il Giornale, 20 febbraio 2026
Nell’anniversario della morte di Anna Achmatova escono un’antologia e le preghiere della Cvetaeva
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca: pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima, Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di nulla.
Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo per postura e per intensità del dire il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij, il 9 marzo “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo aveva ventisei anni era reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del 1982, La Musa in lutto (in Il canto del pendolo, Adelphi, 1987), pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una genealogia né uno sviluppo ben individuabile. È uno di quei poeti che semplicemente avvengono, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito e una loro sensibilità unica”. Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel 1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà fucilato dai compagni nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.
Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una Antologia della poesia russa moderna curata da Andrew Kahn e da Mark Lipovetsky per la Princeton University Press (pagg. 560, euro 35). Per “moderna” i curatori intendono “modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo fondamentalmente anti-russa è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che esista una continuità tra i poeti di ieri custodi della vera identità russa e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista, Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti embrionali. Si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”. Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è altrettanto ovviamente Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché abbia amato molti altri su tutti, Rainer Maria Rilke Marina fece di tutto per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni: “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni, ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande purezza, abnegazione e responsabilità”. La poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja se li vedrai che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero finita in un vicolo cieco”.
Da pochi giorni, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una selezione di testi “ispirati” alcuni finora inediti in Italia di Marina Cvetaeva (pagg. 110, euro 18). Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati come vasta parte delle poetesse spiritate dallo Spirito, ma con impeto marziale, con la foggia di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in una Preghiera del 1909 aveva diciassette anni Cvetaeva dice di avere “l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima: “Oh, non educatelo/ Alla stanzialità e alla sorte!/ Nella poltiglia stagna dei sentimenti/ Oh, non trattenetelo!/ Nel domestico sottovaso/ Dio come la begonia di casa/ Alla finestra non fiorisce!/ Perché egli corre è movimento”.
Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova, “Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj & Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi, è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di Marina.
A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939. “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò sulla soglia e d’un tratto esclamò: Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete una donna comunissima” (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller, 1993). L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”, per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri, scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti conoscono e apprezzano le poesie di mia madre.
Ma ora tutte le opere poetiche più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina, Mur, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022 come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e Marina, supreme latitanti al proprio tempo.