più stretti accoliti nominati suoi esecutori. È da lì che bisogna ripartire per risalire al contratto di spoliazione di Blasio Betti, con il passaggio delle chiavi della famosa stanza segreta, il cubicolo, in cui Michelangelo aveva fatto arrivare il suo tesoro per non farlo cadere nelle mani di chi non riteneva all’altezza. Dalle carte, infatti, risulta evidente una frattura, avvenuta dopo la morte del Maestro, tra Roma e Firenze».
Una vicenda che nemmeno Dan Brown avrebbe potuto concepire. E ora si è ufficialmente aperta la caccia alle opere di Michelangelo.