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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

Maurizio Marchetto: “Sui pattini vinciamo da pendolari, ora diamo una pista a tutti”

Che meraviglioso Paese, l’Italia. Siamo grandissimi scultori senza marmo, fantastici pittori senza pennelli, memorabili musicisti senza spartito. Ora siamo diventati insuperabili pattinatori su ghiaccio senza ghiaccio: perché una pista coperta per allenarsi non esiste. Forse, siamo persino pattinatori senza pattinatori: solo 765 tesserati tra velocità e short track, in Olanda ne hanno 60mila. Noi, 10 azzurri alle Olimpiadi nella pista lunga. Dieci, e già tre medaglie d’oro. Perché, la grande risorsa e la clamorosa fregatura sono le persone migliori: riescono in tutto, però coprono le magagne. Il ghiaccio senza ghiaccio, da oltre vent’anni deve molto o quasi tutto a Maurizio Marchetto, l’allenatore degli azzurri d’oro nel 2006 e di quelli del 2026. Il suo racconto è, insieme, grottesca Odissea e mirabile virtù.
Marchetto, ci racconti come fanno ad allenarsi i suoi atleti.
«Per molti mesi, lo fanno a secco. Si comincia ad aprile sui rollerblade, insomma con le rotelle, poi tanto lavoro sui muscoli, palestra, corsa e bicicletta. Va avanti così fino a fine giugno».
Poi, finalmente un po’ di ghiaccio?
«Sì, ma da pendolari. Andiamo due settimane a Inzell, in Baviera, dove la trasferta costa meno rispetto agli impianti in Olanda, Polonia e Norvegia, perché la Germania è vicina all’Italia. Ad agosto, però, si torna alla preparazione a secco».
Ad agosto, il ghiaccio si mette nello spritz.
«Noi no. Noi lo ritroviamo a settembre, ancora in Baviera e di nuovo per un paio di settimane, e poi dobbiamo aspettare l’inverno italiano, quando da novembre possiamo usare le uniche due piste, scoperte, che esistono in Italia. Col freddo tutto bene. Finché comincia la Coppa del Mondo, e allora si gira in tre continenti dove il ghiaccio non manca».
Anche a Milano, per le Olimpiadi, ne hanno creato parecchio ad Assago e Rho.
«Ma lo smantelleranno subito. Finirà come a Torino 2006 con l’Oval, un’altra grande occasione sprecata. Avere una città del ghiaccio a Milano era il nostro sogno».
Non avete provato a farvi sentire?
«La risposta è sempre la stessa: un impianto coperto per il pattinaggio costa troppo. Io lo capisco, ma i tempi sono cambiati, c’è il teleriscaldamento, oppure si potrebbe costruire una pista direttamente sopra le celle frigorifere di un deposito. A Milano lo fecero, per la struttura di via Piranesi dove io cominciai una vita fa. Sotto la pista c’erano celle frigo per la frutta, la verdura e le pellicce delle signore, che d’estate si conservano sotto zero».
Ascoltando questo racconto, le medaglie di Francesca Lollobrigida, del terzetto maschile nell’inseguimento, di Riccardo Lorello, e naturalmente di Arianna Fontana e delle ragazze dello short track sembrano ancora più incredibili.
«Lo sono. Medaglie del lavoro da parte di atleti che sono arrivati ai Giochi con un bel po’ di titoli mondiali ed europei sulle spalle, questa è una costruzione per lo meno ventennale».
Per restare con cosa, in mano?
«Con le medaglie, l’orgoglio, la curiosità del pubblico che ci ha scoperto, con più ragazzi che vogliono praticare il pattinaggio e con più risorse economiche rispetto a qualche anno fa. Non è poco, ma ancora non basta».
Esiste un “metodo Marchetto”? Hanno scritto che lei è il Velasco del pattinaggio.
«Nel tempo, sono rimasto fedele alle mie idee, aggiornandole il giusto. La parte tecnica è dominante, però si devono intuire ed esaltare le caratteristiche fisiche di ognuno. Anche noi abbiamo velocisti e maratoneti, bisogna scoprirli e valorizzarli».
Francesca Lollobrigida ha spaccato la tivù: chi è davvero, questa donna?
«Quando venne da noi, dopo anni di vittorie sulle rotelle, compresi le sue grandi qualità di scivolamento sul ghiaccio: si trattava di aumentare il potenziale fisico. Francesca ha una formidabile motivazione nel lavoro».
Però dice di patire il freddo. Sembra una barzelletta.
«Bene, così corre più veloce per scaldarsi e vince le medaglie d’oro».
Scherzi a parte, chissà che gelo su quelle piste scoperte a gennaio o febbraio.
«Eh, ma se non ti piace stai a casa. Anche i bambini che si allenano a calcio d’inverno quando piove o nevica, hanno freddo. Si chiama sport».
Che sarebbe?
«Quella cosa per cui, quando nevica e tu ci sei dentro, fai come se non stesse nevicando».
Davide Ghiotto è stato il re del riscatto.
«Con la sua carriera e le sue qualità, meritava di vincere l’oro nei 10mila metri, mi spiace. Però è stato bravissimo, non ha perso la sua dimensione neppure da deluso, da super deluso. Lo sport ti dice vieni, insisti, non avere paura. Ma anche gli altri ragazzi stanno crescendo bene, peccato che i risultati non siano pari al movimento, c’è una sproporzione. Noi del pattinaggio abbiamo una grandiosa scuola sportiva, forse davvero sappiamo lavorare meglio degli altri. Ma senza le piste non può durare in eterno».
Quanti sono gli azzurri di livello mondiale nel pattinaggio di velocità?
«Qui ne abbiamo dieci, e altrettanti sono rimasti fuori, perché servono risultati e tempi per qualificarsi».
Senta, ma nello short track abbiamo un problema con le giurie? Come mai il Var ci dà sempre torto?
«Non ho visto l’ultima gara di Pietro Sighel, però mi hanno raccontato. Dispiace, perché le ingiustizie esistono e c’è poco da fare quando capita. La squadra italiana è fortissima, unita e merita rispetto. A Pietro dico che non è finita: la staffetta maschile è fortissima».
Per scaramanzia non le chiediamo come potrebbero concludersi le vostre Olimpiadi. Non sarà mica finita qui?
«Nella Mass Start in programma sabato, agli ultimi mondiali Andrea Giovannini ha vinto l’oro e Francesca Lollobrigida il bronzo. Poi, le lame restano larghe un millimetro...»