La Stampa, 20 febbraio 2026
Andrea Bargnani: "Meglio manager che ex campione la mia vita tra canestri e business"
Non avendo mai annunciato formalmente il ritiro, Andrea Bargnani in canotta e pantaloncini che gioca di nuovo basket, a nove anni dall’ultima volta in gara ufficiale durante il fugace semestre al Baskonia (2017), rappresenta una piccola grande magia da Final Eight. «Piano con le aspettative: la mia presenza sul parquet allo Showtime Game è solo un pomeriggio con gli amici. Puro entertainment e divertimento con chi per l’occasione giocherà, come Marco Belinelli, Matteo Soragna, Gianluca Gazzoli, Pierluigi Pardo e tanti altri personaggi anche dello spettacolo, o eccezionalmente allenerà, come Carlton Myers e Sasha Danilovic», sorride il «Mago», quarant’anni compiuti da poco e da tre mesi Executive Advisor della Lega Basket al fianco del presidente Maurizio Gherardini, a proposito dell’evento odierno che occuperà la Inalpi Arena (al via, con ingresso libero, alle 19,30, preceduto dalle semifinali Next Gen Under 19) nell’unico giorno di riposo della Coppa Italia torinese.
Bargnani, ci pensa che giocherà nello stesso palazzo della sua ultima partita con la Nazionale? Quel maledetto Italia-Croazia, finale (persa) del Preolimpico 2016?
«Non ci avevo pensato, coincidenza curiosa. Non è che sia un’esperienza proprio da ricordare».
Di esperienze, il primo europeo scelto vent’anni fa al numero uno assoluto del Draft Nba, ne ha fatte parecchie, anche al di fuori da una carriera da 7.873 punti e 550 partite con Toronto, New York e Brooklyn in Nba, uno scudetto e due Coppa Italia con Treviso...
«Già in Nba, nel 2010, ho iniziato a studiare business, materia essenziale per capire come andava il mondo. A Toronto, pagando privatamente dei professori dell’università, ho seguito dei corsi di economia. Poi ho approfondito, una volta conclusa la mia carriera, con dei corsi più specifici alla Luiss di Roma, alla Bocconi di Milano, alla Scuola di Business Internazionale di Parigi. I temi erano vari e sempre legati al business come la parte aziendale, quella amministrativa, quella economica e così via».
Come è stato il passaggio da campione a imprenditore?
«Ho investito nel campo commerciale, immobiliare e poi in diverse società che operano nell’economia reale in diversi settori, nessuna correlata all’altra. Di recente ho anche fatto il mio primo investimento legato alla pallacanestro: un’applicazione/startup che scova i campetti in giro per il mondo e permette di organizzare partite. Un investimento fatto più per ridare qualcosa alla pallacanestro che per il risvolto meramente economico».
Il richiamo del basket ha colpito: le manca quello giocato?
«Ho smesso relativamente presto, se mi fosse mancato avrei anche potuto ricominciare. Forse mi manca la partita, ma solo quella. Non ho rimpianti per la mia carriera».
Neanche che lei, Datome, Gallinari e Belinelli siete stati insieme poche volte in Nazionale?
«Quello è innegabile, lo dicono i numeri. Io 73 presenze, “Gallo” 83: guardando la Spagna, i giocatori di quella generazione sono arrivati a 190-200 gare».
Ora lavora da dirigente: cosa fa da Executive Advisor della Lega Basket?
«La mia è una figura trasversale, mi muovo su vari fronti. La Lega è un’azienda: c’è la parte di Lba Tv, quella amministrativa, il marketing e la gestione dei fornitori. Sono più occupato sul lato aziendale che su quello della pallacanestro: lì c’è Maurizio Gherardini che è un guru assoluto. Io sto ancora imparando».
Dirigente d’azienda cestistica solo perché il presidente è Gherardini?
«Ovviamente, la sua presenza mi ha convinto. Lo conosco dal 2002, quando venne a vedermi giocare a Roma al campo della Stella Azzurra. Il nostro, proseguito oltre gli anni a Treviso e Toronto, è un rapporto ramificato e consolidato: lavorare al suo fianco non mi ha fatto avere dubbi. Non ho fatto neanche considerazioni economiche o di carriera».
Com’è parlare con i proprietari dei club di Serie A?
«Stimolante. La Lega è la casa dei club, senza i quali non esisterebbe. E come tale fornisce servizi, supporto e attività alle società. Giusto che le squadre, come in Nba, si scannino sportivamente sul parquet, ma anche che siano unite per il bene comune fuori dal campo».
Anche con Messina, suo allenatore e mentore ai tempi di Treviso e ora presidente delle operazioni cestistiche a Milano?
«Con lui ho mantenuto uno splendido rapporto, ma faccio ancora fatica a dargli del tu. Ettore, insieme a mia madre e a Roberto Castellano, il mio allenatore nelle giovanili del Sam Basket Roma, è una delle persone che devo ringraziare maggiormente per la mia carriera».
Con le sue caratteristiche da lungo antesignano, non sarebbe curioso di vedere cosa avrebbe combinato nella Nba di adesso?
«Onestamente no. Nel basket, come nella vita, le cose vanno prese per come sono e accadono».
Vedere un giorno lei e Datome, ora dirigente federale, o anche altri ex campioni ai vertici del movimento cestistico italiano è impensabile?
«Collaboro con Gherardini da appena tre mesi, non ci ho davvero mai pensato. Ma ho accettato anche perché sapevo che dovevo interfacciarmi e collaborare con la Federazione del presidente Petrucci, con cui ho sempre avuto un ottimo rapporto, e di Gigi Datome, un amico vero».